CriticaNera. La nuova frontiera del disincanto.

Intervista a Massimo Carlotto

di Alessio Piras per CriticaLetteraria
18.12.15

Foto di @daniela zedda

Barcellona è invasa da un sole quasi irreale che dona alla pelle e agli occhi sensazioni primaverili, anche se è fine novembre. Il Mediterraneo si adagia placidamente sulla spiaggia del Somorrostro, un tempo quartiere di baracche popolate da gitani e oggi spazio invaso dai turisti di mezzo mondo, che non aspettano altro che farsi un bagno specchiandosi nelle pareti dell’Hotel Vela. Il mare nostrum sembra un grande lago, perfino i surfisti che nei mesi invernali popolano le acque più vicine alla costa oggi riposano. Un gabbiano cammina sulla sabbia lasciando una lunga scia di impronte e poi vola via in una direzione che a occhio e croce punta alle isole Baleari, a Minorca, a un altro Mediterraneo. Come diverso è il Mediterraneo che bagna le coste di Marsiglia, gli scogli di Genova, la spiaggia di Scicli in Sicilia e la laguna di Venezia. Un mare diverso, ma in fondo uguale, che unisce e non divide. Un mare nostrum, dei popoli che da millenni lo abitiamo, lo attraversiamo e lo osserviamo. Jean-Claude Izzo diceva che guardare il mare rende più semplice l’idea di felicità. A questo penso, al Mediterraneo, mentre sulla linea 1 della metropolitana di Barcellona percorro il tragitto che mi porta dal lavoro a casa, dove mi aspetta, a più di mille km di distanza in collegamento Skype, Massimo Carlotto. Il suo Mediterraneo è l’Adriatico, ma anche Marsiglia, la Provenza, Nizza. Carlotto è uno scrittore mediterraneo, uno scrittore noir, compagno, più che erede, di Jean-Claude Izzo. Perché se il marsigliese non ci avesse lasciato tanto prematuramente ne avrebbe scritte, ancora, di cose. Izzo e Carlotto sono quasi coetanei, separati da una decina d’anni, e i loro due personaggi, i loro occhi sul mondo, sono nati quasi insieme: l’Alligatore e Montale esordiscono a metà degli anni ’90, quando la globalizzazione che ci ha investito nel nuovo millennio era appena una bambina. Ma Izzo, al contrario di Carlotto, non l’ha vista crescere.

Domanda: Nella prefazione a Aglio, menta e basilico di Jean-Claude Izzo sottolinei che quella del marsigliese è una scrittura politica. A suo tempo, Manuel Vázquez Montalbán definiva Sciascia uno scrittore europeo politico, e Il giorno della civetta o Il contesto sono romanzi che parlano di politica. Sciascia è uno scrittore profondamente mediterraneo, ma non ascrivibile alnoir del mediterraneo. Eppure è il modello, ad esempio, per Camilleri. Parimenti, Kostas Charitos è personaggio che ha molto di Maigret, pur senza che quest’ultimo sia uomo dell’Europa del sud, anzi, Simenon guardava a nord, per ovvie ragioni biografiche. Questi esempi non sarebbero già sufficienti a far traballare l’etichetta Noir del Mediterraneo? Non credi ci sia altro, ci sia bisogno di una definizione più ampia, più complessa, se vogliamo?

Risposta: Questa definizione nasce per includere una serie di romanzi che trattano la criminalità organizzata in un’epoca globale, di profondo cambiamento. Izzo, (quando parla di noir del Mediterraneo) parla proprio di questo particolare, che per forza di cose non era presente negli anni del dopoguerra. Izzo parla della necessità di raccontare la relazione tra criminalità e potere alla luce dei nuovi mercati che le mafie possono gestire (rifiuti, sofisticazione alimentare, trafficking).

Poi tutti gli scrittori hanno dei modelli. Nel mio caso, oltre a Sciascia di cui ti dirò, devo citare anche Loriano Macchiavelli, che ha 81 anni ed è l’autore del personaggio seriale più longevo della letteratura italiana [Sarti Antonio, ndr]. Anche perché Loriano ha dato alla provincia una cifra noir, l’ha in parte sdoganata. Ad esempio Scerbanenco per me non è un modello: ha saputo interpretare benissimo nei suoi lavori il miracolo economico, la sua epoca, ma lo sento distante.

Veniamo a Sciascia: è un modello un po’ per tutti perché dice delle cose molto precise rispetto all’uso del genere. Ma è venuto prima della globalizzazione. Quindi, il problema non è tanto il “chi”, ma il prima e il dopo. La svolta di Izzo risiede in quello che cambia dopo la globalizzazione definitiva dell’economia. È quest’ultima che fa nascere, crea, determina una rivoluzione epocale nel mondo della criminalità: si creano nuovi mercati. La criminalità, e anche le culture criminali internazionali come le mafie, cambiano profondamente anche dal punto di vista culturale e antropologico. Il discorso del noir del Mediterraneo nasce per dire: “partiamo dalla necessità di una narrazione differente” o “andiamo a raccontare un’altra nuova trasformazione”, che Sciascia non poteva conoscere.

D: Parliamo un secondo di Pepe Carvalho. È un personaggio post-ideologico avant-la-lettre, ovvero un personaggio che già alla fine degli anni ’70 aveva superato lo schema comunismo/NATO. Qual è l’importanza di Vázquez Montalbán in questo senso? Mi riferisco a oggi, a quest’epoca che come dici tu è globalizzata, anche dal punto di vista criminale.

R: Per lui vale il discorso del tempo e della corruzione. È importante definire ciò che gli scrittori del noir del Mediterraneo hanno come percezione di lavoro. Mi spiego: la questione della globalizzazione pone un problema che non c’è, non è chiaro, in Vázquez Montalbán perché non esisteva ancora, e cioè che la grande novità dal punto di vista criminale è che in Europa tre ambienti fondamentali per la società come la politica, l’imprenditoria e la finanza diventano strategici per l’agire criminale. Senza settori corrotti di questi tre ambienti per le mafie sarebbe impossibile agire. La storia di Marsiglia da questo punto di vista è cristallina ed è la storia che ha raccontato Izzo con la trilogia di Montale. Questo è il mio punto strategico di lavoro.

A me interessa raccontare la relazione che c’è tra criminalità e società attraverso l’analisi degli agganci tra criminalità organizzata, mafie e i tre ambienti succitati. Noi pensiamo sia pertinente al noir del Mediterraneo, che da un punto di vista di percezione non sappiamo nemmeno se esiste più, non sappiamo se sia mai esistito o se sia stato semplicemente una suggestione. Ovviamente questa percezione non serviva ad escludere altri autori. Il fatto è che più che da un fattore geografico era derivante da un’analisi politica del territorio, perché immediatamente questo modello che Izzo comincia a descrivere nella sua Marsiglia, è diventato il modello imperante e vincente in tutta Europa. È questa la novità. Quindi, cosa fanno gli autori che si rifanno al noir del Mediterraneo? Inseguono questo tipo di relazione nei loro romanzi, perché è l’unica cosa che di fatto ci interessa.

D: In Spagna, forse per questioni nazionalistiche, si tende a considerare Manuel Vázquez Montalbán il fondatore del noir del Mediterraneo. Credo che tu abbia ragione a sostenere che non sia importante il chi. Tuttavia, non credi che l’ultimo Pepe Carvalho, Millennio, con le sue quasi 900 pagine e il giro del mondo che fanno il detective e il suo assistente Biscuter, pur uscendo in parte dagli schemi noir, non sia l’atto ultimo e definitivo che mette al centro della scrittura noir la globalizzazione, non solo dell’economia, ma anche dell’essere umano? Una specie di romanzo totale (si può azzardare un accostamento con Don Quijote), il primo del genere noir.

R: Sono convinto che Millennio abbia rappresentato una sorta di testamento. Se “Manolo” non fosse stato tradito dal suo cuore, oggi scriverebbe le sue storie con un punto di vista differente perché anche Vázquez Montalbán era un autore incalzato dalla realtà. Sia lui che Izzo non hanno mai teorizzato il noir del Mediterraneo, è stata loro attribuita l’appartenenza o la creazione ma il concetto, percezione, come si vuole chiamare, appartiene a un momento in cui è stato necessario chiamarsi in qualche modo.

D: Nella tua prefazione a Aglio, menta, basilico sostieni che Izzo è innovativo perché individua nel Mediterraneo il centro geografico della rivoluzione dell’universo criminale. Puoi approfondire questo tuo pensiero? Può essere, su scala europea, la stessa relazione che su scala italiana esiste tra, per esempio, Sicilia e Lombardia? 

R: Non è così semplice perché la globalizzazione del crimine organizzato ha cancellato le distinzioni tra Nord e Sud, i territori oggi hanno un valore logistico, come per esempio il porto di Gioia Tauro in Calabria. Tornando a Izzo, al suo tempo la situazione era profondamente diversa e le trasformazioni in atto nella criminalità organizzata sono molto veloci. A tal punto che quello scrivo oggi potrebbe essere già vecchio. Quando scrissiRespiro corto (Einaudi, 2012) me ne resi conto: la Marsiglia di Izzo non esisteva più. Oggi la città francese è letteralmente la porta tra l’Europa e il Magreb.

D: Nella stessa prefazione evidenzi come Izzo si addentri nei meccanismi della criminalità organizzata. Sottolinei che è una sua caratteristica specifica. È del resto anche la tua, con l’Alligatore, uomo fuori legge, dal cuore criminale, ma con un suo codice etico ben preciso e alla fine non tanto diverso da quello di uno sbirro alla Montalbano. Detto ciò voglio arrivare alla figura dell’investigatore: in molti casi questi personaggi sono border-line, insofferenti alla legge, ma che perseguono un ideale più alto, la verità. Ecco, perché? Davvero c’è una differenza così grande tra la ricerca di giustizia e la ricerca della verità?

R: La verità degli investigatori come l’Alligatore, Pepe Carvalho o Bacci Pagano è una verità distante da quella giudiziaria. È la verità di un luogo e di un tempo. Una scusa per raccontare la realtà. Questi personaggi cercano questa verità perché sanno che quella istituzionale è un imbroglio. E la ricerca è la loro vera ossessione, è il vero punto della loro malinconia perché ti costringe a guardare sotto il tappeto e quello che vedi spesso non ti piace.

D: Nonostante da molti negato, il fatto che la criminalità organizzata abbia messo radici al nord è evidente. Ecco, il noir non è forse in grado di mostrare efficacemente la relazione tra crimine organizzato e società legale nel nord Italia? Non mi riferisco solo al riciclo di denaro, ma anche alle attività illegali, insomma a tutto l’insieme.

R: La presenza della criminalità organizzata nel nord è evidente perché sono moltissimi i consigli comunali che sono stati sciolti per infiltrazione mafiosa. La presenza della mafia al nord, del resto, non è un fatto nuovo. Pensiamo al 1963 e alla linea della palma, la metafora di Sciascia per descrivere questo fenomeno.

Ci sono due ragionamenti da fare: il primo è che secondo il FMI l’Italia è il quarto Paese al mondo dove le mafie internazionali investono in attività pulite il denaro riciclato. Di questo in Italia nessuno parla, non esiste un dibattito. Ma perché? Perché non esiste un dibattito sulla criminalità organizzata, esiste solo un dibattito sulla memoria della mafia.

Il secondo ragionamento è il seguente. I soldi derivanti da attività illecite, come sai, non vengono investiti al Sud Italia, ma al Nord Ovest, al Nord-Est. La massa di denaro è tale da permettere a questi territori di sostenere il peso della crisi. Noi abbiamo vissuto meglio la crisi grazie al denaro di questo tipo. Perché? Perché ormai non c’è più distinzione tra economia legale ed economia illegale a causa di un tale flusso di denaro e perché qui le mafie agiscono come veri e propri partner di commercio. Questo ha cambiato la relazione tra la mafia e la società. La criminalità organizzata non ha più bisogno di ammazzare e non ha più bisogno di infiltrare perché sono i settori corrotti della società [politica, imprenditoria, finanza, ndr] che si sono presentati alle mafie. È cambiata, anche al Nord, la percezione della mafia che non è più vista come qualcosa di assolutamente negativo.

D: Secondo te il noir può dare risposte alle inquietudini politiche di quest’epoca senza ideologie o con ideologie molto meno marcatamente politiche e sociali? Politicamente, l’Alligataore da che parte sta (è un personaggio a-politico eccezionale, una specie di giustiziere dall’animo gentile)?

R: L’Alligatore sta all’esterno della società, per scelta. Non riconosce la società. Pensava, e questo tutti e tre i personaggi, anche Max La Memoria e Beniamino Rossini, ebbene pensavano a una società diversa, ma non è mai arrivata e quindi osservano questa da lontano. Sono equidistanti anche da una criminalità organizzata globalizzata di cui hanno orrore e la combattono. Inoltre usano l’investigazione per osservare e raccontare la società. È quindi un modo per essere meno ipocriti. Loro si rifanno a quell’esperienza criminale di fine ‘800 (di cui poi c’è traccia nella Guerra di Spagna, nella Resistenza italiana, negli anni ’70 di tutta Europa) che aveva una forte ispirazione sociale. Loro quindi provengono da questo tipo di esperienza e osservano e raccontano il mondo da questo tipo di esperienza..

Da un punto di vista politico hanno posizioni molto precise, soprattutto rispetto al territorio e qui esprimono un parere negativo nei confronti del potere della Lega Nord in Veneto in maniera molto chiara e molto precisa. Ciò deriva dal fatto che raccontano la relazione tra potere e criminalità in un ambiente di illegalità diffusa dove la cinghia di trasmissione è la corruzione. Se posso mi aggancio alla tua prima domanda, ovvero che senso hanno questi romanzi. Allora: i romanzi non cambieranno mai nulla. 

Inoltre, questo tipo di narrativa in Italia ha due anomalie molto forti. La prima riguarda il fatto che l’Italia ha un rapporto perverso con la verità, in Italia tutto è mistero, in Italia non esiste una verità istituzionale, quindi nel romanzo, che è la cosa più finta che esista al mondo, i lettori cercano quelle tracce minime di verità e d’indagine per darsi delle risposte. Questa cosa è diventata così potente che questo è l’unico Paese dove un grandissimo numero di appartenenti alle forze dell’ordine e magistrati scrivono romanzi noir. E questa è la seconda anomalia. Questi magistrati e poliziotti romanzieri non raccontano storie in cui il bene vince sul male, assolutamente no. Per l’esattezza forniscono un’immagine delle forze dell’ordine e della magistratura che è totalmente diversa da quella fornita dalla stampa e dalla televisione. Il dato politico di questa scrittura in Italia è questo.

D: Sono completamente d’accordo e per questo vorrei proporti una definizione alternativa, per me più complessiva, per racchiudere questo tipo di narrazioni. La definizione è quella adottata in Spagna per l’opera di Manuel Vázquez Montalbán che vede queste scritture come cronache del disincanto. Cosa ne pensi?

R: Mi sembra una prospettiva molto intelligente e corretta di lavoro. Cambiano i nomi, ma il progetto è sempre lo stesso. C’è una necessità di questo tipo di letteratura, soprattutto da parte dei lettori. E questa è secondo me la prima volta che succede una cosa del genere.

D: Ti faccio una domanda, meno, anzi per nulla, politica. Il tuo ultimo romanzo, Per tutto l’oro del mondo, è estremamente musicale. La musica in generale è un elemento importante, anzi portante, della narrativa noir, ne è la colonna sonora e dà allo scrittore un supporto fondamentale nella descrizione dello stato d’animo dei personaggi, del protagonista in particolare, o nella loro descrizione psico-fisica. Esempio lampante è Izzo, che al jazz affianca il flamenco, o Bruno Morchio, che alterna Mozart (Bacci Pagano) a Miles Davis (il Greco). Nel tuo ultimo romanzo è il blues il grande protagonista musicale. Qual è la relazione tra il noir e la musica, e in particolare con la musica jazz o blues, o comunque con una musica che si contraddistingue per la sua intensa vena malinconica?

R: La musica è molto importante. Hai citato il Greco, l’ultimo personaggio di Morchio, e credo che quello di Bruno sia un ottimo esempio. La musica nel noir è la colonna sonora dei sentimenti dei personaggi. Sarebbe impossibile dare un taglio preciso a queste figure senza la musica. È anche il livello di intimità più profondo tra autore e personaggio; è il loro punto di contatto. Ed è la musica un rifugio: ha a che vedere con l’ossessione della verità di cui parlavamo poco fa, con quel guardare sotto il tappeto.

D: Donne e passato: sono due elementi ricorrenti e spesso correlati tra loro nella narrativa noir.

R: I miei personaggi hanno un pessimo rapporto con il passato perché è l’Italia, in realtà, a non avere un passato. Credo che questo abbia a che vedere con la mia generazione, che non ha un passato definito e temiamo il confronto con il passato. Mentre per quanto riguarda le donne, certamente le donne che l’Alligatore ha avuto fanno parte del suo passato. Ma credo che il rapporto sia più complesso: questi personaggi sono degli irregolari e vivono in una nicchia. In realtà amano l’umanità e per questa ragione amano le donne.


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