Quella guerra civile che venne travestita da “guerra di classe”

Altro che “secondo Risorgimento”, la Resistenza non fu un movimento di massa

L’ultimo tomo dell’opera di Renzo De Felice su Mussolini e il fascismo fu pubblicato postumo nel 1997 con il titolo La guerra civile 1943-1945 come secondo volume di Mussolini l’alleato 1943-1945.

Esso è rimasto incompleto per la morte dell’autore, ma alcune delle tesi in esso contenute o che avrebbero dovuto essere dimostrate o sviluppate nelle parti non ancora scritte dell’opera furono anticipate in un piccolo libro-intervista dal titolo Rosso e Nero (1995), importante sia per le suggestioni interpretative proposte, sia per certe indicazioni metodologiche di ricerca storiografica, sia, ancora, per i chiarimenti sulla posizione «revisionista» dell’autore stesso. Eppure, malgrado la sua incompiutezza, il volume su La guerra civile 1943-1945 è da considerarsi uno dei più importanti della serie, se non addirittura dei più belli, almeno dal punto di vista dell’importanza dei risultati della ricerca e della corposità del discorso interpretativo che stabilisce un nesso fra passato e presente.Da un punto di vista contenutistico esso tratta del periodo che va dalla caduta del regime ai primi travagliati mesi di esistenza della Rsi e affronta temi scottanti: la prigionia di Mussolini, la sua liberazione da parte dei tedeschi, la catastrofe nazionale dell’8 settembre 1943, la contrapposizione tra fascisti, repubblicani e partigiani, il dramma vissuto dagli italiani durante la guerra civile, le vicende della Rsi dall’autunno 1943 alla primavera 1944. Particolarmente intense sono le pagine in cui De Felice analizza il significato e gli effetti dell’armistizio dell’8 settembre sullo stato d’animo e sui comportamenti delle masse e dell’esercito. Quella data, l’8 settembre 1943, assume per lui un forte valore simbolico quello della «morte della patria» e dello «svuotamento del senso nazionale» e diventa una cartina di tornasole rivelatrice della debolezza etico-politica del popolo italiano. La dissoluzione dell’esercito «come neve al sole» dopo la diffusione della notizia dell’armistizio ha il suo riscontro nello stato d’animo complessivo del Paese e in particolare della borghesia, un ceto che in gran parte aveva creduto in larga misura nel fascismo e nell’immagine dell’Italia da esso proposta e che era stata provata dagli effetti devastanti di tre anni di guerra.Proprio il desiderio di uscire finalmente dall’incubo della guerra un desiderio «ingenuo e irrazionale quanto si vuole» ma «non per questo meno potente» è la chiave per comprendere le reazioni della grande maggioranza degli italiani alla notizia dell’armistizio. Ma il desiderio di veder finire l’incubo della guerra si accompagnava a «un sentimento diffuso di paura e di incertezza» che, per molti, si traduceva non già nell’idea di una «scelta di campo», quanto piuttosto «nella preoccupazione della propria sopravvivenza» e nel desiderio di «defilarsi rispetto a tutti» nell’attesa che giungessero la fine dei sacrifici e la pace. Sono intense e drammatiche le pagine in cui De Felice dimostra come, dopo la nascita della Rsi, la maggioranza del Paese, ancora una volta, cercasse di non rimanere coinvolta dagli avvenimenti e di assestarsi in una sorta di «zona grigia» che includeva individui appartenenti a tutti i ceti sociali, dalla borghesia alla classe operaia, preoccupati solo di sopravvivere.Sui motivi della ricomparsa di Mussolini sulla scena politica, De Felice sposa la tesi per cui questi, pur riluttante, avrebbe accettato di riassumere il potere nella convinzione, in primo luogo, che solo così sarebbe stato possibile evitare che Hitler facesse dell’Italia occupata una sorta di Polonia e, in secondo luogo, che la sua presenza avrebbe potuto rendere meno pesante il regime di occupazione e impedire l’annessione di territori italiani al Reich. Con la nascita della Rsi tali obiettivi vennero, almeno in parte, raggiunti, ma i costi furono elevati: la «guerra civile», per esempio, insanguinò le regioni occupate dai tedeschi, dividendo profondamente gli italiani e scavando solchi di odio che avrebbero condizionato la vita italiana nei decenni successivi. Inoltre, la Resistenza che, senza la Rsi, avrebbe avuto «un carattere essenzialmente nazional-patriottico, di lotta di liberazione contro l’occupante tedesco» fu egemonizzata dai comunisti che la caratterizzarono come una «guerra di classe».Detto questo sui «costi» politici della creazione della Rsi, De Felice contesta duramente la qualifica di «secondo Risorgimento» per la lotta di liberazione degli anni 1943-1945: questa gli appare storicamente inconsistente perché gli «ideali civili» (sintesi di «nazione», «patria», «libertà») del Risorgimento e le forze politiche che ne erano state protagoniste erano, in gran parte, diversi da quelli che caratterizzarono il cosiddetto «secondo Risorgimento». La Resistenza, per De Felice, contrariamente all’immagine veicolata dai custodi della vulgata antifascista, non fu affatto un «movimento popolare di massa» se non in alcune limitate zone e le sue file si ingrossarono soltanto nelle settimane immediatamente precedenti la capitolazione dei tedeschi, quando cioè la vittoria degli Alleati era considerata ormai certa. Della Resistenza (e della sua memoria) si impadronirono comunisti e azionisti che mal sopportavano le formazioni autonome per i quali essa era un fatto rivoluzionario, anzi il vero fatto rivoluzionario della storia dell’Italia unitaria. Il che spiega, secondo De Felice, l’importanza attribuita, anche nel dopoguerra, dal Partito comunista alla «unità della Resistenza» e, soprattutto, alla «unità delle sinistre» nel quadro di un disegno rivoluzionario che nel concetto di «democrazia progressiva» elaborato da Togliatti aveva il suo cavallo di Troia.Per quanto incompiuto, l’ultimo volume dell’opera di Renzo De Felice è, dal punto di vista della interpretazione storiografica della storia nazionale più recente, fondamentale per comprendere anche talune caratteristiche dell’Italia postfascista, costruita sul mito della Resistenza unitaria e a guida comunista e per spiegare, altresì, come e perché la vulgata storiografica non sia più sostenibile.

Francesco Perfetti per Il Giornale


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