Stevenson goes to Hollywood

Devi renderti conto che sarò un nomade fino alla fine dei miei giorni. Non sai quanto l’abbia desiderato ai vecchi tempi, quando correvo a vedere i treni in partenza e bramavo di andarmene con loro. Ora sai che devi considerare come parte integrante di me questa propensione alla vita errabonda, sarò sempre un girovago…”. Così scriveva Robert Louis Stevenson in una lettera indirizzata alla madre, palesando quel desiderio di “altrove” che lo avrebbe condotto in luoghi molto lontani dalla nativa Scozia. Tuttavia il suo viaggio più singolare non nacque dall’inquietudine, ma dall’incontro con una donna.

Nel 1876, durante un soggiorno in Francia, si innamorò di Fanny Van de Grift, una signora americana infelicemente sposata che, al termine della vacanza, era tornata negli Stati Uniti dal marito. Lo scrittore, seppure sconfortato, non si perse d’animo: quando seppe che Fanny divorziò decise di rischiare tutto e si imbarcò per l’America, nonostante il parere decisamente contrario della famiglia che non vedeva di buon occhio il legame con una donna divorziata e di dieci anni più grande. In realtà Stevenson non aveva molto da perdere: la sua salute era precaria e la carriera di scrittore non decollava; quel viaggio rappresentava molto di più di una fuga d’amore, era la speranza di una vita nuova e il taglio del cordone ombelicale che lo legava a una famiglia soffocante. Poiché il padre gli aveva negato qualsiasi sostegno economico, fu costretto ad affrontare la lunga navigazione in condizioni alquanto disagiate, a bordo di un piroscafo di emigranti. Si imbarcò il 7 agosto del 1879 e circa dieci giorni dopo sbarcò a New York.

La mattina successiva salì su un treno per attraversare gli Stati Uniti verso la West Coast: Ohio, Indiana, Illinois, Iowa e poi ancora Nebraska, Wyoming, Nevada, quasi due settimane di viaggio per raggiungere Monterey alla fine del mese di agosto. Quando arrivò era esausto e deperito: Fanny lo accolse, si prese cura di lui e, poco dopo, lo sposò: era il maggio del 1880. La coppia iniziò a vivere a San Francisco: fitte nebbie si levavano dal mare mischiandosi ai fumi della città e Stevenson, sofferente fin da bambino di problemi polmonari, risentiva parecchio del clima umido. Alcuni amici suggerirono di spostarsi, ebbe così inizio una luna di miele alquanto bizzarra. I due, accompagnati da Lloyd, il figlio più piccolo di Fanny, si imbarcarono su un sobbalzante ferry e poi su un treno in direzione di Calistoga. La prima tappa fu South Vallejo, un piccolo centro quasi disabitato, con un pontile, una lunga serie di saloon e specchi di acqua stagna. Qui alloggiarono al Frisby House, un albergo che aveva visto tempi migliori: era frequentato principalmente da operai e per buona parte stava andando in rovina, il cibo era scadente e la stanza per trascorrere la notte aveva una stufa che non scaldava, pur producendo moltissimo fumo, e due finestre: una delle quali non si apriva, mentre l’altra non si chiudeva. Il mattino seguente ripartirono di buon’ora per raggiungere Calistoga, viaggiarono in treno attraversando la Napa Valley, accompagnati da un paesaggio di vigne, campi verdi e pascoli su cui il sole splendeva rendendo l’aria mite.

Calistoga era un luogo piacevole, verde e silenzioso e gli Stevenson vi soggiornarono per qualche tempo. Qui Robert ebbe modo di usare per la prima volta un telefono e di assaggiare ben diciotto tipi diversi di vino, tutti rigorosamente californiani, ma dotati di finte etichette e spacciati per vini europei. L’eccellente qualità della produzione vinicola tuttavia non bastò a trattenerli nella Napa Valley: il denaro scarseggiava e i tre non potevano permettersi di spendere dieci dollari al giorno per alloggiare in albergo. Il 9 giugno decisero di spostarsi in una località sulle pendici del monte Saint Helena: Silverado. Nonostante il nome evocativo si trattava di un luogo derelitto, un villaggio minerario abbandonato che si raggiungeva attraverso una mulattiera e che in qualche modo doveva assomigliare allo scenario di un film western: “Silverado era stata completamente smontata come le quinte di un palcoscenico; regnava ovunque una solitudine silvestre e il silenzio era rotto solo dalla possente voce del vento”.

In questo luogo spettrale gli sposi novelli si diressero verso la casa che li avrebbe ospitati e si resero conto che le sorprese non erano finite. La costruzione che un tempo aveva dato alloggio ai minatori, era completamente addossata alla montagna e aveva tre stanze poste una sopra all’altra, non comunicanti, così che per salire nelle stanze superiori era necessario uscire di casa e raggiungerle attraverso pericolanti passerelle esterne. Tutto era fatiscente: “Non c’era rimasta nemmeno una finestra intatta. La porta della stanza di sopra era fracassata e un’anta era ridotta a schegge. Entrammo dentro e trovammo un bel po’ di sporcizia: sabbia e terriccio trasportato dal vento, paglia, bastoni e sassi… la finestra, priva di intelaiatura era tappata dalle foglie dolci e aromatiche dell’alloro e attraverso una fessura del pavimento scaturiva un getto di una pianta velenosa che prosperava a suo agio all’interno. Mio primo compito fu quello di recidere questa pianta velenosa, con Fanny che si teneva a debita distanza. Fu quello il primo gesto mediante cui prendemmo possesso dell’edificio”.

Non senza momenti di sconforto i due riuscirono ad avere ragione di un ambiente selvaggio e inospitale: “Dopo aver riparato le magagne più gravi e aver apposto a diverse porte e finestre della bianca cotonina, la nostra casa divenne un alloggio salubre e piacente, sempre secco e arieggiato, pervaso dall’esterna fragranza della gola verde. Dentro aveva l’aspetto del luogo abitato, dell’impronta umana”.

Grazie al soleggiato clima californiano le giornate trascorrevano all’aperto, in questa vita rustica gli Stevenson avevano trovato un personale paradiso in terra, passeggiavano tenendo a bada i serpenti a sonagli che infestavano la zona, lo scrittore giocava col piccolo Lloyd e immaginava le vicende di quelli che erano stati lì prima di loro: che vita avevano condotto nelle miniere di Silverado? E chissà dove si trovavano ora? Da queste fantasiose speculazioni nascevano infinite storie che intrattenevano e divertivano Lloyd. Fu proprio qui, dopo giorni e giorni trascorsi a inventare racconti, che nacque il suo primo successo editoriale:L’isola del tesoro. Solo qualche mese prima Stevenson era partito conpochi spiccioli in tasca e un futuro incerto e l’amore per una donna. Il viaggio che ne era seguito cambiò la sua vita per sempre.

 

Eleonora Carantini per iFioriDelMale

http://www.ifioridelmale.it/articoli/stevenson-goes-hollywood


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