Charlotte Brontë, duecento anni portati benissimo

Charlotte BrontëLa miseria genera l’odio”: è l’epigrafe scelta da Lord William Beveridge per presentare all’attenzione degli inglesi una “Relazione sulla piena occupazione in una società libera”. Il titolo diceva tutto. Dopo quello del 1942, mentre la guerra dilagava nel mondo, dedicato alla protezione e sicurezza sociale, era questo il secondo Piano Beveridge voluto dal governo conservatore di Winston Churchillper predisporre i programmi della ricostruzione postbellica, a cominciare dal lavoro e dall’occupazione. La prefazione di Beveridge alla Relazione aveva la data di giugno 1944, quando gli Alleati erano appena sbarcati in Normandia e liberato Roma. Ma nelle librerie di Londra arrivavano racchiusi in un volume di oltre seicento pagine, un messaggio di pace, di giustizia sociale e la speranza di un “Lfuturo assolutamente nuovo. Nasceva infatti il Welfare State. «Debbo a mia moglie – scriveva Beveridge nella prefazione – la citazione che appare nel frontespizio. Essa è tratta da quello che Charlotte Brontë, nel secondo capitolo di Shirley, dice dei tessitori su telai a mano, i quali centoventicinque anni fa furono portati alla disoccupazione e ad una miserevole rivolta dall’introduzione dei telai meccanici per maglieria. È questo il mio testo fondamentale. Il male maggiore della disoccupazione non è fisico ma morale; non il bisogno che essa può generare, ma l’odio e il timore che alimenta. Così come il male maggiore della guerra attuale non è fisico ma spirituale: non le distruzioni delle città e l’uccisione delle persone, ma il pervertimento di tutto quello che costituisce la parte migliore dello spirito umano, per servire a scopi di distruzione, di odio, di crudeltà, di inganno e di vendetta». Queste le parole di Beveridge che suggerivano, nell’accostare i disastri della guerra alla perdita del lavoro, l’idea guida, l’ispirazione filosofica della Relazione. Le riporto nella traduzione che per l’editore Einaudi ne fece nel 1948 l’economista Paolo Baffi, futuro, impeccabile governatore della Banca d’Italia. Ispirazione filosofica, ma anche letteraria. E allora lasciamo la parola proprio a Charlotte Brontë: nel 2016 l’Inghilterra e il mondo festeggeranno il duecentesimo anniversario della nascita: 21 aprile 1816. Divenne famosa per Jane Eyre, il bellissimo romanzo apparso nello stesso anno, il 1847, in cui veniva pubblicato Cime tempestose della sorella Emily. Due scrittrici che con queste opere di grande successo hanno lasciato un segno profondo nella letteratura moderna. Jane Eyre era una donna, e una donna è Shirley, protagonista, insieme a un’altra suggestiva figura femminile, Caroline, del romanzo successivo pubblicato nel 1849,da Charlotte. Le date dei tre romanzi ci riportano ad anni decisivi e travagliati della vita politica dell’Inghilterra e di tutta l’Europa al cui centro, il 1848, maturava anche una rivoluzione dei diritti civili, sociali e di liberazione delle donne, delle identità nazionali, dei popoli oppressi. Ebbene con Shirley Charlotte voleva raccontare non solo complessi problemi psicologici e singolari costruzioni esistenziali che coinvolgevano l’universo femminile, ma anche il tessuto reale e storico di una società come quella inglese sconvolta dalla rivoluzione industriale e dai suoi effetti culturali e sociali. Shirley è dunque un romanzo storico sullo sfondo anche della guerre napoleoniche, delle conseguenti crisi economiche e del sistemi produttivi di quei primi anni dell’Ottocento che apparivano pieni di “magnifiche sorti e progressive”. Dove tra le minacce più gravi agli equilibri e alle consuetudini civili vi era certamente l’introduzione delle macchine, l’accelerata sostituzione del lavoro umano, l’“alienazione” dei lavoratori nelle fabbriche, lo squallore della disoccupazione e della povertà nelle città e nei distretti industriali. Il “luddismo”, cioè la distruzione delle macchine ne fu il primo, immediato segno. «La miseria genera l’odio: l’indigente odiava le macchine che, a suo avviso gli toglievano il pane; odiava gli stabilimenti che le ospitavano; odiava i proprietari di quegli stabilimenti…». Parole che introducono pagine di eccezionale significato storico oltre che poetico. Nel raccontare queste cose Charlotte con Shirley superava di gran lungo le patetiche descrizioni so- ciali dickensiane per cogliere invece quelle ricadute morali e spirituali di un mondo in trasformazione di cui parlerà Beveridge e per riconoscere però anche nelle macchine il disegno di una “civilizzazione” da analizzare nel profondo, oltre le leggi inesorabili del profitto capitalistico e dimostrando così di essere una delle più acute osservatrici della società contemporanea. Morta giovane nel 1855, Charlotte è stata sempre una presenza importante, grazie soprattutto a Shirley, nel panorama letterario e politico inglese (da Marx a Virginia Woolf). Il lettore italiano ha in questi giorni l’occasione di leggere finalmente e contemporaneamente sia il romanzo di Charlotte, grazie alla traduzione di Fedora Dei per Fazi (pagg. 686, euro 16,50), sia la documentata e commossa biografia che di Charlotte pubblicò nel 1857 la sua amica e quasi coetanea Elizabeth Gaskell, tradotta per la prima volta da Castelvecchi (trad. di Simone Buffa di Castel ferro, pagg. 461, euro 22). Il fascino di Shirley è nella compenetrazione tra poesia, storia, descrizioni splendide della natura e dei paesaggi umani. È nella sua struttura critica e dialettica. Charlotte Brontë, figlia di un colto e illuminato pastore anglicano, non esaltava certo la violenza dei luddisti ma la “capiva”. Però il personaggio maschile del romanzo, Robert Moore, col quale si intrecciano i sentimenti amorosi di Caroline e di Shirley, è un imprenditore capitalista serio e moderno che nelle macchinevedeva l’occasione di una evoluzione sociale e civile. Gliele distruggeranno e col romanzo Charlotte svelava anche una amara e diversa verità: la lotta di classe e l’esordio del conflitto tra capitale e lavoro. La storia di Shirley è dunque una storia di sentimenti e d’amore e ha per sfondo le guerre napoleoniche e il blocco continentale, ma c’erano altri fondali di cui bisognava tener conto. Charlotte pubblicando il romanzo sapeva bene che due anni dopo si sarebbe aperta a Londra la prima, grande Esposizione Universale che avrebbe esaltato proprio la modernità delle macchine. Il successo decretato dai lettori di Shirley fu anche in questa doppia verità poetica e storica. Non sappiamo se anche Cavour, che frequentava il mondo liberale e economico inglese, abbia letto Shirley, ma in un articolo del 1850 scriveva: «A nostro avviso l’Esposizione generale di Londra è il più bel “congresso della pace” che possa immaginarsi, è il primo passo nel gran problema la cui soluzione è riserbata alla seconda metà di questo secolo… Mentre si agitano in tutte le parti di Europa le questioni politiche, religiose, sociali, l’umanità non trascura il suo progresso industriale, alla cui testa si pone l’Inghilterra…».

Lucio Villari
la Repubblica, martedì 29 dicembre 2015

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