Il potere oscuro delle folle

Un’installazione al Liverpool Discovers Festival "The Runner"

Umiliazione, vergogna. Due sentimenti squisitamente privati, ma che acquistano una dimensione pubblica se c’è un malcapitato che ha commesso forse errori, leggerezza nei comportamenti, ma mai azioni che abbiano a che fare con la bibbia dell’ordine costituito (il codice di procedura penale) e che per questo viene messo all’indice in Rete. A quel punto, l’umiliazione diventa pubblica e non lascia vie di fuga.

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Jon Ronson è un giornalista, scrittore e sceneggiatore inglese. È noto per aver scrittoL’uomo che fissa le capre, reportage romanzato sulle strategie statunitensi di intelligence non ortodosse che ha ispirato un film con George Clooney. È anche un attento frequentatore della Rete. Spulciando Facebook o Twitter, si è imbattuto in alcuni casi che ha qualificato come una riedizione digitale della «gogna» che colpisce chi ha inviato un post ironico, una foto irriverente o di cattivo gusto. Leggendo i commenti ha constatato il crescendo di violenza verbale e di turpiloquio, fino a quando i messaggi diventano uno tsunami che ha una sola vittima e tanti carnefici.

L’artefatto dell’oblio

Il racconto della decisione di scrivere il libro I giustizieri della rete (Codice edizione, pp. 238, euro 21) potrebbe ridursi a una catena ininterrotta di aneddoti che, d’altronde, l’autore dispensa a piene mani, ma a che fare con la riduzione della comunicazione on line in un inferno. L’oggetto di questo libro non è però il furto di identità digitali, fenomeno molto diffuso che ha alimentato racconti di gruppi di smanettoni dal cuore d’oro che si danno da fare per recuperarla e mettere all’indice i «rapinatori». Ciò che a Ronson preme indagare sono le inedite forme di ripristino della gogna, che non ha un ceppo, né un pubblico ghignante raccolto in una piazza, bensì piattaforme digitali, social network e una platea potenzialmente illimitata.

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Così viene descritto il caso dello scrittore di successo messo alla berlina perché scoperto a inventarsi episodi e frasi di un mito della musica statunitense (Bob Dylan). O quello della ragazza che posta una foto corredata da un commento critico verso due nerd, accusati di frasi machiste a sfondo sessuale mentre parlavano in uno slang tecnicista che solo loro capiscono. La giovane viene letteralmente investita di insulti perché quel post ha provocato il licenziamento dei due nerd. C’è poi il caso di un boss della formula 1 accusato di organizzare orge in stile nazista, che reagisce e riesce a uscire indenne dalle accuse.

Le storie raccontate risultano sempre uguali nel loro esito: disperazione del malcapitato o della malcapitata. Interessante è tuttavia la descrizione delle imprese che lavorano, dietro lauti compensi, per «produrre» l’oblio di chi è rimasto intrappolato dentro il rapporto tra vittima e carnefici. Così apprendiamo che ci sono imprese che inventano notizie positive sulla vittima, facendo retrocedere nel dimenticatoio le sciocchezze che ha postato in passato. Ma più i casi aumentano, meno chiaro è il punto di vista dell’autore. L’unica cosa chiara è che I giustizieri della rete sono seduti davanti al computer e amano attivare e diffondere campagne denigratorie verso chi è colpevole di leggerezza o di messaggi, appunto, di cattivo gusto. La prima conclusione a cui si giunge leggendo il libro è che il giustizialismo cresce proprio nel regno del verosimile che è la Rete.

La viralità dell’insulto

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Internet è da sempre il luogo del dileggio, degli insulti, della violenza verbale. Da sempre ci sono troll e flame che disturbano la comunicazione on line. Non è quindi una novità che nei social network possano accendersi discussioni violente o che persone vengano messe all’indice perché hanno detto o fatto cose che stridono con la morale dominante o perché lesive di un atteggiamento politicamente corretto. Quel che colpisce stando in rete è semmai la diffusione virale di un messaggio o la rapidità nella formazione di unatweet storm che può propagarsi e diventare tsunami. Per spiegare tutto ciò forse vale la pena ricordare il vecchio adagio su una farfalla che ha preso il volo in qualche punto dell’emisfero e il vento provocato si è trasformato in un uragano in qualche altra parte del pianeta.

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Jon Ronson si propone di tenere sotto controllo la materia incandescente che ha tra le mani. Ha sperimentato come la Rete possa diventare una gabbia per limitare la libertà di espressione, scoprendo che gli strumenti di autodifesa individuali sono limitati e spesso inefficaci. Ma alla fine non riesce a dare una spiegazione plausibile sul perché questo accada.

I giustizieri della rete non hanno volto, possono diventare folle che mettono all’indice il malcapitato di turno. Non è un caso che un capitolo sia dedicato all’analisi di Gustave le Bon, lo spregiudicato autore francese de La psicologia delle folle, strampalato pamphlet scritto a fine Ottocento per spiegare lo spirito gregario nella società di massa e nelle nascenti organizzazioni del movimento operaio. Un volume giustamente dimenticato, ma che Ronson invece utilizza per segnalare un salto di qualità nelle capacità di manipolazione e di propaganda in una realtà dove la Rete è una pervasiva e invasiva tecnologia del controllo. Non c’è un «grande fratello», ma un synopticon che vede i singoli diventare parti attive nel fustigare comportamenti eterodossi, ma non criminali, alimentando così il flusso di dati che, oltre a definire l’opinione pubblica dominante, sono le materie prime del sempre fiorente settore produttivo dei Big Data.

Lo spirito gregario

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I case study di questo libro sono però storie di licenziamenti, di cancellazione coatta della socialità, di personalità andate in frantumi dopo la gogna on line. Ma più che per l’analisi della vergogna e dell’umiliazione, il libro di Ronson è significativo perché aggiunge un tassello nel puzzle che ha come oggetto le forme di produzione dell’opinione pubblica nell’era di Internet. Da buon liberale, Ronson ritiene che nella produzione dell’opinione pubblica ci siano antidoti alla gogna mediatica. È cioè convinto che alla fine la verità si faccia strada nel labirinto delle falsità e nella foresta del verosimile. La diffusione delle «bufale» e il loro «svelamento» da parte degli internauti è sicuramente una conferma di questa fiducia illuministica nel potere della folla. Ma ciò che è rilevante è il fatto che la denigrazione, gli insulti, i troll e i flame sono elementi fondanti della comunicazione on line, perché hanno la capacità di catturare l’attenzione di un pubblico distratto, sovraccarico di stimoli e informazioni.

L’opinione pubblica dentro e fuori la Rete – la televisione è stata l’apripista di questa modalità «gridata» della comunicazione – non si forma attraverso un agire discorsivo «razionale» ma facendo leva su reattività primarie. In altri termini, il giustizialismo in rete è fratello gemello del giustizialismo politico. Sono cioè i due volti del populismo dentro e fuori la rete, dove l’essere connessi a «ciclo continuo» è la condizione necessaria alla presenza di una opinione pubblica sempre in divenire, dove il verosimile è preferito alla verità. Con buona pace di Aristotele, Platone e Jürgen Habermas.

Le fabbriche del consenso

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I giustizieri della rete più che funzionare come paladini della verità sono i guerrieri dell’ordine costituito, anche se a parole si scagliano contro i potenti. Fanno leva sul verosimile per legittimare punti di vista che di sovversivo hanno ben poco, come testimonia l’esperienza on line di movimenti politici come gli italiani pentestellati o i blog legati alla destra evangelica negli Stati Uniti. La radice del problema – la gogna mediatica – sta dunque nel modo di produzione dell’opinione pubblica, cioè in quel dispositivo che produce consenso all’ordine costituito.

Noam Chomsky ha scritto molto sulla fabbrica del consenso, riferendosi a come gli stati nazionali hanno usato la comunicazione per legittimare la propria volontà di potenza. Come è noto, nella Rete la produzione di opinione pubblica non ha solo a che fare con il consenso, ma anche con un settore economico specifico, quello dei Big Data. Jon Ronson non affronta tutto ciò. Relega i suoi case studies delle distorsioni della comunicazione pubblica. Ma più che una eccezione, le azioni dei giustizieri della rete sono dunque la norma. Perché contribuiscono a una sovrapproduzione di informazione, fattore fondamentale alla crescita dei Big Data e delle cloud che devono puntare a saturare l’infosfera per produrre accumulo dei dati da elaborare e trasformare in merci. Il conflitto, come suggerisce una giovane radical intervistata da Ronson, riguarda proprio questo modo di produzione.

La ricerca della verità sta quindi nella messa a critica del modo di produzione capitalistica dell’opinione pubblica. È su questo tornante che i giustizieri della rete possono perdere l’aura dei ribelli a favore dell’ordine costituito per indossare, finalmente, gli abiti dei militanti politici contro l’ordine costituito.

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