Salvare il pianeta? Basta balle!

Claudio Gibertini

Sono passati ben 23 anni dalla prima Conferenza sull’Ambiente e sullo Sviluppo delle Nazioni Unite tenutasi a Rio De Janeiro nel 1992, prima occasione nella quale, le nazioni del mondo hanno cominciato a mettere in scena quella che sarebbe stata ogni volta una pomposa e grottesca auto-rappresentazione del tentativo di salvarsi da loro stesse. Da allora le conferenze sui cambiamenti climatici, di cui l’ultima conclusasi a Parigi lo scorso 12 dicembre, sono state tanto numerose, ben 21, quanto totalmente inutili. Ridondanti caroselli mediatici di capi di Stato e di governo che si avvicendano ai microfoni sciorinando dati e ricordandosi gli uni gli altri quanto sia malato il pianeta Terra, quanto sia brutto l’inquinamento e quanto sia cattivo chi inquina. A questi consessi abbiamo visto esporre e sottoscrivere una miriade di piani di riduzione delle emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera, ambiziosi progetti di riforestazione globale, numerosissimi intenti di maggior controllo dell’inquinamento e tante altre belle proposte: la quasi totalità è sempre stata poco, se non per nulla, vincolante per gli Stati sottoscrittori. A ogni nuova conferenza, però, le varie parti in causa si sono sempre rinfacciate tra loro pesanti responsabilità: gli Stati ricchi accusano quelli poveri di inquinare di più in cifre assolute, quelli poveri ribattono di inquinare di meno in quantità pro capite; gli Stati ricchi predicano a quelli poveri di interrompere lo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali, questi ultimi rispondono che le nazioni ricche sono diventate tali e continuano a esserlo grazie a questo avido abuso della natura e, spesso, degli esseri umani.

Questa pantomima surreale assomiglia a quella di un mondo immaginario dove ogni Stato fosse perennemente in conflitto con tutti gli altri e i governanti si ritrovassero periodicamente per negoziare non la pace, ma solamente un modesto ridimensionamento delle attività belliche. Stabilito ogni volta chi deve usare meno armi chimiche, e chi deve bombardare un po’ meno, e dopo tante firme (non vincolanti) e la foto di rito, ciascun capo di Stato e di governo tornasse nella propria nazione, continuando a guerreggiare come se quanto pattuito non avesse nessun valore per il proprio paese, ma con l’ipocrita pretesa e speranza che ogni altra nazione mantenga però gli accordi presi.

Questa insulsa ipocrisia di fondo delle conferenze sui cambiamenti ambientali è insita nel fatto che il nostro sistema economico, industriale, e purtroppo anche sociale, è basato sulla continua crescita. Espansione che a sua volta si regge su un continuo aumento di produzione di energia e di beni tra i quali spiccano le automobili e i veicoli alimentati da derivati del petrolio. Tutti fattori assolutamente incompatibili con il controllo dell’inquinamento. I governanti delle nazioni di tutti gli Stati al mondo, così come il più sciocco tra gli sciocchi, sanno bene che conciliare produzione e inquinamento è concettualmente, oltre che materialmente, impossibile. Come se non bastasse tutti sappiamo che il sistema economico è sempre più legato a quello finanziario, che per essere efficiente si deve basare su un continuo aumento del volume degli scambi, oltre che su una perpetua e costante accelerazione. Questi presupposti tanto ovvi, quanto dolorosi, generano una serie infinita di paradossi. Come è possibile ad esempio pretendere che i paesi emergenti, chiamati non a caso “in via di sviluppo”, abbandonino l’ambizione di divenire nazioni industrializzate per riabbracciare economie preindustriali sicuramente rispettose dell’ambiente ma spaventosamente inefficienti? Oppure, pensiamo al golem cinese, nazione da un miliardo e mezzo di abitanti, e ormai potenza trainante mondiale che più consolida il suo potere economico più genera una quantità drammatica di problemi a livello globale. Dopo due decenni di crescita selvaggia e disordinata anche la Cina comincia però a mostrare segni di affanno: è quindi possibile che per guarire questa patologia l’esclusivo rimedio venga visto nella ripresa della crescita economica e industriale, quindi, di riflesso, nel depauperamento sconsiderato delle risorse naturali e nell’inquinamento?

A questo sistema di sviluppo e crescita assolutamente folle, l’unica soluzione possibile è altrettanto folle, e per di più improponibile, proprio perché minerebbe le basi concettuali stesse dell’economia globalizzata. Il solo rimedio sembra essere una sorta di anti-sistema basato sulla decrescita graduale della produzione industriale, sul rallentamento degli scambi finanziari e su un forte recupero di forme di autoproduzione e autoconsumo. Inoltre sarebbe forse il caso di prendere in maggiore considerazione teorie economiche come quelle formulate dal premio Nobel Amartya Sen relative all’economa del benessere. Ovvero di cominciare a valutare realmente le performance economiche di una singola nazione in base alla qualità della vita dei suoi cittadini, del loro livello di istruzione e dell’efficienza del sistema sanitario, e non solamente della crescita aggregata del Pil pro capite o della mera produzione agricola e industriale.

Tutti concetti che pronunciati in questo inizio di 21° secolo  faranno sicuramente accapponare la pelle a molti, ma proprio perché suonano come l’esatto opposto di quanto reputato finora cosa buona e giusta, possono forse costituire l’unica amara medicina per un sistema tanto malato quanto illogico. Perché anche il più sciocco tra gli sciocchi sa bene che arricchirsi a discapito del proprio benessere e della propria salute è una cosa veramente… schiocca.

http://www.ifioridelmale.it/articoli/salvare-il-pianeta-basta-balle


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