Quinto stato, il libro salvato dal macero

Oggi il quinto stato torna a vivere e si fa campagna, grazie alle reti di Macero No.

Il quinto stato è un libro attuale, vivente, multiforme. Un libro che continuerà a vivere a dispetto dell’editore Ponte alle Grazie che lo ha considerato uno yogurt scaduto, una mozzarella rancida, e dopo due anni lo ha mandato al macero.

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L’ordine è stato eseguito

Non c’è stato un ripensamento, né una liquidazione a prezzi stracciatissimi, prendi uno e compri tre: un dentifricio, un accappatoio, una cuffia per la piscina in cambio di un libro. Oggi il libro è una merce che scade e va al macero. Poteva essere un soprammobile o finire al mercatino delle pulci, sul banchetto a Porta Portese tra Dvd di un film indiano e il block buster di Bruce Willis. Tra gli scaffali sotto i portici di Bologna o Pisa, in umile attesa di un passante curioso che lo adotti come un trovatello, in compagnia delle lettere di Giuseppe Antonio Vogel, precettore di Leopardi, del teatro di Shakespeare, del libro di cucina di Benedetta Parodi. Invece, niente liquidazione. L’ordine è stato eseguito.

Dopo l’estate, al ritorno dalle vacanze, tipica abitudine del fordismo che scandisce la vita anacronistica del capitalismo italico, la decisione era stata presa. Una lettera di poche righe è stata spedita agli autori come una multa o una minaccia da Equitalia. Toccava decidere solo quante copie acquistare: un euro, un euro e 40, due euro. Troppo costoso mantenere a pochi centesimi al giorno lo spazio nel magazzino. Sono spese, oggi, non c’è dubbio, da far fallire un gruppo editoriale.

Nel magazzino dove ha passato gli ultimi due anni, al costo di pochi centesimi al giorno per uno spazio in affitto, bisogna far posto a nuovi titoli. Sembra che i libri siano come l’erba dei prati che rinasce più verde dopo il taglio. Ne tagli a migliaia e ne ricrescono altri. Così, per miracolo. Questo è il ritmo di produzione di un’industria senza futuro che produce libri senza lettori. E lettori che non hanno libri che parlano del loro presente come il Quinto stato. Non c’è tempo per trovare le differenze. Si tagliano, come i capelli. Sicuri che ricresceranno. Diversi ma sempre uguali. Ma come i fili d’erba, i libri non sono tutti uguali. Hanno una storia, hanno i loro lettori presenti e futuri. Bisogna cercarli, crearli. Un compito troppo ambizioso per gli editori. Questo oggi è il nostro lavoro.

Sono tutti SMUSI

Il quinto stato racconta una storia che arriva dal cuore del XVII secolo, si è riflessa nel 1792, la osserva negli anni Sessanta, le segue nel XXI secolo. Parla della condizione che accomuna Giovan Battista Piranesi e il freelance contemporaneo. La sua è l’invenzione di un’epica, la creazione di un’eredità. Perché non siamo orfani, esiste una costellazione epocale in cui abbiamo trovato sorelle e fratelli, viandanti e ribelli contro il lavoro salariato, povero, precario. Contro il ricatto della corvée in cambio degli spiccioli per acquistare il pane di giornata e un giaciglio.

Questa storia non è stata giudicata dai capitalisti degna di essere gestita come uno scarto. Nelle 42 biblioteche pubbliche dove oggi si può leggere il quinto stato viene usato un acronimo per i libri da macerare: “SMUSI”. Significa scorretto, inattuale; mediocre, superficiale, ordinario; usato, deteriorato, di sgradevole presenza, superato; inappropriato, incoerente con la linea editoriale, con il catalogo. Le biblioteche non l’hanno mandato al macero, il suo editore invece sì.

Alla notizia del rogo ho pensato alla futilità di scrivere un libro che racconta la vita di milioni di persone a partita Iva, a ritenuta d’acconto, con il contratto a termine, a somministrazione, il part-time, in nero, in grigio o, in generale, intermittente tra uno stato di permanente precarietà e quello della disoccupazione. Intermittente, volatile, intimamente fragile è la loro condizione. Altrettanto lo è l’esistenza di un libro che inizia a formulare una rappresentazione generale del lavoro dopo l’esplosione dell’universo del lavoro salariato, nel XXI secolo.

Precario è chi lo ha scritto, precario è chi lo ha impaginato e ha fatto il necessario e fondamentale lavoro di verifica, lettura e rilettura, permettendo allo scritto di assumere la forma attuale di libro. Quando il libro incarna il destino delle vite che racconta. Nei forni delle cartiere il primo, nelle lande oscure dell’oblìo della storia le seconde. Le nostre vite sono SMUSI.

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Cosa significa macerare

La scelta di mandare il quinto stato al macero è distruzione di valore. Non offre vantaggi economici per l’editore ed è un costo aggiuntivo. Si paga il trasporto dei volumi per chi poi effettua il macero. L’unica ragione è razionalizzare gli stock per ridurre i costi di magazzino. Oggi l’offerta della carta da macero ha superato la domanda delle cartiere. L’Italia è un Paese esportatore netto di questo materiale: 150 mila tonnellate di carta prodotta dalla raccolta differenziata e destinata al riciclo giacciono nei depositi. Macerare libri come il quinto stato produce inquinamento. Ogni chilo di carta riciclata produce circa 400 grammi di scarti tra pulper e fanghi di cartiera.

Macerare è anche un lavoro. C’è chi esegue obblighi come inviare una comunicazione all’agenzia delle entrate e alla guardia di finanza dove si elenca il prezzo di acquisto, il valore del riciclo, il giorno e l’ora previsti per la macerazione e la ditta incaricata di farlo. E prima di emettere la sentenza di morte delle copie invendute, la legge sul diritto di autore prevede che gli autori riacquistino le copie al prezzo pagato dall’editore per mandare al macero il loro libro. Acquistando alcune centinaia di copie abbiamo fatto risparmiare un capitalista. Il paradosso dà l’idea di cosa sia l’editoria in Italia.

È il mercato baby

Non vendi, vai al macero. Questo è l’imperativo dentro di noi, la legge sopra di loro. Ma qual è la differenza tra lo stampare un libro, mandarlo in libreria, inserirlo in un circuito di vendita nelle librerie e stampare 300 pagine alla stampante e volantinarle davanti ai centri per l’impiego? Il libro è un oggetto-merce, le fotocopie sono liberi pensieri stampati su un foglio senza valore.

Il problema è: i capitalisti sanno fare il loro mestiere? Sanno, ad esempio, trovare le recensioni sui giornali? Organizzare presentazioni, trovare il pubblico del loro libro? Organizzare la comunicazione, incanalare i segni nei canali dove le parole scritte prendono la forma di un discorso? In poche parole: sanno vendere le merci che producono?

Oggi gli editori mettono un marchio e stampano. Il libro è merce per le reti commerciali. Per 15 giorni va in libreria poi, come nella ruota del criceto, finisce nei magazzini. Lascia il posto ad un altro sullo scaffale. Il libro, se ha una comunità, se vive nella società, continua a muoversi nell’oscurità. Il suo valore è stabilito dal contesto che lo fa vivere nel tempo, producendo i suoi lettori. Questo tempo non c’è nell’editoria del macero. Non c’è il tempo per rilanciare un libro l’attività quotidiana di racconto, cronaca, editoriale sui quotidiani, nei video, nella società.

Nuova vita

Davanti a sé, il quinto stato macerato ha una vita decennale. L’incongruenza in cui sta vivendo è dovuta a due fattori: i capitalisti non sanno fare il loro lavoro. Invece di comprendere cosa pubblicano, distruggono il valore prodotto da chi lavora. Poi c’è una valutazione politica. Il quinto stato parla di quella che oggi è definita “innovazione sociale”. Nelle sue pagine non troverete parole come “start up”, “imprenditori di se stessi”, “talento”, “meritocrazia”. Usa un altro linguaggio, racconta il mondo di chi lavora conto terzi o cerca una collocazione al valore della sua creazione nella prospettiva di una costituzione civile e politica diversa da quella del “brand”, della commercializzazione del “capitale umano”, dell’uso dei beni comuni” come sinonimo di pulizia urbana delle strade fai-da-te.

Come merce oggi il quinto stato è un oggetto desueto. Come libro, invece, produce relazioni, costruisce contesti. Quando, nel 2011, ho pubblicato con Giuseppe Allegri La furia dei cervelli volevamo creare un libro network: una rete “popolata da una combattiva comunità di freelance, lavoratori indipendenti e di cittadini non riconciliati con la vita al tempo della crisi e dell’austerità”. Con il quinto stato, e grazie al fatto che è stato macerato, oggi pensiamo a una teoria del libro-contesto.

La vita di un libro è con-texere, tessere insieme, intrecciare. Produrre un contesto significa creare relazioni, ma anche contestare lo spazio in cui nasce e viene fatto morire un libro. In questa teoria, il libro diventa il vettore di ciò che il filosofo francese Deleuze chiamava “concatenamento”. Si concatenano idee e fatti, proposizioni e senso, azioni e immaginario. Contesto deriva anche da contenere. Cum+tenere. Che significa: tenere insieme, o fermo. L’aspetto collettivo del verbo è accompagnato dal suo essere riflessivo. Insieme ci teniamo, creiamo ciò che si tiene: un contesto.

Scrivere è il concatenamento tra prassi e linguaggio. Far vivere in quinto stato, significa tenersi insieme. Il destino di questo libro è quello di vivere insieme alle vite che racconta e produrre un contesto.

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Macero NO!

Nei giorni del rogo al quinto stato capita di essere l’unico libro, con quelli di Sergio Bologna, che racconta le ragioni che hanno spinto il governo Renzi ad aprire un percorso ancora indeterminato per discutere la condizione del lavoro autonomo professionale in uno statuto. Queste ragioni si trovano nei movimenti dei freelance che negli ultimi dieci anni hanno chiesto una giustizia sociale, fiscale, previdenziale per una modalità di lavoro che rappresenta il futuro della forza-lavoro attiva. In Italia come negli Stati Uniti, ad esempio. Il quinto stato può essere letto come una biografia o un assaggio dei tempi che arrivano.

Il quinto stato non sarà messo a tacere dalla censura del mercato. Troverà nuove case, nuove fughe, nuovi divenire. Oggi il quinto stato si fa campagna in tutta Italia, grazie alle reti di Macero No, grazie alle reti associate dei movimenti dei freelance e di tutti coloro che vorranno partecipare a questa impresa del racconto collettivo. Perché nel quinto stato si ritrova il destino di tutti i libri che non sono riducibili a uno scarto della nuova inquisizione.

Di pubblicato il 04/11/2015 su Quinto stato

http://www.lavoroculturale.org/quinto-stato-no-macero/


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