L’equilibrio del pugile

Che bello, come dire, quante sensazioni si mischiano nello stomaco, come fare a darne una descrizione del mix di emozioni, di pensieri che mi si sono creati in questi giorni dentro il corpo e il cervello?

di Mattia Tombolini

unnamedSono giorni che penso che avrei dovuto scrivere qualcosa, giorni che mi ripeto in testa che non è sempre tutto uguale a tutto, che oltre le forme retoriche c’è qualcosa di molto concreto e tangibile, c’è una materia fatta di tante cose, invisibile ma percepibile, elettrica forse, che circonda i momenti importanti, quelli che sembrano essere momenti veri, forse è vero, mi domando, che la felicità non può essere una condizione soggettiva ma deve essere per forza una condizione collettiva?Dipende da chi sei, forse, dipende da quali sono i tuoi valori, dipende… ma per me, e quindi per noi, è per forza di cose così, credo.

Sono arrivato ad Acrobax che non avevo mai sentito della storia di Antonio, avevo qualche volta sentito dire di Renato ma io venivo da un’altro mondo, molto vicino, ma distante.

Eppure dal primo momento le ho sentite storie mie, ho sentito queste forme di vita importanti per me, qualcosa che va oltre gli schemi della politica ed ha a che fare con la pancia ed il cuore (ed è qualcosa di molto politico) mi ha fatto sentire subito di essere investito di una responsabilità, quella di far vivere queste storie e queste persone.

Oggi è passato qualche anno e quando sento parlare di Antonio e di Renato da qualcuno mi sento coinvolto, mi sento come se stessero parlando di me, mi sembra di aver vissuto con loro, averci giocato, aver condiviso i momenti di lotta. I racconti dei miei compagni, che sono i compagni di Antonio, ogni racconto, porta con se un aspetto della personalità e nel tempo ha creato nella mia mente una figura stabile, precisa, con una voce, a volte mi sembra di conoscere il suono della voce di Antonio ma è ovviamente un’illusione. A volte lo ho sognato, ho sognato di trovarmi in un corteo insieme a lui ed era più grande di me e mi diceva “Mattì coprite che te se bevono”, una volta ho sognato che attacchinavamo a Testaccio, eravamo in tanti e lui faceva il palo all’angolo della strada che costeggia il Macro. Una volta ho sognato di ballare sotto cassa a una serata tekno insieme a Renato che rideva, c’era un casino e albeggiava.

E’ normale, senti parlare i tuoi compagni di loro e ogni volta il tuo cervello registra qualcosa che poi finisce che te lo sogni, ma nel tempo queste figure entrano realmente a far parte della tua vita, è così e diventa tua responsabilità anche quella di tener vive le loro storie, così come è tua responsabilità tener viva la storia della resistenza in Italia o quella della lotta di classe, ma in realtà è diverso.

Qualche giorno fa Acrobax era pieno di persone, di ragazzi e ragazze che con un enorme rispetto si prendevano a pugni. Un’iniziativa bellissima, organizzata da tanti compagni e compagne che non hanno mai conosciuto Antonio ma che ieri erano lì dalla mattina e da mesi a organizzare questo memorial.

Poi non parliamo di Renoize, di focene, tutta questa gente che col sorriso si fa un culo della madonna, dalla mattina a notte fonda a montare e smontare, i cortei le iniziative i circoli le sale studio, tanti dei quali non hanno mai conosciuto Renato.

E’ qui che mi sono trovato a pensare qualche giorno fa “lo vedi che le forme di vita non sono tutte uguali” …

Pensavo a tutti questi ragazzi e ragazze, quelli che ora hanno i figli e li portano con loro in ogni momento di questi, tutti quelli che come me sono arrivati dopo, da cosa sono mossi? Perché sentiamo così vicino queste storie, perché ci si riempie il cuore durante queste iniziative, perché piangiamo e ci sentiamo parte di queste vite?

La prima cosa che, in maniera scontata, verrebbe da pensare, è che sia Antonio sia Renato erano nostri simili, ragazzi come noi, che hanno avuto una morte come quella che potrebbe avere ognuno di noi, insomma può accadere a chiunque di fare un incidente in motorino durante una consegna, così come a ogni compagno potrebbe accadere di essere assalito dai fascisti, ma no, non è per questo.

La verità è che con loro non condividiamo solo la condizione precaria, tanto meno ci immedesimiamo e quindi ci sentiamo “più fortunati”, la verità è una e può sembrare una trovata retorica, ma non lo è, la verità è che con Antonio e con Renato, due persone totalmente diverse e con storie diverse, condividiamo i sogni.

Noi siamo sopravvissuti.

Cosa c’è di più concreto di un sogno? Cosa c’è di più vero? Quanto è forte un desiderio collettivo e quanto è forte muoversi insieme nelle differenze?

unnamed-2Mi incazzo poi quando penso a noi, devo pensare agli altri, alla nostra contro parte, a “loro”, tutti quelli che per noi rappresentano un problema.

Si, ci penso perché mi chiedo quanto valgano e quanto siano diverse le forme di vita, guarda Antonio, guarda che potenza, la forza di far muovere dopo 10 anni tante persone che non lo hanno neanche mai visto se non in foto.

Voi ve la sognate una cosa del genere, voi rosicate per questo, vermi striscianti, siete lì a guardarci dall’alto e vi dà fastidio il nostro non rassegnarci.

Ma a che servite, ma che ci state a fare? E parlo di tutti, non solo quelli più in alto, anche queste forme di vita di plastica che riempono le bacheche facebook, ma vi chiedete mai che cazzo ci state a fare a questo mondo? Voi che siete lì a ricoprire chissà quale ruolo, che siete li a salvaguardia del capitalismo e della finanza, o magari a fare gli impiccetti di quartiere per andare a prendervi la poltroncina, ma che cazzo ci state a fare?

Tu, Schauble, in carrozzella, che difendi la finanza, che con cinismo ti scagli contro i poveracci, che fai il gioco della banche, più ciniche di te, ma che cosa vivi a fare?

Quando la tua vita (infame) finirà nessuno piangerà per te (spero), nessuno si ritroverà dopo 10 anni ad abbracciarsi cantando una canzone fatta a posta per te, da quello che hai fatto nessuna generazione troverà un esempio, insulso nella vita come nella morte, destinato a strisciare, viscido con i tuoi viscidi collaboratori, non sapete cosa sia la fratellanza, non lo saprete mai, e come te mille ne siete.

No! le forme di vita non sono tutte uguali, la vita è diversa, è sbagliato dire che una vita vale l’altra che va rispettata la vita, non è così, c’è una guerra in corso ed è ai danni nostri.

Come un pugile stanco prendiamo una ripetizione di colpi, ci proteggiamo, dobbiamo tenere la guardia alta, dobbiamo muovere il tronco e il bacino, le gambe attive, con un occhio, dalla fessura delle due braccia, dobbiamo spiare come si muove il nostro avversario, percepire i suoi movimenti e quando si scopre essere pronti con un diretto a entrare e prenderci un punto.

Ma attenzione a non scoprirsi mai, capita troppo spesso mentre si attacca di scoprirsi e prendere il peggiore dei colpi.

Noi “movimenti “siamo un pugile e nella storia questo sbaglio di abbassare la guardia lo abbiamo fatto troppo spesso, di sentirci forti e sicuri e abbassare la guardia. Un pugile deve essere paziente, intelligente, strategico, deve vedere nei particolari il proprio avversario e capire come muoversi, capire quali colpi dare, quanti colpi dare, capire quando difendersi, se entrargli sotto o se stare a distanza, deve saper perdere e tornare sul ring, deve capire che il tempo degli infortuni è un tempo da assumere con saggezza, che non si rientra dagli infortuni con fretta, ma quando si è pronti.

Il pugile cammina in equilibrio e in quei sei colpi, in quegli automatismi provati e riprovati all’infinito, riesce a comporre una sinfonia, un’armonia, un misto tra istinto e pensiero calcolato che si incontrano in quella frazione di secondo, ma indietro non si torna.

La rabbia però, dio porco, quando ti svegli e pensi che tu Antonio non lo hai mai visto, non lo hai mai conosciuto e mai lo conoscerai veramente, e nemmeno Renato.

Quanto vorrei aprire la porta dell’abitativo e trovare Renato che si mangia un quintale di pasta prima di andare a qualche serata, sentire un intervento di Antonio in assemblea, litigarci, trovarmi a un corteo a guardaci negli occhi attraverso un passamontagna, cercare i fascisti in giro e cacciarli insieme da San Paolo, quanto mi incazzo a pensare che questo non è possibile.

Vorrei chiedervi una cosa compagni e compagne, ora che siamo infortunati e non riusciamo a salire sul ring prendiamoci cura di noi, andiamo in “palestra” a sudare e farci il culo, prepariamoci e promettiamoci che saliremo di nuovo sul ring quando saremo pronti, che senza paura saremo pronti ad attaccare e a difenderci ricordandoci sempre che la mano che non colpisce protegge e senza mai sottovalutare l’avversario che è forte, è più alto, è più allenato e ci ha battuto più volte .

Tonerà il momento in cui stare spalla a spalla per strada a “coprirci il volto per farci vedere”.

Se c’è una magia nella boxe è la magia di combattere battaglie al di là di ogni sopportazione, al di là di costole incrinate, reni fatti a pezzi e retine distaccate. È la magia di rischiare tutto per realizzare un sogno che nessuno vede tranne te.”
-Morgan Freeman-

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http://www.deriveapprodi.org/2016/01/lequilibrio-del-pugile/


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