Splende ancora la stella nera del Duca Bianco

Massimo Del Papa

Blackstar, il raggelante art-rock di David Bowie

Splende ancora la stella nera del Duca Bianco. Che torna con Blackstar: 7 pezzi tachicardici per un disco poco definibile. Ma imprescindibile come l’artista (ft).

David Bowie è nato a Londra l'8 gennaio 1947.

Esattamente tre anni fa David Bowie si levava dalla bara in cui era stato frettolosamente depositato proponendo il singolo Where Are We Now?, preludio a un disco inaspettato e inaspettatamente bello: c’erano voluti 10 anni di diagnosi infauste, di smentite e di attese per consegnare al mondo The Next Day, che suonava, nelle parole del produttore storico Tony Visconti, «Come il Bowie di ieri, quello di oggi e quello di domani».

Lo era: e chi avrebbe sospettato che si risolvesse in un sontuoso, prolisso biglietto da visita per il più stringato Blackstar, uscito l’8 gennaio (guarda la gallery)?
E Blackstar comincia dove The Next Day finisce, dagli incubi fondi di Heat. Scortato da peana a prescindere, da parte di una critica che sembra avere ritrovato timore reverenziale verso il Duca Bianco, il disco è interessante, ma probabilmente resterà nel canone boweiano come uno stimolante rigurgito di sperimentalismo laddove The Next Day resterà come un grande album, forse l’ultimo, di grandi canzoni.
UN DISCO DI SOLO SETTE BRANI. Blackstar è breve, tachicardico, raggelante, all’apparenza più coraggioso, in realtà meno audace del predecessore perché appunto si rifugia nell’inafferrabilità, nel confortevole effetto-Biennale per cui se una cosa non la capisci, è colpa tua.
Solo sette brani, allungati, stiracchiati a volte, sintesi di frammenti disparati, due già scoperti nella superraccolta Nothing Has Changed e qui ridefiniti, uno,Lazarus, forse il migliore, scelto non a caso come tema principale del musical con Enda Walsh, ideale seguito de L’uomo che cadde sulla terra.

Appena 41 minuti di musica i cui singulti riportano ora alle infatuazioni elettroniche di metà anni Novanta, ora a Little Wonder, ora più avanti fino ad Heaten, ma anche retrocedono, quando si vuol giocare sul sicuro, fino alla sempiterna elegia di Life On Mars.
Così nella inafferrabile mastodontica apertura eponima, 10 minuti che si aprono con un canto gregoriano da ventunesimo secolo per dipanarsi in allucinazioni progressive.
David come un gatto gioca a disfare la sua materia sonora, a riaggrumarla in sensi caotici che non disdegnano suggestioni alla Innuendo, l’ultimo album dei Queen del 1991.
COME VIDEOCLIP DI LANCIO UN VERO CORTO. Seicento secondi che suonano eventualmente faticosi senza l’ausilio immaginifico di quel capolavoro di videoclip, un corto a tutti gli effetti, che offre un Bowie inquietante al suo meglio: appesantito ma non meno capace di confondere le possibilità.
Nell’esegesi di questo audio-video se ne sono sentite di tutti i colori: «Ce l’ha con l’Isis», «Macché, ce l’ha con la civiltà occidentale all’eterno tramonto», «No, è contro la tecnologia che fagocita se stessa», «Ma va’, sta solo pigliando in giro, anzi in guru, l’esoterismo da new age in saldo». Ci manca solo che qualcuno ci legga una critica a Grillo e Casaleggio.
Qualsiasi cosa Lazzaro voglia dire, in ogni modo, non è rassicurante, porta il senso di una decomposizione incombente e inevitabile.
Detto brevemente delle già conosciute Sue (Or in a season of crime) e Tis a pity she’s a whore, (da un’opera del 1629 che trattava di incesto), qui paradossalmente sottratte all’enfasi elettronica e restituite al rock in virtù di sintesi ritmiche davvero suonate. Merito del mercuriale batterista Marc Guiliana, che riprende la tradizione jazzistica di certe poliritmie esotiche e le rende due esempi diversamente tetri di art rock compromesso col jazz sperimentale.

Passiamo a Lazarus, altro singolo dopo Blackstar. È bella: è veramente bella. Oppressiva e oscura, scandita dal sax di Donny Mc Caslin, che dirige la jazz band scovata da Bowie a New York e messa al lavoro su un disco di art rock – e qui c’è il colpo di genio del musicista che conosce la musica, che scopre l’uovo di Colombo ma lo sa cucinare alla perfezione.
La performance di questo combo di suonatori, che meritano tutti la menzione, da Ben Monder, chitarre, a Tim Lefebvre, basso, a Jason Linder, tastiere, è notevole perché puntella, rendendolo spiazzante, un lavoro che tra i suoi meriti ha quello di proporre alternativamente tracce di ortodossia a momenti elettronici senza nessuna forzatura, senza aborti di adattamenti, come spesso succede in artisti stagionati che vogliono modernizzarsi.
DAVID, MODERNO PER DEFINIZIONE. Bowie non si modernizza, Bowie è moderno per definizione, per sensibilità. Le sue partiture, se per l’elettronica nascono, nascono elettroniche, in modo credibile, più avventuroso, per fare un nome, dei Tortoise, anche loro in rampa di lancio a fine mese con il nuovo The Catastrophist che sfoggia un nuovo concetto di post rock contaminato.
Lazarus, dicevamo, è bella, è raggelante, decadente, di intensità severa d’altri tempi, e poteva benissimo trovare posto su The Next Day: per cifra concettuale, per densità autoriale.
Perché, sì, questo Blackstar è un album infingardo, dove i piani di modernità si intersecano e si smentiscono: al netto degli orpelli, c’è molta classicità dissimulata qui dentro, ci sono evocazioni di sé che, come e forse più che nel disco precedente, scavano nelle decadi, i Settanta, addirittura gli Ottanta diAbsolute Beginners e dintorni.

Prendi l’intrigante Girls Loves Me, sinistra, spietata, dove le percussioni di Guiliana si scatenano in potenza marziale su tappeti sia elettronici che di richiami vocali. Anche meglio, e ancor più nostalgica dall’eterea introduzione su echi di piano contrappuntati da languori di sax (pare addirittura un passaggio dei Supertramp), Dollar Days, che sfoggia un tema sfrontatamente Seventies: ora anche la ritmica si calma, si adegua alla percettibile esigenza di costruire una tipica, grande ballata boweiana.
Il finale è autoreferenziale, con le sue tastiere in flusso, gli inserti di sax, le divagazioni chitarristiche di sfondo a intessere un tipico dinamismo anni Ottanta, anche se questa volta la melodia circolare di I Can’t Give Everything Away non pare particolarmente trascinante, risolvendosi in un atteggiamento più introflesso introspettivo.

Così si chiude un disco poco definibile, che lascia dubbi all’ascolto, che lascia interrogarsi sulla sua effettiva consistenza, se sia cioè più autorevole o pretenzioso, figlio più dell’urgenza o del calcolo.
Blackstar ha comunque il merito di tenere alte le quotazioni di un personaggio tornato ingombrante: non si dimentichi che, quando nel 2004 Bowie venne folgorato dall’attacco coronarico nel corso del tour di Reality, le sue credenziali erano in discreto ribasso.
Le sue infatuazioni sperimentalistiche ed elettroniche erano state ridimensionate, bollate come passi falsi i dischi sotto l’egida Tin Machine, incomprese le escursioni nel drum and bass, nella jungle e nell’industrial, stroncati (non da tutti) i relativi concept album, e negli anni Duemila qualcuno giudicava senza mezzi termini patetici i suoi tentativi di rilancio: un dinosauro in estinzione.
BOWIE, IMPRESCINDIBILE ALL’ALBA DEI 70 ANNI. Ci sarebbe voluto lo spazio della lunga convalescenza per riabilitare la penultima stagione di Bowie.
Quanto all’ultima, è stata intelligentemente calibrata sulle assenze, che ne hanno rinverdito l’inafferrabilità.
Oggi David Bowie è tornato imprescindibile all’alba dei settant’anni (li finirà tra un anno esatto, ma li ha principiati oggi), anche grazie a questo nuovo episodio, la cui stella nera brilla forse più di luce riflessa che reale, ma che lo stesso non si lascia sottovalutare.
È il pregio dei grandissimi, dei pochi che nella vecchiaia sanno custodire ancora scintille di eternità.

http://www.lettera43.it/firme/blackstar-il-raggelante-art-rock-di-david-bowie_43675229269.htm

LETTERA43


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