Vita da vignettista condannato a morte

“Non posso nascondermi e sperare che passi tutto: loro non dimenticano. C’è una paura immensa. Nessuno scrive o dice più niente”. Intervista a Lars Vilks, l’artista in cima alla lista dei terroristi islamici, dopo Charlie Hebdo

Lars Vilks

Roma. Dopo la strage di Charlie Hebdo c’è stato l’attentato al caffè di Copenaghen. Perché nella “hit list” dei terroristi islamici, accanto al nome di Stéphane Charbonnier, il direttore del settimanale satirico francese, c’era quello di un artista svedese: Lars Vilks. E c’era proprio lui, un anno fa, dentro al caffè Krudttonten della capitale danese. Il commando quel giorno voleva uccidere lui, il settantenne artista anarchico Lars Vilks. Al suo posto assassinarono un regista finlandese, Finn Nørgaard. Un anno dopo il massacro dei giornalisti francesi al numero dieci di Rue Nicolas-Appert a Parigi, Lars Vilks vive come un fantasma. E c’è da capire perché: arrivano da tutto il mondo per fargli la pelle.

Oggi Vilks è seguito da cinque guardie del corpo munite di armi automatiche. Chi vuole incontrarlo deve presentare alla polizia svedese un modulo, specificando anche le attrezzature del giornalista (“bloc notes, penna, registratore, telecamera…”). Se qualcuno nota la sua presenza, il servizio di sicurezza gli cambia immediatamente casa. Vilks si muove in continuazione. Per proteggerlo, il governo svedese spende venti milioni di euro all’anno. Quando partecipò a un incontro all’Università di Karlstad, in Svezia, nella sua prima apparizione pubblica dopo l’attacco al caffè di Copenaghen, a sorvolare l’edificio dove parlava Vilks c’era un elicottero della polizia e fuori un cordone di cinquanta poliziotti armati fino ai denti. Un metal detector era stato portato per controllare il pubblico. La stanza doveva essere rigorosamente senza finestre. Era la tana del vignettista.

Vilks nel 2007 si era visto censurare da diversi musei svedesi alcuni disegni su Maometto. I tre maggiori quotidiani del paese e una testata locale allora le pubblicarono per protesta. Da allora, un susseguirsi di minacce e attentati. Si comincia con una piantina della sua casa trovata nelle mani degli islamisti, per continuare con una taglia che al Qaida in Iraq promette per chi riuscirà a farlo fuori: centomila dollari, compreso un macabro bonus del cinquanta per cento se il disegnatore “sarà sgozzato come un agnello”. Nel 2010 sette persone di religione islamica, quattro uomini e tre donne, vengono arrestate in Irlanda sventando un complotto per assassinare il disegnatore, un video da Mogadiscio mostra un islamista che promette di colpire Vilks, all’Università di Uppsala l’artista viene aggredito al volto, poi un incendio gli devasta la casa a Nynashamnsvage, fino alla condanna di Colleen LaRose, l’americana nota col nome di battaglia di “Jihad Jane”, complottava per uccidere Vilks. Fino a quel caffè danese.

“Sono stato attaccato a Copenaghen un anno fa e da allora sono in pericolo”, racconta Lars Vilks in questa intervista esclusiva al Foglio. “Quel giorno, la polizia mi portò via: guidai al telefono i poliziotti nella mia casa per recuperare le cose cui tenevo di più. Non posso fare più apparizioni pubbliche, perché qualsiasi cosa può succedere. Oggi vivo in una località segreta, sempre protetto notte e giorno dalle guardie del corpo svedesi. Se voglio andare al ristorante, nessuno deve sapere dove e quando. La polizia deve preparare il posto. Lo stesso se voglio andare al cinema. Una esibizione all’università o in una galleria d’arte non deve essere annunciata, mi presento e basta. Vivo in questa condizione da cinque anni. Però lavoro, creo, penso, continuo a fare il mio mestiere di artista. Sono ancora qui, non me ne vado da nessuna parte. E smettere non avrebbe senso, tanto gli assassini non dimenticano. Non puoi scomparire e sperare che tutto vada bene. Quando hai fatto qualcosa di ‘sbagliato’, non puoi svanire. Se entri nella lista, ci resti. Nel 2007 ho pensato che avrei potuto uscire di scena. Tre anni dopo hanno provato a uccidermi. Loro non dimenticano mai”.

Cosa provò un anno fa alla notizia che a Parigi, nella capitale della cultura europea, erano stati uccisi, uno dopo l’altro, dei vignettisti? “Conoscevo i giornalisti di Charlie Hebdo, perché vennero a Copenaghen a ritirare un premio. E’ stato un grande dolore sentire dell’attacco, anche perché sono stati attaccati pure da morti”. Ha senso continuare con la critica all’islam? “L’islam è un sistema politico oltre che una religione e dobbiamo avere il diritto di parlarne e di criticarlo come facciamo con ogni altro sistema politico. La political correctness ha reso ogni parola pericolosa”.

Lei è l’unico cittadino svedese a vivere in una condizione simile. Ha ricevuto solidarietà? “L’opinione pubblica nel mio paese è stata quasi sempre ostile, anche se tanti mi hanno mandato messaggi di affetto. Per molti, per i più, sarebbe meglio se non esistessi, sono un problema. Sono diventato un uomo che sparge terrore e paura. Sono radioattivo”. Che succederà ora? Avremo ancora più autocensura o ci sarà una forma di rivolta? “Sono ottimista, perché peggio di così non può andare”. In che senso? “La cosa peggiore non è l’uccisione dei vignettisti, ma che tutti adesso hanno paura. C’è una paura immensa. Nessuno scrive o dice più niente”.

di Giulio Meotti per IL FOGLIO

http://www.ilfoglio.it/cultura/2016/01/09/vita-da-vignettista-condannato-a-morte___1-v-136824-rubriche_c149.htm


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