“The Hateful Eight”, l’ultimo capolavoro di Tarantino

The Hateful Eight, il trailer

Alta tensione, ritmi serrati e un cast d’eccezione per l’ultimo capolavoro di Tarantino

 

Genova – I l cinema di Quentin Tarantino non fa prigionieri. Non li ha mai fatti. Tanto meno il suo ottavo spartito. “The Hateful Eight” (dal 4 febbraio nelle sale) è una mannaia inesorabile che si abbatte ancora sul western in una folgorazione spiazzante, studiata come una partita a scacchi dalle folli e geniali strategie mentre infuria la bufera della morte e la fiera delle atrocità in un mercato spietato di carogne.

Fucili, pistole, coltelli, nodi scorsoi per impiccare nel quasi non importa chi e non conta come da ambedue i lati della corda. Tarantino impone un personalissimo marchio a fuoco, uno stile affilato e cesellato all’interno di una concezione del racconto che s’impenna, abbandonando, più che in “Django Unchained”, la propria vocazione alla citazione.

Dimenticate il West classico e l’epopea americana dove l’etica tracciava un solco per separare quanto appariva come legge e quanto affiorava come devastante disordine eversivo. In “The Hateful Eight” i buoni sono sempre moralmente discutibili e restano confusi tra i molti brutti e cattivi: nessun tentativo di rappresentare o rimodellare una Storia presunta, ma solo la spirale selvaggia del tutti contro tutti nell’unico segno che riassume gli umani conflitti e i rapporti di forza: la violenza.

In un turbinio di neve che travolge il Wyoming, una diligenza, con a bordo il cacciatore di taglie John Ruth (Kurt Russell) e la sua preda, del valore di 10.000 dollari, Daisy Domergue (Jennifer Jason Leigh) destinata ad essere appesa a Red Rock, deve imbarcare, causa lo scatenarsi degli elementi, il nero bounty killer ex maggiore della cavalleria nordista Marquis Warren (Samuel L. Jackson), che si porta appresso tre cadaveri che gli faranno riscuotere 8.000 verdoni, e un altro reduce della Guerra Civile, ormai terminata da anni, il feroce ribelle, razzista e razziatore della sconfitta Confederazione, Chris Mannix (Walton Goggins), che giura di essere il nuovo sceriffo della città che non potranno raggiungere subito.

Sotto la sferza della tempesta bisogna fare tappa nella stazione di posta di Minnie. Ma né la padrona né il marito sono ad accogliere cavalli e passeggeri: un messicano avverte di essere il loro momentaneo sostituto, mentre all’interno si scaldano come possono un boia inglese (Tim Roth), un cow boy (Michael Madsen) in viaggio per trascorre il Natale con la madre, e un vecchio generale sudista (Bruce Dern) in visita alla tomba del figlio.

Raccontare di più meriterebbe una pallottola in fronte. Ci sono maschere e identità da strappare in una crescente tensione-suspense dove al bianco del paesaggio si oppone il rosso del sangue da versare. E sarà così, sino all’epilogo irridente scandito da una lettera di Lincoln.

Aria aperta da fulgido realismo e climax parossisticamente concentrazionario nella locanda-emporio dove l’immaginazione di Tarantino non ha nessuna esitazione a stazionare come su un palcoscenico sul quale, però, la macchina da presa abbatte pareti e steccati d’allestimento, esigendo che la prevalenza del cinema di Frontiera scriva sequenze nient’affatto soffocate e teatrali, nonostante che l’azione sia sempre gonfia di dialoghi in una verbosità non nuova per l’autore perché la parola è anch’essa uno strumento violento, come una pugnalata, una boccetta di veleno o uno sparo.

Il gioco al massacro, in un film a capitoli, aiutato dal raccordo di una voce fuori campo e dalla musica miracolistica di Ennio Morricone, ha connotazioni a scatole cinesi, ossessive e sorprendenti come in un “Rashomon” dove le versioni degli accadimenti sono dettate dalle uccisioni. La cronologia va avanti e indietro, dispiega i suoi diversi punti di vista, si diverte con un nascondino pericoloso, si tinge di un odio per la pelle scura che rimanda in metafora all’America oggi e dispiega una choccante esecuzione sadico-sessuale.

Se l’incipit può ricordare “Ombre rosse” e la tradizione del western hollywoodiano, la seconda parte nei suoi eccessi d’emoglobina, nella frenesia del montaggio e nella composizione dell’inquadratura ha ben in risalto il metodo all’italiana (i due Sergio: la dilatazione temporale di Leone e l’efferatezza glaciale del “Grande silenzio” di Corbucci”), aggiungendo, strato a strato, il dosaggio noir del mystery (i colpevoli da inchiodare) e dell’horror (Daisy ha le stigmate anche fisiche della strega) in una saga di fantasmi , dai personaggi alla classicità che fu. La prova eccellente del cast è la punteggiatura che Tarantino esalta per essere esaltato. Una carica trionfale del grottesco pulp con la Colt in pugno.


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