Quo vado?(Italia, 2016, 86′) ha incassato più di Star Wars:Episodio VII – Il risveglio della forza, ed è stato distribuito in 1500 copie, contro le 800 del suo diretto rivale. Tenendo conto del gran numero di multisala, si stima sia stato programmato in 60 cinema su 100. Ora però lasciamo calcoli e incassi e veniamo al film girato da Gennaro Nunziante e interpretato da Luca Medici, in arte Checco Zalone. E anche al dibattito filosofico che ne è venuto: sono snob quelli che lo hanno snobbato, o sono snob quelli che non lo hanno snobbato?

Checco, dunque, è un italiano tipico. Essendo un italiano tipico, è legato al tipico ideale del posto fisso come una patella allo scoglio. Ma ha anche altri valori, tutti tipici. La donna della sua vita è la sua mamma, nelle funzioni di cuoca, sguattera e guardarobiera. Quanto al lavoro, ahinoi, quello stanca. Molto meglio è lo stipendio, per di più raddoppiato a dicembre. Checco così spiega questa tipica usanza italica a un “buon selvaggio” incontrato in una foresta africana: è come se la tua freccia prendesse un cinghiale al mese e a fine anno, per magia e senza fatica, ne prendesse due (forse a causa dell’anello al naso, il selvaggio tiene per buona la similitudine). Ma non cediamo all’entusiasmo e procediamo con ordine, nonostante la sceneggiatura (degli stessi Nunziante e Zalone) vada avanti senza darsene pensiero, d’un qualunque ordine. Accade dunque che l’ottimo Checco rischi di perdere il suo posto fisso in Provincia. Il governo ha deciso di abolirle, le provincie. Dopo quindici anni di timbri, lui però non si lascia rottamare. Piuttosto che firmare le dimissioni, accetta trasferimenti ovunque, anche in un centro di ricerca al Polo Nord. E lì incontra Valeria (Eleonora Giovanardi), una scienziata belloccia e, dispiace dirlo, un poco tonta. Sennò, come potrebbe mettersi con un trentottenne bruttino che al suo attivo ha solo la pancetta debordante dalla cintura? Ma tant’è, the show must go on, come dicono gli americani (che però li sanno scrivere, i film). Dopo qualche mese di rieducazione in Norvegia – dove ha modo di apprezzare la tipica civiltà nordica –, il nostro scopre in tivù che Romina e Al Bano son tornati insieme. È troppo. La nostalgia lo richiama in patria. E in patria, tipicamente… Fermiamoci qui. Già Nunziante e Zalone non sanno dove andare, e però insistono ad andarci. Se vi si guasta anche l’imprevisto, chi ci entra più, in quei tali 60 cinema su 100?

Eccoci dunque al dibattito filosofico. È più snob chi snobba o chi non snobba? A favore della prima ipotesi c’è l’entusiasmo degli spettatori. Così sostengono gli snob che non snobbano. E hanno qualche ragione. A parte gli Aldo, Giovanni e Giacomo di ormai molti anni fa, da tempo gli italiani non sanno quale sia davvero il mestiere del comico. Quando va bene, lo confondono con l’imitazione più o meno satirica del potente di turno. In questo senso, Zalone ha l’aria di essere l’occasione per farsi qualche risata all’antica. C’è poi il punto di vista degli snob che snobbano il Cozzalone (come si sa, l’etimo di Checco Zalone è “che cozzalone”, “che zoticone”). Anche a loro non si può dar torto. Il comico Luca Medici è molto, troppo per bene. Dalle sue gag sono bandite capriole di senso e cattiverie. Ma il comico non è comico se non fa capriole di senso, e se non è cattivo, o verso di sé o verso il pubblico o verso il potere. Per intenderci, cattivo e assurdo era il grandissimo Alberto Sordi degli anni 50, che però agli italiani era antipatico. E non è un caso che nel nostro ricordo oggi sia più vivo quello della maturità e della vecchiaia, inclinato verso un perbenismo che si faceva moralismo.

Chi poi non sia snob, né in un senso né in un altro, si domanderà perché davvero un piccolo film mal scritto e qua e là mal recitato abbia trionfato in 60 cinema su 100. La risposta è già nella domanda: lo hanno programmato in 60 cinema su 100, ed è questo il motivo, banalissimo e concretissimo, per cui ha incassato più del settimo Star Wars.

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