Una scena del film “I giorni dell'abbandono” (Olycom)Nel 1991, quando stava per essere pubblicato il suo primo romanzo, “L’amore molesto”, l’autrice scrisse una lettera ai suoi editori italiani. «Credo che i libri, una volta scritti, non abbiano bisogno dei loro autori. Se hanno qualcosa da dire, prima o poi troveranno lettori; in caso contrario, no… E inoltre: non è forse vero che promuoverli è costoso? Io sarò lo scrittore meno costoso della casa editrice. Vi risparmierò perfino la mia presenza».

La scrittrice meno costosa, forse, ma di sicuro la più enigmatica, e ormai anche quella di maggior successo. Da allora sono stati tradotti in inglese sette suoi romanzi, pubblicati sotto lo pseudonimo di Elena Ferrante, colei che è diventata la scrittrice vivente di fiction italiana più famosa. A settembre è stato pubblicato in inglese “The Story of the Lost Child” (“Storia della bambina perduta”), il quarto e ultimo romanzo della sua saga napoletana, le cui vendite ormai hanno raggiunto negli Stati Uniti le 750mila copie, mentre nel Regno Unito si avvicinano alle 250mila. Le edizioni straniere sono ferme a 39.
Col crescere della fama di Ferrante, si sono moltiplicate anche le varie congetture: i libri sono stati scritti davvero da Sandro Ferri, l’editore italiano? O forse da Sandra, sua moglie e socia in affari? Ferrante è un uomo? (Inverosimile, se avete letto i libri.) Può darsi che siano stati scritti dalla sua traduttrice inglese, Ann Goldstein?
In quella prima lettera, Ferrante lasciò aperto un unico canale: «Mi farò intervistare soltanto per iscritto, ma preferirei limitare le interviste al minimo indispensabile». Il mese scorso ha acconsentito a concedere una delle sue rare interviste per questo numero speciale di FT Magazine.

Grazie a queste comunicazioni saltuarie siamo a conoscenza di alcune informazioni sommarie riguardanti la sua vita. È nata e cresciuta a Napoli. Il periodo coperto dai suoi romanzi lascia intuire che la sua infanzia sia stata più o meno negli anni Cinquanta. Ha effettuato studi classici ed è stata, o è, sposata. Ha figli (ha riferito al “New York Times” che la sua scrittura «spesso è entrata in conflitto con il mio amore verso di loro»).

In Italia c’è stato un intervallo di dieci anni tra la pubblicazione del primo e del suo secondo romanzo, “I giorni dell’abbandono”. L’incipit (“Un pomeriggio d’aprile, subito dopo pranzo, mio marito mi annunciò che voleva lasciarmi. Lo fece mentre sparecchiavamo la tavola…”) ha immediatamente trascinato i suoi lettori nella violenta catarsi emotiva che sarebbe seguita.

Nel 2013, subito dopo la pubblicazione in inglese di “My Brilliant Friend” (“L’amica geniale”), il primo dei romanzi napoletani, James Wood, critico letterario del “New Yorker” ha scritto l’articolo che ha consacrato il talento di Ferrante: «I suoi romanzi sono intensamente e violentemente personali … Sembra quasi che facciano balenare davanti agli occhi del lettore che nulla sospetta una serie decisiva di confessioni». Il contenuto «spesso è schietto in modo sconvolgente: maltrattamenti infantili, divorzio, maternità, la voglia di avere o non avere figli, la noia del sesso, il ribrezzo del corpo, la lotta disperata della voce narrante per mantenere una solida identità all’interno di un matrimonio tradizionale». Questi argomenti saranno poi affrontati nei tre romanzi ambientati a Napoli che seguono. Al centro di tutti ci sono due amiche, Lenù e Lila, che crescono insieme a Napoli. Raccontata da Lenù, che diventa scrittrice, la loro amicizia si dipana in una compagine di personaggi i cui complessi rapporti condurranno i lettori attraverso decine di anni di lotte, di femminismo emergente e di cambiamento sociale.

I libri di Ferrante sono diventati un’ossessione letteraria, particolarmente per le donne che trovano l’accuratezza emotiva della sua scrittura così reale da sentirla e farla propria. LE DOMANDE E LE RISPOSTE DI ELENA FERRANTE Quando ha iniziato a scrivere? A partire dalla tarda adolescenza. Lei ha detto di aver scritto a lungo senza avere l’intenzione di pubblicare, e nemmeno di far leggere ad altri ciò che stava scrivendo. Agli inizi quale funzione ha avuto per lei la scrittura? Scrivevo per imparare a scrivere.

Sembra che i suoi romanzi abbiano a che vedere con i limiti – emotivi, geografici, sociali – e con ciò che accade quando li si varca o li si abbatte. Pensa che ciò riguarda in particolare le donne di una certa età o classe sociale, oppure è un fenomeno che riguarda tutti? Intorno alle donne si continuano a tracciare perimetri, e parlo delle donne in generale. Niente di male se si trattasse di una autoregolamentazione: i limiti sono importanti. Il problema è che non solo i limiti sono fissati da altri, ma noi stesse.

I quattro volumi dell’Amica geniale sono la mia storia, certo, ma solo nel senso che sono stata io ad assegnarle la forma del romanzo e a usare le mie esperienze di vita per nutrire di verità l’invenzione letteraria. Se avessi voluto raccontare i fatti miei, avrei stabilito un altro tipo di patto col lettore, gli avrei segnalato che si trattava di un’autobiografia. Non ho scelto la via autobiografica né la sceglierò in seguito, perché sono convinta che la finzione, se ben lavorata, è più carica di verità. Ci può spiegare perché ha deciso di tenere segreta la sua identità – di mantenere questa “assenza”, come ha detto, rispetto al mondo editoriale e alla promozione dei suoi libri? Ritengo che sia un errore, oggi, non tutelare la scrittura garantendole uno spazio autonomo, lontano dalle logiche dei media come del mercato. La mia piccola battaglia culturale, che dura da quasi venticinque anni, si rivolge soprattutto ai lettori. Penso che l’autore vada cercato non nella persona fisica di chi scrive, non nella sua vita privata.