Bayer, IG Farben

bayer ig ferbenE adesso, seduto a bere caffè sintetico nell’ufficiodi Frithuric Burckl alla Buna-Werke, avevo davanti a me un’altra lettera. “Egregio signore” iniziava. Il Corrispondente era il capo del personale della Bayer, la ditta farmaceutica (una sussidiaria della IG Farben), e il destinatario era Paul Doll.

Il carico di 150 donne è arrivato in buone condizioni. Non siamo riusciti tuttavia a ottenere risultati decisivi perché sono morte tutte durante gli esperimenti. Le chiediamo cortesemente di inviarci un altro gruppo della stessa entità e allo stesso prezzo.

Ho alzato lo sguardo e ho detto: – A quanto sono le donne?

  • centosettanta RM a testa. Doll ne ha chiesti duecento, ma la Bayer l’ha fregato spuntandola a centosettanta.
  • E cosa stavano testando alla Bayer?
  • Un nuovo anestetico. Hanno un tantino ecceduto. Evidentemente – . Burckl si è appoggiato allo schienale e ha incrociato le braccia (I capelli neri rasati, gli occhiali dalla montatura spessa). – Gliel’ho fatta vedere perché penso sia indicativa. Indicativa di un atteggiamento colpevole.
  • Colpevole, signor Burckl?
  • Sì, colpevole, signor Thomsen. Le donne sono tutte morte di colpo? Hanno ricevuto tutte la stessa dose? Sarebbe la meno stupida delle spiegazioni. Sono morte tutte assieme? A una a una? Il punto è che alla Bayer stanno ripetendo gli stessi errori. E noi uguale.
  • Quali Errori?
  • Ebbene. Ieri sono passato dal Cortile e una delle squadre di lavoro stava trascinando un ammasso di cavi alla sottostazione. Con la solita andatura veloce e barcollante. E uno di loro è crollato. Allora il Kapò ha iniziato a bastonarlo da fargli sputare l’anima, e un inglese dello Stalag è intervenuto. Com’è e come non è, si è ritrovato coinvolto anche un sottufficiale. Risultato? Il prigioniero di guerra perde un occhio, l’Haftling si becca una pallottola nel cranio e il Kapò finisce con la mascella rotta. E prima che i cavi arrivassero alla sottostazione sono passate altre due ore.
  • Quindi lei cosa suggerisce?
  • Trattare la manodopera come materiale usa e getta è enormemente controproducente, signor Thomsen. Dio mio, quei Kapò! Che problema hanno?

Ho detto: – Be’. Se un Kapò, a detta di un sottufficiale, non fa la sua parte, perde il suo status.

  • Mm. Razioni ridotte e compagnia.
  • Peggio ancora. Più tardi il giorno stesso lo menano a morte. Burckl si è accigliato. Ha detto: – Davvero? E chi? I sottuffciali?
  • No, i prigionieri.

Burckl è ammutolito. Poi ha detto: – Vede, questo va a sostego della mia teoria. La catena della violenza. Sono tutti smaniosi di violenza. È un clima psicotico. E non funziona. Siamo in alto mare, dico bene, signor Thomsen.

Il Nostro termine era la metà dell’anno prossimo.

  • Oh, non saprei, – ho detto – Procediamo a dovere.
  • La Cancelleria infierisce sul Vorstand, Il Vorstand infierisce su di noi. E noi inferiamo su… Cristo santo, guardii un po’ là fuori.

Ho guardato un po’ la fuori, a catturare la mia attenzione, come sempre (avevo anch’io un ufficio alla Buna, e passavo molte ore davanti alla finestra), a catturare la mia attenzione non sono stati gli uomini con l’uniforme a strisce che si mettevano in fila o si precipitavano a formare i ranghi o si impigliavano gli uni negli altri in una specie di mischia a centopiedi, muovendosi a velocità innaturale come comparse in un film muto, più veloci di quanto la loro corporatura o le loro forze consentissero, come obbedendo a una manovella azionata freneticamente da una mano furiosa; a catturare la mia attenzione non sono stati i Kapò che urlavano addosso ai prigionieri; né i capireparto in tenuta da lavoro che urlavano addosso ai sottufficiali delle SS. No. A catturare il mio sguardo sono state quelle figure cittadine in abiti borghesi, progettisti, ingegneri, amministratori degli stabilimenti della IG Farben a Francoforte, Leverkusen, Ludwigshafen, con i loro taccuini rilegati in pelle e metri avvolgibili gialli, che procedevano schizzinosamente un piede dopo l’altro tra i corpi dei feriti, degli svenuti, dei morti.

da “La zona d’interesse” di Martin Amis


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