I 150 anni di Delitto e castigo

La grandezza di un capolavoro
(perché Raskol’nikov siamo noi)

Il romanzo di Dostoevskij fu pubblicato nel 1866: perché un’opera così immersa nella Russia del tempo ha assunto un valore universale? La nostra firma, che di libri se ne intende, lo ha chiesto all’ultimo traduttore italiano, Damiano Rebecchini. Che spiega la potenza ipnotica del libro su due livelli. Uno più superficiale, perché «quell’assassino casuale potremmo essere anche noi o i nostri figli». E uno più profondo, perché la sua sofferenza — il suo castigo — ci commuove. «Finché ci si sentirà soli, isolati, incapaci di comunicare, pronti ad abbandonarci a visioni distruttive, Delitto e castigo avrà qualcosa da dirci»

 di Paolo Di Stefano per il Corriere della Sera

Scritto nel 1865, Delitto e castigo fu pubblicato l’anno dopo, a puntate, sulla rivista «Il messaggero russo». Il capolavoro di Fëdor Dostoevskij compie centocinquant’anni e non sembra per niente invecchiato. Eppure fu scritto in tutta fretta in un periodo difficile della vita dello scrittore: dopo la perdita della moglie e dell’amato fratello Michail, che morendo gli aveva lasciato una famiglia numerosa e la gestione di una rivista fallimentare, Fëdor si trovò con l’acqua alla gola, pieno di debiti, carico di angoscia, dedito al gioco d’azzardo e in preda a sempre più frequenti attacchi di epilessia. Fu a quel punto che, nel settembre 1865, propose a un editore un nuovo progetto narrativo, annunciandolo come il «resoconto psicologico di un delitto» il cui protagonista, uno studente espulso dall’università, doveva essere un giovane di quei tempi ridotto in povertà pur essendo di estrazione borghese. Ne verrà fuori un personaggio memorabile ed enigmatico, Raskol’nikov: memorabile nella sua enigmaticità, autore di un doppio omicidio ai danni della vecchia e avara padrona di casa e di sua sorella. Parliamo del romanzo con Damiano Rebecchini, docente di Letteratura russa all’Università di Milano, che lo ha tradotto nel 2013 per Feltrinelli.

Rebecchini, in cosa consiste esattamente l’attualità del romanzo?

«È un romanzo che parte da un fatto di cronaca nera, un omicidio compiuto da uno studente universitario. Di casi del genere se ne sente parlare spesso ed è una situazione che ci attrae e ci incuriosisce: perché uno che studia, ha una certa cultura, è giovane, ha tutta la vita di fronte a sé, dovrebbe scendere così in basso da uccidere? Questo è il livello più superficiale della sua attualità: è un romanzo che sembra dirci qualcosa sui tanti fatti di cronaca nera che troviamo nei giornali o nei telegiornali. Promette di farci entrare nella psicologia di un assassino, ma non di un assassino professionista, di un assassino casuale, come potremmo essere anche noi o i nostri figli. Ed è un romanzo che si presenta con un titolo che promette delle risposte, mentre in realtà pone un gran numero di domande. Ma accanto a questo aspetto più superficiale, mi sembra che ci sia un livello più profondo che lo rende sempre avvincente e popolare: è un romanzo catartico, come lo erano le tragedie greche, come lo sono tante opere veramente popolari, dopo averlo letto ti senti meglio. E la catarsi funziona ancora perché le situazioni con cui Raskol’nikov finisce per confrontarsi — la povertà, la solitudine, l’alcolismo, la prostituzione — e le questioni ultime che lui si pone non sono cambiate. Delitto e castigo è un romanzo che in qualche modo dissolve i nostri sensi di colpa, purifica i nostri sentimenti».

Raskol’nikov non è solo un criminale comune ma anche uno psicopatico («scisso») in preda a una specie di delirio, che risulta per lo più incomprensibile agli altri. Perché mai dovrebbe continuare ad affascinarci a distanza di 150 anni?

«Per Dostoevskij la “scissione” di Raskol’nikov, il suo essere insieme così spietato e sensibile, è dovuta al suo isolamento, alla mancanza di una vera comunicazione con gli altri. Era una situazione tipica di tanti giovani che vivevano nella Pietroburgo di metà Ottocento, ma direi anche di quelli di tante metropoli contemporanee. Allora come adesso tanta gente si chiude in se stessa, si ubriaca dei propri sogni, dei propri desideri di grandezza, senza saper fare i conti con la realtà, senza saperne neanche parlare. Raskol’nikov stesso non sapeva spiegare perché avesse ucciso. Credo che quello che all’inizio affascina tanti lettori, soprattutto giovani, sia il fatto che Raskol’nikov, con grande lucidità e intelligenza, abbia saputo fare della sua solitudine, del suo isolamento, una dottrina, una teoria, che lo rendeva superiore agli altri, che lo rendeva un superuomo e che lo ha spinto a uccidere. Se a prima vista è una figura esaltante, poi la sofferenza che quelle idee gli causano — il suo castigo — finisce per commuoverci e arricchire la nostra esperienza esistenziale. Finché ci si sentirà soli, isolati, incapaci di comunicare, pronti ad abbandonarci a visioni distruttive, Delitto e castigo avrà qualcosa da dirci».

Lei segnala la vena satirica del libro, che potrebbe sfuggire al lettore di oggi, portato a enfatizzare il livello tragico. Come venne recepito il libro alla sua uscita?

«Venne letto come una caricatura della nuova generazione, dei giovani radicali e nichilisti degli anni ’60 dell’Ottocento. Erano giovani che contestavano ogni forma di autorità, dalla chiesa, allo stato, all’autorità paterna, in nome di una visione della vita più razionale, quasi utilitaristica. Aborrivano le divise o il frac, andavano vestiti in modo sciatto, vivevano nelle comuni, parlavano con toni aggressivi, davano del tu a tutti. Raskol’nikov, con le sue idee sovversive, i suoi modi bruschi e sprezzanti, il suo aspetto trasandato, ne è un tipico rappresentante. Dostoevskij, come avviene spesso ai grandi scrittori — capitò anche a Tolstoj con Anna Karenina — voleva scrivere un atto d’accusa contro il suo personaggio, ma dalla sua penna uscì una figura ricca, complessa, a suo modo avvincente. Ma i contemporanei colsero subito il suo tono sarcastico».

Che tipo di linguaggio usa Dostoevskij? E quali sono le difficoltà per un traduttore italiano?

«Usa un linguaggio che per i russi di oggi è ancora molto moderno, vivo, non lo sentono come una lingua letteraria, come può essere quella di Turgenev o di Tolstoj. Non solo, ma Dostoevskij introduce in Delitto e castigouna grande varietà di registri espressivi differenti, forme gergali legate a mestieri, strati sociali, regioni della Russia diverse. Ogni personaggio ha davvero un suo caratteristico modo di parlare, e per un traduttore non è facile renderlo».

Per esempio?

«Ci sono alcuni personaggi che usano espressioni tipiche di certe aree della Russia: come tradurle? Ricorrere a forme dialettali italiane romperebbe l’atmosfera russa, creerebbe una strana interferenza. Eppure è importante ricreare in qualche modo l’impressione di un modo di parlare geograficamente connotato. Ma forse, ancora più difficile è ricreare la lingua del narratore di Delitto e castigo, che è una lingua fortemente instabile, tende sempre a fondersi con quella di Raskol’nikov, a trasformarsi in monologo interiore. Eppure è fondamentale una certa scorrevolezza, perché è questo che ti fa entrare in modo naturale nella mente dell’eroe».

L’eterno conflitto tra Dostoevskij e Tolstoj. Secondo il grande critico George Steiner da una parte c’è una tragicità shakespeariana e dall’altra un’epica omerica. Quale dei due è il più moderno?

«Mi sembra che la nostra cultura novecentesca abbia decretato la maggior modernità di Dostoevskij. Per tutto il Novecento Dostoevskij ha avuto un’influenza fortissima, e non solo a livello intellettuale — basti pensare all’importanza che ha avuto per figure come Nietzsche o come Freud — ma anche sul piano letterario, sul modo di scrivere di grandi autori come Kafka, Gide, Camus, Sartre o come i nostri D’Annunzio, Pirandello, Moravia, persino Gadda. L’influenza novecentesca di Tolstoj mi sembra che sia legata più al suo pensiero, ad esempio su Gandhi, che ai suoi romanzi, che pure sono capolavori. E la cultura di oggi continua ad attingere a piene mani da Dostoevskij, e non solo in campo letterario e teatrale, ma anche cinematografico, ad esempio Woody Allen».

A un lettore giovane che non conosca Dostoevskij consiglierebbe di cominciare con quale libro?

«Forse proprio da Delitto e castigo, perché è un romanzo che ti prende subito, è ipnotico, è al tempo stesso immediato e universale, ma non nascondo il mio debole per L’idiota, con la sua spiazzante bellezza, e il senso di meraviglia di fronte alla grandezza dei Fratelli Karamazov».

(Nella foto sopra il titolo, scritte lasciate dai turisti lungo la scala che conduce alla «casa di Raskol’nikov» a San Pietroburgo, al numero 19 di via Grazhdanskaja, che nell’Ottocento si chiamava Srednjaja Meshanskaja)

16 gennaio 2016


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