La strage di Villarbasse

La strage di VillarbasseGrazia Il 4 marzo 1947 la Repubblica era già nata e i Costituenti pronti erano a scrivere l’articolo 27 che cancellava la pena capitale. Ma per tre feroci assassini, autori della strage Villarbasse [20 novembre del 1945], non si commosse nemmeno De Nicola che gli negava la grazia. I condannati a morte:Giovanni D’Ignoti, manovale di anni 31; Francesco La Barbera, garzone di cucina di anni 26; Giovanni Puleo, ciabattino di anni 32. Il quarto Pietro Lala di anni 21, già pregiudicato per rapina (che si faceva chiamare Francesco Saporito) fu trovato morto a Mezzojuso nel 1946. Sono tutti siciliani, di Mezzojuso, vicino a Palermo. Arrivati a nord con la guerra, uniti dal mercato nero, furono gli ultimi condannati a morte in Italia.

Villarbasse Giorgio Bocca: «Villarbasse è uno di quei villaggi della campagna torinese che sono immersi nella storia, ma ancora fuori dalla modernità. Rivoli con il suo castello è a cinque chilometri e in cinque chilometri si sale alla Sagra di San Michele, l’abbazia dei Longobardi dalle mura alte, e ai precipizi che non riuscirono a fermare Carlo Magno. Dentro la storia e dentro le leggende, che fanno da sfondo come le nebbioline delle colline di Giaveno che diedero i natali al corridore ciclista Martano. Ma sì, scriviamolo: perché le guerre si dimenticano, ma le memorie del Giro d´Italia restano».

La strage di Villarbasse1Il delitto I siciliani il delitto lo progettano all’osteria torinese di via Cibrario, sul tavolo c’è la Bagna cauda. Il 20 novembre 1945, tra le 20 e le 20.30, quattro banditi sicilianiFrancesco La Barbera, Giovanni Puleo,Giovanni D’Ignoti e Pietro Lala (che si faceva però chiamare Francesco Saporito), mascherati con dei tovaglioli e armati con due pistole, irrompono nella Cascina Simonetto, nella campagna torinese, dove il proprietario, l’avvocato Massimo Gianoli di anni 65, è raccolto, con i suoi 9 ospiti, attorno a una bella tavolata. Ci sono il fattore Antonio Ferrero, sua moglie Anna Varetto, il genero Renato Morra, la domestica Teresa Delfino, le serve Rosa Martinoli e Rosina Maffiotto e il loro mariti Gregorio Doleatto e Domenico Rosso e il nuovo lavorante Marcellino Gastaldi, venuto su per festeggiare l’assunzione e un bimbo di due anni. Per cena c’è la Bagna coada.

Maschera I quattro banditi cercano la cassaforte, convinti che l’avvocato tenga in casa molti contanti, a dar loro questa certezza è stato proprio Lala che aveva lavorato presso la cascina come mezzadro, sotto falsa identità. Ma qualcosa non va. Lala perde la maschera e viene riconosciuto. È così che ha inizio la mattanza. Riva e Viganò: «Morra lo riconosce subito e si mette a ridere. Così viene legato per primo».

La strage di Villarbasse2Cisterna Bocca: «L´operazione è preordinata, a catena. Puleo scende nella cantina, si piazza sull’orlo della cisterna con un randello grande e nodoso, gli portano le vittime una ad una. Puleo è un gigante, lascia che la vittima si avvicini alla cisterna e l´accoppa con un solo colpo micidiale di randello: si salverà solo il bambino, abbandonato in una stanza. Saranno uccisi anche i mariti di due delle domestiche, saliti alla cascina per cercare le mogli». Così senza pietà 10 persone vengono accoppate a bastonate. Le mani legate con filo di ferro dietro la schiena, vengono gettate, ancora vive, nella cisterna per la raccolta d’acqua piovana nel cortile della stessa cascina. Riva e Viganò: « Quanto alle molte ferite dell’avvocato, Giovanni Puleo confermò l’ipotesi dell’Istituto di medicina legale. Gianoli “era troppo grosso e non passava attraverso il buco del pozzo” (Puleo continuava a chiamare pozzo la cisterna), era rimasto “per via della pancia mezzo fuori mezzo dentro”. Lala, una mano sul collo una sul cranio, si appoggiò sulla vittima e premette con tutto il suo peso; quindi fu necessario ricorrere al randello».

Bottino I quattro salgono al piano superiore e raccattano qualche soldo (duecentomila lire), tre salami, un po’ di biancheria (tre paia di calze e dieci fazzoletti) e se ne tornano alle loro vite ma rimangono in zona.

Giacca La giacca di vigogna del Puleo era talmente intrisa di sangue che la dovette buttare nella vigna. Dirà poi: «Quella giacca mi ha svelato. Un professionista non lo avrebbe fatto. Bisognava essere proprio del mestiere» [Sta. 29/3/1946]

Corpi Dopo qualche giorno passano i carabinieri ma si dice che l’avvocato sia partito e non si sa per dove. Così si pensava ad un sequestro di massa. Il 22 novembre sulla Stampa si legge: «Ieri mattina, verso le 8, toccava ad un giardiniere alle dipendenze dell’avvocato di trovare la cascina deserta. Egli, giunto al cancello, suonava ripetutamente, ma non ottenendo risposta ed udendo pianti e invocazioni della bimbetta che tremante dal freddo ed impaurita, si aggirava per le stanze della cascina, scavalcava il cancello ed entrava. Appena si rese conto di quanto era accaduto, egli correva a Villarbasse a dare l’allarme».  Giorgio Bocca: «Eppure le tracce del delitto sono numerose, visibili: un contadino ha trovato nel prato un cappello macchiato di sangue, poi un vicino ha notato altre macchie di sangue nella cantina e una giacca sul cui bavero è rimasto appuntato un biglietto con scritta la parola Caltanissetta, che vuol dire? Il capo partigiano Fasola setaccia la zona con i suoi amici e, finalmente, si ricorda della cantina. L´ingresso è coperto da uno strato di foglie, le rastrellano, entrano e arrivano alla cisterna. Fasola prende una pertica e cerca nella cisterna, i cadaveri sono al fondo uno accanto all’altro. Questa volta i carabinieri possono fare il loro mestiere, ricercano e arrestano i siciliani, pronti alla confessione». I corpi sono stati trovati 10 giorni dopo la mattanza.

Giacca/2 Per una settimana carabinieri, volontari, cacciatori, perlustrano tutta la zona attorno, spingendosi fino alle montagne; tutto inutile, dei dieci occupanti la cascina non viene ritrovata alcuna traccia. Eppure un indizio c’è, ed è un indizio pesante, determinante per le indagini. Viene ritrovata, in una vigna, una giacca, con un’etichetta con scritto su Caltanisetta.

Cisterna /2 Il 28 novembre, il colpo di scena. Un giovane mugnaio, Enrico Coletto, dipendente dell’avvocato Gianoli, la mattina si ferma nella cascina. Guarda attentamente in giro e mentre osserva il pavimento dell’aia, nota qualcosa di strano. Nota che dal coperchio che chiude la cisterna, escono fili di foraggio e di grano. Una stonatura, in effetti. L’uomo alza il coperchio della cisterna, vi cala un rastrello e poco dopo lo ritrae; tra i denti dello stesso c’è un grembiule da donna. L’uomo intuisce che nella cisterna c’è qualcosa di terribile, e avverte le autorità. Sul posto si precipitano carabinieri e pompieri, che si mettono subito all’opera. Dal pozzo emergono i corpi tumefatti degli occupanti della casa, uno dopo l’altro; sono stati uccisi a bastonate, alcuni sono stati gettati giù in stato di semi-incoscienza, come testimonierà l’autopsia e sono morti annegati. Ci sono tutti, hanno le mani legate, e ai loro piedi sono stati legati dei blocchi di cemento, per farli finire in profondità.

Brevi La Nuova Gazzetta del Popolo e La Nuova Stampa danno la notizia il 30 novembre 1945. Due cronisti, uno per giornale, sono stati accompagnati in auto sul posto dai carabinieri, nessun fotografo, resoconti stringati, freddi: i giornali non hanno spazio. Renzo Rossotto: «Per le ristrettezze del momento, mancanza di carta, costi, i giornali, che costavano tre lire, apparivano poveri, poche pagine, due in tutto

Indagini Solo dopo quattro lunghi mesi di indagini e a seguito di alcuni arresti di innocenti [Carmelo Filadanca ex partigiano, ndr], si riuscì a risalire al D’Ignoti grazie ad un frammento della tessera annonaria che il bandito. Il 4 marzo 1946 viene arrestato. I carabinieri gli fanno credere di essere l’ultimo, così che lui, senza troppe difficoltà, fa nomi e cognomi dei suoi complici.

Saporito Ma i siciliani arrestati sono solo tre. Bocca: «Solo Saporito, che è un bandito vero di professione, capisce che bisogna fuggire, prende il primo treno per Palermo, torna a Mezzojuso, il paese dove sono nati e cresciuti tutti e quattro, a farsi uccidere [a colpi di lupara, ndr] dalla Mafia [il corpo fu ritrovato l’11 aprile 1946 a Mezzojuso, ndr]: non per Villarbasse, ma per altri suoi assassinii o sgarbi».

Processo Accertata la colpevolezza dei tre, bisognava decidere come punirli. Vengono processati davanti alla Corte d’Assise di Torino [dal il 3 al 5 luglio 1946] e condannati alla pena capitale, allora ancora in vigore. A nulla servì il ricorso in cassazione, il 29 novembre la Corte suprema confermò la sentenza. Nonostante la possibilità di abrogare la pena di morte fosse già stata presa in considerazione, l’allora Presidente provvisorio di StatoEnrico De Nicola, spinto dall’indignazione dell’opinione pubblica per quel delitto così sanguinario, rifiutò la richiesta di grazia dei tre condannati.

Togliatti La sera prima della condanna di D’Ignoti, Puleo e La Barbera, invece, alla redazione torinese dell’ Unità arriva una telefonata di Palmiro Togliatti che da lì a nove giorni avrebbe lasciato il ministero di Grazia e Giustizia. Gli risponde Davide Lajolo, “Ulisse”: «Mi parlò con voce incerta: “Non so, è necessario fucilare altra gente?”. Io gli risposi: “Questi non sono politici, compagno. Vanno fucilati due volte: la gente li vuole morti e i partigiani anche”. Dopo, avrei voluto richiamare Togliatti e dirgli che ci avevo ripensato. Non lo feci: un gesto di viltà». [Ettore Boffano 4/3/2007]

De Nicola Padre Ruggiero Cipolla, appartenente all’Ordine dei Frati Minori di San Francesco, che ebbe il compito di seguire i condannati fino al momento dell’esecuzione. Rossotti: «L’incarico, grave, pesante, cadde sulle spalle di un frate. Doveva traghettare all’aldilà quei tre miserevoli, tre macellai del delitto. […] I tre di Villarbasse, tutti e tre di Mezzojuso, pur nella loro rozzezza, analfabeti, parevano rendersene conto. Nel 1947 la realtà era cruda.  Non c’era posto per la pietà davanti a quella cisterna, ai cadaveri appesi ai blocchi di cemento, all’agonia nel buio di quell’acqua ferma. Enrico De Nicola, ci dicono, valutò i ricorsi della difesa, ma andò a leggersi i fatti, i verbali, le ammissioni, la requisitoria di Trombi. E De Nicola, come il vecchio con cui si raffigura il tempo, disse anch’egli di no. Era l’ultima autorevole parola».

Lupi Un giorno il francescano Ruggero entra nella cella di Puleo e lo trova steso a terra sotto un lenzuolo sopra il quale ne ha appeso un altro come un catafalco. E dice al monaco: «Ho deciso di piangere la mia morte, tanto nessuno lo farà per me». Bocca: «Quando arriva la notizia che la Cassazione ha respinto la domanda di mutare la sentenza di morte, ululano come lupi per tutta la notte».

Esecuzione Il mattino di martedì 4 marzo 1947, La Nuova Stampa titola «I massacratori di Villarbasse fucilati stamane all’alba», anche se a quell’ora l’esecuzione non c’era ancora stata. La cronaca dell’esecuzione venne quindi ripresa mercoledì 5 marzo, in prima pagina, di spalla, a tre colonne, con il titolo: «Fucilazione di tre barbari». Il cronista: «Tre sedie di legno, legate saldamente a paletti conficcati nel terreno, s’alzano sinistre e stecchite nello squallore dell’alba nebbiosa. Recano il segno dell’umana pietà, inciso a mezza luna nello schienale, per accogliere la gola del giustiziato agonizzante. Tutto è pronto per l’esecuzione. Dall’ombra opaca emergono nel breve cerchio della vista figure silenziose in casco nero. Le canne brunite dei fucili si riscaldano al tepore delle mani ed in ciascuna, una pallottola attende l’impulso mortale. Ai ragazzi è stato detto che metà delle armi sono caricate a salve per evitare tardivi pentimenti. Il plotone si addossa al muro grigio del poligono per nascondersi allo sguardo dei condannati e l’attesa sfiocca lenta nelle incerte trasparenze. […]  Il Puleo ed il La Barbera guardano gli astanti quasi con aria di sfida; il D’Ignoti, floscio in un adipe precoce, gira attorno gli occhi smarriti e pavidi. Per un attimo ritrova la forza di reggersi quando i suoi due compagni chiedono ai fotografi di essere ritratti, ma i lampi del magnesio sembrano bruciargli quell’effimera parvenza di vita ed a capo chino, le guance cadenti, s’avvia al luogo dell’espiazione. Breve interminabile tratto in cui s’esaurisce un’esistenza traviata, che s’è messa al bando dell’umanità nella tragica notte di cascina Simonetto. Il Puleo e il La Barbera ostentano invece una sicurezza che li esalta. Un po’ ebbri di cognac, pur avendo rifiutato il pietoso farmaco che dà l’incoscienza agli ultimi istanti, dopo aver sorriso cinicamente davanti ai fotografi, rizzando le barbe aguzze, gridano il loro evviva alla Sicilia ed a Finocchiaro Aprile. Nella loro primitiva e barbara coscienza era quella l’invocazione all’estrema solidarietà dell’isola che li aveva generati. La loro voce però non ha echi ed ogni volta il grido si spegne nel lividore del mattino senza sole» E poi:«I trentasei uomini del plotone d’esecuzione avanzano coi moschetti bilanciati. Nessun ordine vien dato alla voce, ma al cenno dell’ufficiale essi si dispongono in doppia fila a sei metri dai condannati. Attimi sospesi in quello spazio senza tempo, e oltre il breve limite, i tre assassini, soli, ai margini dell’eternità. Padre Ruggero ha offerto loro da baciare il crocifisso ed arretrando, ad alta voce li conforta con la preghiera. Il La Barbera ed il Puleo, pur con le mani legate e la benda agli occhi, continuano a fumare la sigaretta; questi, tranquillamente, ne scuote la cenere battendola leggermente con l’indice. E’ l’ultimo gesto di vita. Un ordine secco risuona: «Fuoco!» ed una fiammata divampa con un solo rimbombo. Sono le 7,45. Nella fissità della morte si è riscattata la umanità dei colpevoli. Il medico della polizia si avvicina immediatamente ai fucilati e dopo averne constatato il decesso, comunica al Procuratore della Repubblica che «giustizia è fatta». Mentre il plotone di esecuzione e il gruppo dei giornalisti presenti si allontanano, padre Ruggero benedice le salme, tracciando col pollice sulle tre nuche recline il segno della croce». Tra i cronisti presenti all’esecuzione Giorgio Bocca.

Sandali Padre Ruggero solito calzare sandali semplici e marroni ai suoi piedi nudi, aveva lenti da miope, era vigoroso, con i capelli neri e lisci e un volto infantilmente paffuto. [Ettore Boffano, Rep 2007]

Bare Padre Ruggero: «Rimasi ancora un poco lassù per aiutare i becchini a ricomporre i loro corpi nelle bare. Poi, poiché tutte le auto erano già tornate in città, chiesi un posto sul furgone che li portava al cimitero generale. Detti un’ultima benedizione alle fosse nel Campo 1 e celebrai una messa in loro suffragio nella cappella del camposanto. Saranno state le nove, le nove e mezza. Era spuntato anche un po’ di sole».

(a cura di Jessica D’Ercole)
Articolo pubblicato originariamente sul sito Cinquantamila giorni che ringraziamo. Quassotto il link:

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: