21/2006: Gianni Biondillo, I materiali del killer, Guanda 2011, pag 359

INTERVISTA A GIANNI BIONDILLO, DI SIMONE SARASSO

Gianni Biondillo, I materiali del killerGianni Biondillo – architetto e scrittore – è autore di numerosi saggi (d’architettura e non; i più recenti sono Metropoli per principianti e Manuale di sopravvivenza del padre contemporaneo – scritto a quattro mani con Severino Colombo), d’un prontuario di psicogeografia urbana (Tangenziali, realizzato insieme a Michele Monina), curatore d’una prestigiosa antologia di racconti erotici (Pene d’amore) e, soprattutto, romanziere. Al suo attivo ha ben cinque romanzi, ma la serie di gialli che l’ha reso famoso è quella con protagonista Michele Ferraro, lo sbirro di Quarto Oggiaro. A tutto il 2007 sono stati pubblicati tre volumi (Per cosa si uccide, Con la morte nel cuore e Il giovane sbirro). Proprio in questi giorni (sarà in libreria il 25 agosto) è in uscita il quarto, attesissimo, episodio: I materiali del killer, edito da Guanda. Riesco ad agguantare Biondillo in uno scampolo di tempo libero tra la fine delle ferie e l’inizio di un viaggio importante verso il Sud del mondo e, mentre là fuori l’Italia va a fuoco (34 gradi, 56% di umidità) facciamo due chiacchiere (telematiche) sul suo ultimo nato.

Gianni Biondillo

La prima domanda è banale ma va fatta: Gianni, come mai ci hai messo tanto a scrivere una nuova avventura di Ferraro? Noi lettori l’aspettiamo da quattro anni: è un sacco di tempo. Considerando poi che Il giovane sbirro era un prequel, a momenti si rischiava la crisi d’astinenza a forza di congetture sul presente di Michele…

Hai ragione. Non c’era volta che, in giro a parlare di pannolini o di tangenziali, qualcuno alzasse la mano e quasi titubante chiedesse: “E l’ispettore Ferraro? Quando torna?” Forse è colpa del mio editore che in questi anni ha accettato di pubblicare i progetti più strampalati, sempre con lo stesso entusiasmo, senza mai “obbligarmi” a tornare sul mio personaggio più famoso (averne, in Italia, editori così, che ti lasciano la libertà di esprimerti fuori dalle gabbie del marketing!) ma la verità è che è colpa mia. Sono un autore poco furbo, scrivo quello che sento l’urgenza di scrivere, non quello che ci si aspetta da me come scrittore. Ma su tutto c’è il fatto che in realtà scrivere una storia di Ferraro mi costa molta fatica. Le sue storie sono sempre “totalizzanti”, opere che hanno la presunzione di raccontare il mondo (mica paglia!). Avevo in testa questa storia da quattro anni, la sua struttura era già pronta da moltissimo tempo, ma avevo bisogno di approfondire alcuni argomenti e soprattutto trovare la forma, la voce giusta. Il resto è venuto da sé: mi sono incatenato alla sedia per un anno ed ecco il risultato. Spero sia buono.

I materiali del killer racconta una storia complessa, che abbraccia mezza Italia e sconfina in Africa. Si apre con un’evasione degna d’un serial americano e si allarga a macchia d’olio narrando di migranti, criminali e sbirri sempre di corsa. I colpi di scena si susseguono spietati mischiando spesso le carte in tavola. Parlacene un po’: raccontaci com’è nato questo romanzo.

Sempre nello stesso modo: un’intuizione, un “che cosa accadrebbe se…”, ma anche una immotivata voglia di parlare dell’Africa. Immotivata quando a suo tempo mi apparve la “visione” della storia. In questi anni, poi, in Africa ci sono andato per davvero, ho conosciuto di persona i paesaggi e le storie che racconto. È come se la vita avesse esaudito i desideri della mia fantasia. A quel punto ero pronto. E nel frattempo il continente ha iniziato a muoversi, a rivoluzionarsi. In fondo l’intuizione era buona: L’Africa è alle porte e chiede attenzione.

Simone Sarasso

Il tempo passa e Ferraro, inevitabilmente, invecchia. Lo sbirro di Quarto non ha l’eterna giovinezza dei personaggi dei fumetti né il composto, inossidabile aplomb di Maigret. Anzi, sembra proprio affondare in una dolce crisi di mezza età: la figlia cresce, i peli bianchi nella barba si moltiplicano… Com’è cambiato Michele nel corso della serie?

Una volta un libraio, uscito il mio primo romanzo mi disse, perentorio: “Se vuole fare successo non faccia invecchiare il suo personaggio, scriva sempre la stessa storia!” Lo trovai spaventoso. Cosa voleva dirmi? Che i lettori, spesso, sono pigri. Vogliono essere blanditi, rassicurati. Io non ce la faccio. La vita è piena di scoperte, di fatiche, di novità che incidono la pelle di tutti noi, come poter credere che questo non debba accadere anche ai personaggi a cui hai dato vita? La vita è mutamento, l’eterno ritorno dei personaggi fossilizzati è il contrario della vita. Non so se scrivo libri belli, spero di scrivere libri vivi.

Uno tra i personaggi più interessanti è senza dubbio il commissario Elena Rinaldi dell’SCO, il Servizio Centrale Operativo. Uno sbirro decisamente diverso dal collega Ferraro. Ce la presenti?

Elena era presente già nel mio secondo libro. In realtà tutti i miei romanzi sono fra loro intimamente connessi, pure quelli “non gialli”. Alcuni personaggi che in alcune storie sono appena accennati, poi trovano spazio in altre storie. È come un immenso affresco unitario dove di volta in volta io aggiungo una pennellata. L’opera completa è lungi dal venire ma già se ne vede la forma. Amo molto Elena, le sue contraddizioni, la sua profonda intelligenza, i suoi studi universitari anomali. Mi accorgo di attorniare Ferraro con donne più solide e più mature di lui. Ma forse è un problema della generazione maschile che Ferraro rappresenta (che poi è la mia): irrisolta e puerile.

Un’altra grande protagonista femminile è l’Africa. Dicci in che modo il Continente Nero ti è entrato sottopelle e come ha finito per diventare l’architrave del romanzo.

Come ti ho già detto l’idea era nata da lì. Sentivo che era un continente dimenticato nella nostra letteratura. Che noi, per dire, si abbia un passato coloniale neppure ce lo ricordiamo, l’abbiamo rimosso completamente. Nel frattempo sono andato in Eritrea, in Ciad, in Egitto e ora sono in partenza per l’Uganda. Ho la sensazione che lì, e per davvero, tutto possa accadere, anche solo perché quelle popolazioni hanno una età media che è la metà della nostra. Popoli giovani, quindi inevitabilmente proiettati verso il futuro.

Il libro è connotato da una scrittura altamente raffinata: il focus della narrazione si sposta spesso tra i personaggi, alcune volte il narratore affonda nei loro flussi di coscienza e altre si ritrova a ballonzolare dalla prima alla terza persona, passando persino per la seconda. Quanto hai lavorato sulla parola durante la stesura?

Moltissimo. La trama, per quanto articolata, è stata la cosa che mi ha dato meno problemi. Ogni scrittore, in fondo lo sa: abbiamo solo le parole a disposizione, sono il nostro unico strumento. Usarle male, in modo raffazzonato, uccide anche la più straordinaria delle narrazioni. In questo libro, nel desiderio di moltiplicare i punti di vista e le voci dei tantissimi personaggi, ho usato di tutto: flussi di coscienza, dialoghi serratissimi, poesie d’avanguardia, memoriali, aulicismi e trivialità… La voce è tutto per me. Sogno che un lettore in libreria apra a caso un libro e dica: “Questo non può essere che Biondillo.”

Ultima domanda, scontata e necessaria quanto quella d’apertura: progetti per il futuro? Stai già pensando a un nuovo libro? Nel caso si trattasse d’una nuovo capitolo della saga di Michele, ti prego, dimmi che non ci sarà da attendere un altro lustro. Finiremmo per ritrovarci Ferraro imbiancato, incazzoso e con una figlia al liceo: sai che pacchia per il povero Comaschi (a questo punto, se fossimo su Facebook, ci starebbe una bella faccina sorridente)…

Non t’arrabbiare ma non c’è un nuovo Ferraro all’orizzonte. Ho bisogno di mettere a riposo il versante giallo. Bisogna farlo decantare, altrimenti va a finire che si scrive senza passione. Quando sarà ne scriverò un altro, con l’entusiasmo di sempre. Ho già un progetto, comunque. Un nuovo viaggio da fare col mio compagno di merende, Michele Monina. Siamo due scrittori diversissimi, ma ci accomuna il rispetto reciproco, il fatto che portiamo i figli nella stessa scuola elementare e che assieme ci divertiamo come due commilitoni in licenza premio. Ma niente Milano, stavolta. Sarà un viaggio più lungo. E assai umido. Ma ne riparliamo quando torno dall’Uganda, d’accordo?

http://www.wuz.it/intervista-libro/6158/Intervista-Gianni-Biondillo.html


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