Da lì in poi la pirateria divenne argomento di dibattito e del termine si impadronirono un po’ tutti. Il vescovo di Oxford tuonava contro gli Stationers «pirati di terra» per difendere la sua nascente Oxford University Press. A sua volta lo Stationer John Hancock si scagliava contro i «librai disonesti, chiamati pirati di terra, abituati a rubare le stampe di titoli appartenenti ad altri». Eppure, come suggerisce Adrian Johns, le ristampe illecite ebbero un forte peso nel diffondere le idee, facendo da tramite tra autore e lettore: «la conoscenza si diffondeva tramite reazioni a catena di appropriazioni successive, generalmente non autorizzate, spesso denunciate». Laurence Sterne si affrettò ad autografare 12.000 copie del Tristram Shandy allorché venne a sapere che stava per esserne stampata un’edizione pirata. L’edizione originale del Contratto sociale di Rousseau apparve ad Amsterdam, nel 1762, per i tipi di Marc-Michel Rey. Ne sono state censite undici pirata nel solo 1762, e due nel 1763, tutte, tranne una, col luogo di stampa, ovviamente falso, Amsterdam per Marc-Michel Rey. Locke vide le sue opere illecitamente ristampate in tutta Europa, da Dublino a Napoli. Lo stesso accadde al Werther di Goethe, avvantaggiatosi di una trentina di edizioni, quasi tutte abusive.
In questa logica la pirateria assume un ruolo addirittura propulsivo, non solo di plateale violazione del copyright. I luoghi più favorevoli all’attività editoriale clandestina erano quelli dotati di autorità territoriale ambigua. Perciò innanzitutto, dall’ottica di Johns, la Scozia e l’Irlanda, autentiche terre di nessuno in cui si ristampavano libri inizialmente pubblicati a Londra per poi rivenderli a prezzo inferiore.
Anche l’Italia aveva le sue belle terre di nessuno, editorialmente anarchiche se non addirittura incentivate da logiche economiche protezionistiche. Fino all’Unità nel Regno di Napoli i tipografi sopravvivevano anche grazie alle ristampe non autorizzate, specie delle edizioni milanesi. Accadeva che l’autore più letto, Manzoni, non traesse alcun guadagno dalle decine di edizioni italiane e parigine dei Promessi Sposi. Le beghe giudiziarie con Le Monnier per un’edizione non autorizzata del 1845 si trascineranno addirittura fino al 1864. In cassazione Le Monnier fu costretto a pagare all’editore Redaelli, che ne deteneva i diritti, lire 34.000 di risarcimento. Ma nel frattempo aveva già venduto circa 24.000 copie dell’edizione incriminata.

Giancarlo Petrella 08 maggio 2011
© RIPRODUZIONE RISERVATA