La droga romantica di Céline

Sarà mai possibile scrivere ancora qualcosa di sensato e originale a proposito di Luis-Ferdinand Céline, nato Destouches a Courbevoi, Francia, nel 1894? Qualcosa che riesca a disarcionare la doppia morale che ne attanaglia l’ambiguo profilo, quello da un lato di grande innovatore stilistico e dall’altro di maldestro antisemita? Il Céline romanziere celebrato di Viaggio al termine della notte eMorte a credito o quello infrequentabile dei pamphlet Bagatelle per un massacro e La scuola dei cadaveri? Medesima penna, diversi destini.

Sarà possibile farlo, aggirando l’ostacolo, partendo da una premessa formale basilare: l’abolizione in aeternum et in saeculum saeculi, da parte di chiunque si cimenti nella scrittura con qualche velleità, dei tre puntini di sospensione. Il copyright celiniano su questo elemento “evasivo” della punteggiatura ne ha reso sadicamente inopportuno l’uso nel caso di ambizioni letterarie. Cos’è, si dirà infatti: pigrizia? Incertezza su come concludere una frase? Desiderio di soprassedere riguardo agli esiti d’un ragionamento? Presunzione di alimentare artificiosamente la suspense?

Resta il fatto che la sciatteria dell’inconcluso nella sintassi contemporanea si capovolge meravigliosamente nella “petite musique” originale, ovvero nel ritmo letterario ideato dal medico-scrittore francese per sciogliere e coagulare stilisticamente un frasario in frantumi, un caleidoscopio di parole sospese costretto per tutto il tempo della lettura in precaria sintesi. Così lo scrittore francese, come un tritacarta per coriandoli di frasi martiri, ci forza verso qualcosa d’inesplorato, verso la via di fuga “jazzistica” in grado di rendere preda illusoria – quindi tentazione famelica a procedere – la frase del testo ancora da leggere. Come una droga romantica la prosa di Céline non lascia tregua al lettore, una guida ubriaca ne determina l’assenso coatto ed incondizionato verso qualche strana forma di deragliamento, verso un’euforica condivisione delle sorti, in tutti i suoi libri quando non avverse decisamente rocambolesche. Perché la raffinata scrittura corrotta di Céline si può al contempo vedere ed intuire, è cinematografica e subliminale, falsamente istintiva – perché così volutamente strutturata – e tuttora irreparabilmente “moderna”.

A questo proposito non risulterà vano scorgere nella contemporaneità elementi e suggestioni in grado di soppesarne l’eredità. Dalla citazioni volute da Paolo Sorrentino nei film La Grande bellezza e Le Conseguenze dell’amore allo spleen patafisico che sorregge il disco Canzoni a manovella di Vinicio Capossela, dalle surreali guerre fra poveri dei film di Aki Kaurismaki alla prosopopea mediatica della polemica e della provocazione intellettuale; lo spirito di Céline aleggia, circuisce ed attanaglia la nostra presunta bontà, sbeffeggia tuttora con ghigno strafottente tutto quello che ci piacerebbe essere: innocenti presunti.

Donato Novellini


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