La cultura russa, ha prodotto, dall’Ottocento in poi, un universo, meglio sarebbe dire un pluriverso, ricchissimo, che anche nel secolo della Rivoluzione, e nei settant’anni dell’oppressione sovietica, ha regalato al mondo uomini e donne, artisti o semplici esseri umani dotati di energia spirituale, coraggio indomabile, tenuta morale, fede.

Di questo popolo contadino, della sua capacità di resistere al male, di elaborare la sofferenza è simbolo un’antica espressione idiomatica: nicevò, niente, non fa niente. A denti stretti, nel gelo e nella sopraffazione, ma l’anima popolare regge: nicevò, tiriamo avanti, “non fa niente”.

Di questa dolente umanità ferita, e di quegli straordinari artisti, Aleksandr Solzhenitsyn è stato simbolo e cantore: grande scrittore, uomo fierissimo, profondo pensatore, critico del comunismo e dell’Occidente di cui ha sferzato i vizi e descritto il declino negli anni di esilio trascorsi negli Stati Uniti. Nato nel 1918, l’anno tragico dei massacri rivoluzionari, simboleggiati dall’assassinio di casa Ipatev, in cui venne sterminata l’intera casata dello zar Romanov, studiò matematica e partecipò, da convinto comunista, alla guerra come ufficiale volontario e fu decorato al valore.
Condivide con altri grandi della Russia il singolare destino di una formazione scientifica che sboccia in arte: Pavel Florensky, sacerdote ortodosso, filosofo, scrittore e martire, era un insigne fisico e matematico, Evgenij Zamyatin, lo scrittore che inventò, prima di Orwell ed Huxley il racconto distopico — l’utopia negativa — era ingegnere, ed il suo romanzo “Noi” fu ispirato tanto dal totalitarismo comunista quanto dalla sua esperienza in un cantiere navale inglese caratterizzato dalle infernali condizioni di vita e lavoro degli operai. Il grande musicista romantico Aleksandr Borodin, autore dell’opera Il Principe Igor, racconto della lotta dei principi cristiani della prima Rus’ di Kiev nel XII secolo contro i tartari, sul testo della prima grande opera della letteratura russo — antica, Il canto della schiera di Igor, di professione era chimico, autore di scoperte e testi specialistici, autodidatta nella composizione cui dedicava il raro tempo libero.


Sopra: Aleksandr Solzhenitsyn

Solzhenitsyn, critico con Stalin in una lettera privata, riconvertito all’ortodossia in cui lo aveva educato la madre, fu deportato in Siberia per circa dieci anni, poi esiliato in Asia Centrale, dove iniziò la sua grande stagione letteraria con il romanzo “Una giornata di Ivan Denisovich“, descrizione cruda e brutale di classica sobrietà, che per nitore espressivo è stato paragonato alle dostoevskiane “Memorie di una casa morta”, in cui viene rappresentata per la prima volta una giornata qualsiasi in un campo di lavoro staliniano dove è rinchiuso un uomo semplice, Ivan.

La stessa forza narrativa si ritrova negli scritti successivi. Nella “Casa di Matrjona” protagonista è un’anziana contadina, presso la quale va a vivere un ex deportato, alter ego dell’autore, una povera donna, simbolo del popolo russo, che mitemente subisce ripetute ingiustizie, e muore poverissima ed abbandonata. Nel racconto “Alla stazione di Krecetovka“, Solzhenitsyn scolpisce la parabola morale di un “uomo sovietico” nel quale il germe della sospettosità s’è tanto radicato da indurlo a commettere una mostruosa ingiustizia. Degli anni sessanta è anche il drammatico racconto “Padiglione Cancro“,ispirato alla sua personale vicenda di malato inspiegabilmente guarito, ricoverato in un infernale ospedale di dannati della vita, forse il vertice poetico dello scrittore.

Ma l’opera della vita di Solzhenitsyn, quella gli è costata la proscrizione e l’esilio, e che si è trasformata in un terribile documento insieme di arte e di sofferenza è certamenteArcipelago Gulag, monumentale descrizione della condizione dei deportati nei campi di prigionia e di lavoro sovietici in Siberia. Saggio di indagine letteraria, così si autodefinisce il libro, impressiona sin dalle prime pagine per l’elenco dei 227 internati — gli “zekh“, che hanno collaborato al testo con le loro testimonianze fatte uscire dalla Siberia con i più svariati mezzi, e per lo sconcertante episodio citato in introduzione, il ritrovamento, sotto il ghiaccio eterno siberiano, da parte dei prigionieri, di alcuni pesci preistorici, dei tritoni, voracemente divorati, addirittura “volentieri”, dai poveri zekh. Gulag, acronimo russo della Direzione Principale dei Campi di Lavoro Collettivi, è diventata parola d’uso comune in tutte le lingue, antonomasia dei sistemi concentrazionari del secolo ventesimo.

Il magistero spirituale di Solzhenitzyn, così intensamente russo e così integralmente spirituale, trascende la letteratura ed anche la politica. La sua gigantesca personalità, il suo risoluto vivere senza menzogna lo hanno portato a criticare con asprezza anche il sistema occidentale liberale, in numerosi interventi pubblici tra i quali spiccano i discorsi tenuti nelle Università americane di Harvard, Stanford e del Vermont.

Il giorno del suo ultimo arresto, nel 1974, diffuse un nobile comunicato in cui affermava:

“Non c’è scappatoia: dalla parte della verità o dalla parte della menzogna: dalla parte dell’indipendenza spirituale o dalla parte della servitù dell’anima. (…)E chi non avrà avuto neppure il coraggio di difendere la propria anima dica semplicemente: sono una bestia da soma e un codardo, mi basta stare al caldo a pancia piena”.

Parlava così di fronte ad un immenso meccanismo di oppressione, sanno gli europei occidentali pronunciare frasi simili di fronte alla dittatura della tecnica, della finanza, del materialismo, del “politicamente corretto”, del mercato misura di tutte le cose?
Solzhenitzyn citava, al termine di quel memorabile documento, i versi di Aleksandr Pushkin:

“A che servono alle mandrie i doni della libertà? / Il loro retaggio, di generazione in generazione / sono il giogo con i bubboli e la frusta”.

Forse viene davvero dall’Est la luce per le mandrie — o le greggi — europee che leccano avide la mano del padrone che consente loro di consumare, produrre, correre al centro commerciale, sballare, drogarsi, sposarsi con esseri dello stesso sesso, affittare l’utero, adottare bambini perché anche essere genitori (genitore uno o due, non importa) è un “diritto”, donare sperma a pagamento, indebitarsi per la vita, pagare con carta di credito, essere sotto costante controllo panottico attraverso telecamere, telefoni, cards, facebook, morire a richiesta in quanto malati o depressi (è l’ultima frontiera che viene dal Belgio: eutanasia per “sofferenza psichica”. Dall’Olanda abbiamo invece la possibilità di sopprimere i bambini sotto i 12 anni se è d’accordo il medico). Mandrie, cui si addicono i bubboli, quei ridicoli sonagli sferici che si applicano al collare di certi animali domestici e ai finimenti delle bestie da tiro.

E religiosa è la grandezza artistica dei suoi massimi romanzieri, Lev Tolstoj e l’immenso Fedor Dostojevsky.


Sopra: Lev Tolstoj

Tolstoj esprime, nella potenza della sua narrazione, lo struggente desiderio di fratellanza, così vivo nel popolo russo, ed una singolare visione cristiana che possiamo paragonare al Discorso della Montagna di Gesù nel Vangelo di Matteo, quello delle beatitudini; da lui ha tratto ispirazione un uomo come Gandhi. Ha descritto in Guerra e Pace, il dramma della guerra, la tragedia di un mondo in frantumi, e le vicende di famiglie animate da opposti principi, attraversate da destini diversi.
Celebre è l’incipit dell’imponente romanzo:

“Tutte le famiglie felici si assomigliano tra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”.

Se Tolstoj è un’indiscutibile scintilla di spiritualità e senso morale, addirittura accecante è la luce prodotta dall’arte di Fedor Dostojevsky. Oppositore dello zarismo in giovinezza, graziato quando era già davanti al plotone d’esecuzione, romanziere eccelso quanto profondo pensatore, portatore di un cristianesimo integrale, innamorato della figura di Gesù, è stato forse il primo ad antivedere la dittatura dei “totalitarismi razionali”, ed a proclamare, per bocca dei suoi protagonisti, il diritto dell’uomo alla libertà, all’irrazionalità, ed in ultima istanza, dell’ineguaglianza nei confronti del mondo omologato; “Due più due fa quattro, ed è già l’inizio della morte” dice Ivan Karamazov, uno dei fratelli del suo massimo capolavoro.
E nei “Demoni” disegna la nuova figura del nichilista, colui che non crede più a nulla, portatore del male morale assoluto, il febbrile Kirillov ed il rivoluzionario Stravrogin, assassini dello studente Ivanov, ma anche teorici del loro stesso suicidio. Kirillov è colui che proclama: “Se Dio non esiste, io sono Dio!
Nichilismo,la diagnosi severa del male oscuro del nostro tempo. Un termine che nasce nella Russia nell’Ottocento, usato per primo da un altro grande romanziere, Ivan Turgenev in “Padri e figli“. Nichilismo,allora, di un immenso territorio fermo e burocratizzato, violento e povero, ma capace di amore, sacrificio, abnegazione al limite della santità.

Sopra: Fedor Dostojevskj

Anche il termine “populismo”, che designa oggi una posizione politica favorevole alla gente comune ed ostile alle oligarchie, vocabolo utilizzato come accusa e disprezzo nel linguaggio mistificatorio corrente è di ascendenza russa. I populisti — narodniki — erano, nel diciannovesimo secolo, i sostenitori dell’emancipazione dei contadini russi e di un socialismo comunitario rurale. Tra di loro, uomini come Bakunin, Kropotkin, che sono passati alla storia come padri dell’anarchismo e del socialismo rivoluzionario (Herzen).

Ritorniamo a Dostojevsky: egli è stato anche il primo a capire che l’uomo, un certo uomo nichilista e sciolto da ogni vincolo, sarebbe diventato il sostituto del Dio perduto, come Raskolnikov, il protagonista di Delitto e castigo, che decide di uccidere un’usuraia, non per giustizia o moralità, ma semplicemente come atto insindacabile, gesto di superiorità, decisione, possesso sulla vita altrui. Simile è l’attitudine di Ivan Karamazov, che istiga all’omicidio del padre il servo e fratellastro Smerdjakov, delitto di cui verrà poi accusato ingiustamente il fratello Dimitri.
Per entrambi, il colpevole Raskolnikov e l’innocente Dimitri che prende su di sé le colpe familiari esiste un’unica salvezza, l’espiazione del male, il castigo. A ciascuno di loro l’artista assegna un deuteragonista: per Dimitri è il fratello Aliosha, simbolo del bene e della fede, per Raskolnikov è Sonia, la ragazza povera, prostituta per bisogno, ma di elevati sentimenti, che lo libera dalle sue ossessioni intellettualistiche e gli sarà vicina nel percorso di sofferenza e redenzione. Ma Sonia rappresenta anche un atto di accusa anti-illuministica contro ogni velleità di razionalizzazione storica, come il principe Mishkyn, “L’idiota“, l’uomo puro che la vera o presunta malattia psichica mette al riparo dalla malvagità e che attraversa la vita, con i suoi mille intrighi e drammi quasi senza accorgersene, stupito e disarmato contro il male, sino alla dirompente intuizione che la bellezza salverà il mondo.

Una piccola, ulteriore riflessione è quella del particolare rapporto tra corpo ed anima, bello e giusto nell’anima russa, che proprio Dostoevsky tratteggia nell’episodio della morte dellostaretz Zosima, il monaco santo direttore spirituale di Aliosha Karamazov.
Il cadavere del venerato uomo di chiesa è visitato da tutto il popolo, ma lo sconcerto e l’incertezza si impadroniscono della folla: lo staretz puzza, e questo non coincide con l’idea fisica della santità, che per la gente semplice è incontaminazione, profumo, eccezione alle leggi materiali. Il povero Zosima, il cui corpo emana l’odore della decomposizione, era davvero uno staretz, un santo ed una guida, oppure era un peccatore? Un dubbio molto russo….

La particolare idea della libertà di Dostojevsky è forse uno dei massimi lasciti della cultura slava all’Europa Occidentale: libertà non come facoltà di scegliere tra bene e male, ma come metafisica, “andare oltre“, accettazione, che diventano il filo che congiunge la trama degli oppositori del materialismo e del positivismo. C’è molto del suo genio nella reazione di filosofi e scrittori, uomini come un Nikolaj Berdjaev contro la fede laica del marxismo, in nome della libertà negata, invocata, pensata nel racconto del Grande Inquisitore. Il morente Ivan Karamazov, in una grandiosa visione metà onirica e metà mistica, immagina il ritorno inutile di Gesù sulla terra, accusato dall’inquisitore di aver predicato la libertà e caricato l’uomo di un peso che non sa sopportare, riconsegnando quella stessa libertà alle chiese, alle ideologie, oggi diremmo alle agenzie di consenso, in cambio della sicurezza, della rassicurazione, del benessere materiale. Credo basterebbe questo gigantesco, febbrile racconto per dare a Dostojevsky un posto nella letteratura mondiale e nella storia del pensiero.


Sopra: Nikolaj Berdjaev 

Berdjaev afferma che quel grande genio russo ed universale che per primo ha saputo comprendere la profondità spirituale dell’uomo e prevedere il fatale disastro del mondo è il valore immenso col quale il popolo russo giustifica la sua esistenza nel mondo. Se Dio non esiste, tutto è lecito, conclude Ivan Karamazov, e fa, senza saperlo, il più grande elogio della trascendenza: senza una sanzione esterna, fuori da una tavola di principi forti, non c’è etica, non c’è limite, non c’è bene. Dio, il male, la colpa (cioè la morale) sono proprio la tematica fondamentale del nostro autore, i personaggi di Dostoevskij sono anime, spiriti. Anche nei suoi peccatori più immondi e sensuali il loro io carnale consiste non tanto nel corpo e nei loro nervi, quanto nell’essenza spirituale.
Raskòlnikov, uccidendo a colpi di accetta la disgustosa usuraia, vuole chiarire a sé stesso se è un Napoleone o un pidocchio, se appartiene alla categoria della massa, degli uomini comuni, o agli uomini non comuni, destinati a grandi imprese, per i quali non valgono le leggi ordinarie. Per questo può dire: “Non ho ucciso una persona, io; ho ucciso un principio!
Quel principio è l’affermazione della superiorità delle leggi morali, e della superiorità di Dio che quelle leggi oggettive ha posto nel cuore dell’uomo: ai personaggi di Dostoevskij che vogliono affermare la loro illimitata libertà è chiaro il concetto che per fare ciò debbono sbarazzarsi di Dio, affermare la propria divinità, e divenire come Kirillov “uomo-dio” (se si scarta Dio è l’uomo ad essere assolutizzato).

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Articolo tratto dal sito Blondet & Friends