42/2016 Luca Delli Carri, Il re della festa, Neri Pozza, 2015, pag 715

thCome gettare la spugna prendendo a pugni la vita

Alcol e droga, cattive amicizie e agenti-Giuda. «Il re della festa» di Luca Delli Carri entra ed esce dal cerchio magico del ring

Evaristo Gallego ha un nome che sembra un romanzo di Borges, ma è un pugile italiano, categoria massimi leggeri. Un tempo, quando le palestre erano piene, c’erano otto categorie di peso e i rispettivi campioni del mondo. Oggi che si sono svuotate, le categorie sono una ventina e i campioni un centinaio.

La moltiplicazione delle sigle pugilistiche ha fatto proliferare titoli e match, ma ha tolto alla boxe la sacralità che le era propria. La debolezza delle federazioni nazionali, l’invadenza delle televisioni e l’appetito smodato dei manager hanno fatto il resto. È uno sport in crisi, minato dalla sua stessa patologica opulenza. Esclusi gli addetti ai lavori, oggi nessuno sarebbe in grado di dirti chi sia il campione dei massimi, e non solo perché ce n’è più di uno…Evaristo Gallego queste cose le sa, se non altro perché ha cominciato a boxare proprio all’inizio della grande mutazione e vent’anni dopo, alle soglie dei quaranta, combatte per il titolo di una categoria che è nata con lui, «un’invenzione recente, quando i massimi hanno cominciato a crescere di peso e di statura – gente come Floyd Patterson, Rocky Marciano, Joe Frazier o il primo Muhammad Ali avrebbero combattuto fra i massimi leggeri». Sa anche che l’Italia non è l’America, ovvero che con il pugilato si guadagna poco o niente: «Se vinco e difendo il titolo un paio di volte, mi assicuro una pensioncina. Però io voglio vincere perché è una cosa mia».Evaristo Gallego è il protagonista di un romanzo fluviale, più di 700 pagine, di Luca Delli Carri. Si intitola Il re della festa (Neri Pozza, 19,50 euro) è scandito in dodici capitoli, tanti quanti sono i round di un match, racconta la boxe dal di dentro, palestra e allenamenti, ritiri, manager e sparring partners, miti e amicizie, razionalità e insensatezza. «Saltava agli occhi l’incongruenza di questo mondo in cui i protagonisti prima si ammazzano di botte sul ring a volte letteralmente – e poi si abbracciano con le lacrime agli occhi, dopo anni che non si vedono, memori di un passato e di un amore condivisi, e della giovinezza ormai andata e delle sofferenze patite (…). Reduci di una vita tempestosa»… Dietro quel limitato spazio di tempo in cui un incontro si consuma, mai più di un’ora, a volte non più di un pugno di secondi, c’è una vita allucinante: «La solitudine, la fatica, l’aberrante pratica di picchiare per professione. Picchiare quotidianamente, allenarsi a farlo con la maggiore efficacia possibile, senza alcun sentimento, tutti i giorni, finché picchiare diventa un bisogno e tu una spietata macchina (…). C’è un prezzo per questo, e il debito non si estingue con la consunzione del corpo». Allo stesso tempo, proprio perché è un mondo primordiale, conserva l’evidenza di tutte le cose vere: «Perché prendere i pugni fa male ma è anche bello, e se non prendi i pugni non puoi dire di fare il pugilato. Noi facciamo il pugilato perché amiamo il pugilato».Alcol, droga, cattive frequentazioni, complicazioni sentimentali, una quotidianità fatta soprattutto di fallimenti, quella di Evaristo Gallego è una filosofia molto semplice: è, appunto, «il re della festa» perché sa combattere sino alla fine, è il combattimento che lo rende vincente, non la vittoria, è il suo identificarsi con la boxe, né mestiere né sport, ma semplicemente la vita, la sua vera vita.Ben scritto, con una padronanza della materia ammirevole, a volte un po’ ripetitivo, e però mai noioso, Il re della festa si inserisce nel complicato quanto prolifico rapporto fra pugilato e letteratura. Come ha scritto Joyce Carol Oates in Sulla boxe, «gli scrittori sono sempre stati attratti dal pugilato. Il suo fascino più immediato consiste nello spettacolo, in se stesso muto, privo di linguaggio, che richiede l’intervento di altri per essere definito, celebrato, completato (…). E i pugili si sono spesso comportati, sul ring e fuori, come personaggi letterari. Stravaganti finzioni senza una struttura per contenerle».Non a caso, nella quarta di copertina campeggia proprio una frase della Oates: «Nessun altro soggetto è, per uno scrittore, intensamente personale come la boxe». E infatti, nel romanzo, l’alter ego di Evaristo Gallego è un giornalista scrittore impegnato a ripercorrerne la vita. Tuttavia, proprio perché racconto senza parole, più vicino alla danza e alla musica che alla narrativa, combattimento strano contro l’avversario e contro il tempo, proprio perché ondeggia fra il pornografico e il rituale, la sua attrazione non è semplicemente tecnico-estetica, ovvero il linguaggio e lo stile atto a renderla, ma chiama in causa altre motivazioni che nulla hanno a che fare con lo sport. Si può giocare a pallone, non si gioca alla boxe…In Città amara, di Leonard Gardner, altro grande romanzo sul tema, boxare è l’attività naturale di uomini totalmente incapaci di comprendere la vita, e la vittoria sul ring è solo un trionfo temporaneo e provvisorio, perché è la sconfitta a essere permanente. Del resto il pugilato resta un’attività puramente maschile: è, come scrive ancora la Oates, «per gli uomini, riguarda gli uomini è gli uomini. Una celebrazione del culto perduto della mascolinità, ancora più sconvolgente proprio perché è perduto». Letto in altro modo, è il residuo passivo di un’era antichissima, «quando l’essere fisico era l’elemento primo e la mascolinità del guerriero la sua più alta espressione».Stando al Pindaro delle Odi, il più grande pugile dell’antichità fu Diagora di Rodi, quattro giochi olimpici a incoronarlo, due metri di altezza, quando un metro e settanta era già considerata alta statura. Già nell’Iliade, il vecchio Nestore parla della boxe come di un’arte dello spostamento: «Le membra, caro, le gambe, non sono più salde e le braccia non balzan più agili di qua e di là dalle spalle». Allora è ancora una prova, l’esaltazione dell’onore o della patria, e non un mezzo di evasione dalla miseria, l’ascensore violento per il riscatto sociale. Diagora era un nobile, e del resto i Giochi olimpici erano vietati agli schiavi… Quanto all’Eneide virgiliana, lì viene presentato il primo arbitro della storia, Enea appunto, in occasione dello scontro fra Entello e Darete: «Ma il padre Enea, che ancora crescesse quell’ira non volle, non volle che Entello sfogasse così la sua ferocia, e impose fine alla lotta». Rimandato tra i suoi, Darete «strascinava le gambe tremanti e la testa ciondolava qua e là, e grumi di sangue sputava, e pezzi di dente fra il sangue»…Ombra e luce, la boxe affascina sia per la sua dimensione gloriosa, sia per i suoi aspetti volgari. Dall’Hemingway di Cinquanta bigliettoni al Tennessee Williams di Il pugile mancino al Paul Morand di Campioni del mondo, c’è sempre l’idea del pugile che, come il Messia, sarà un giorno venduto per trenta denari dai Giuda che gli stanno intorno, che siano persone fisiche o enti, sigle, semplice business… È questa idea di sottomissione al destino che ancora la tiene in vita, laddove altri sport popolari risultano falsati dal professionismo miliardario o dal doping. È il fascino della capacità di resistenza di un uomo, il dramma di un combattente che, qualsiasi cosa gli arrivi, resta comunque tale, magnifici perdenti passati dalla gloria alla dimenticanza. È anche questo che racconta Il re della festa, la tragedia e la sua bellezza, il corpo come arma e come sudario, la più grande passione degli uomini: la guerra.


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