Nicolai Lilin: “Ogni religione è una burocrazia che uccide la virtù”

Tutto diverso dalla fede, che collega l’uomo al divino. Secondo lo scrittore russo naturalizzato italiano sono le gerarchie del culto che la pervertono

La vera fede è in ogni uomo. Nascosta in alcuni, spenta in altri, oppure ancora, seppellita dai rituali della religione, che per lo scrittore di origine russa Nicolai Lilin, autore diEducazione Siberiana (l’ultimo è Lo strumento di Dio), è «una vera e propria burocrazia». E «la burocrazia, in tutte le sue forme e manifestazioni, è la negazione della virtù». Non ha dubbi: la religione, con i suoi ministri, leggi e protocolli, esaurisce la fede e, a volte, porta l’uomo in terre perverse. Eppure, «non c’è nulla, in realtà, che non sia divino, nulla che non possa portare a un’elevazione della nostra anima». Bisogna saperlo riconoscere, e ogni cultura ha il suo modo. Anche quella cristiana: bisogna rifarsi a Gesù, ma «a quello che ribaltava i tavoli dei mercanti nel tempo», perché «era un ribelle, un criminale. E non per niente il sistema lo combatteva, anche a costo di salvare, al suo posto, un assassino».

Capiamoci subito. Lei è credente?
Sì. Nel senso che non sono religioso, ma credente. La religione è un sistema creato sulla fede, una burocrazia, un ufficio. La fede ha a che vedere con lo spirito, che è in ogni uomo, una forza interiore, un mistero che agisce sempre, che trova e dà spiegazione a tutto.

Credente, ma cristiano?
La mia cultura è quella, per cui sì. Cristo è un’idea, un’ispirazione. Non quello della religione, contro cui del resto anche lui lottava, fino a rovesciare i tavoli del tempio. Quelli sono i burocrati, e la burocrazia, in qualsiasi sua manifestazione è l’annullamento della virtù.

Lei ha detto che quando si va in guerra ci si avvicina alla religione.
Quando ci sono andato io avevo 18 anni, e non conoscevo bene la questione del terrorismo islamico e non sapevo che c’erano giovani destinati a questo tipo di “lavoro”. Però ho visto tante persone di tutte le età che, pur proclamandosi atei, di fronte alle pallottole che volavano cambiavano idea. Era una situazione caotica, e anche la religione che abbracciavano era caotica: credevano perché vedevano cose che non sapevano spiegare, si spaventavano e diventavano schiavi della religione, non della fede. Allora ripescavano antichi rituali, credenze, superstizioni. Ma anche sugli agili nella corsa e i forti nella guerra regnano il tempo e il caso. La fede è una cosa, la superstizione un’altra.

Però lei stesso colleziona rosari, e gira con il crocefisso.
È parte della mia cultura: io sono molto legato all’immagine che viene data alla mia fede. Ma so che sono solo oggetti simbolici, non sacri. Oggetti materiali che definiscano il dio non possono esistere: ma l’uomo ne ha bisogno. Per noi, creature finite che vivono uno spazio di tempo infinito, il concetto di eterno è estraneo, inimmaginabile. Noi, siamo particelle di energia pura, le esperienze le mettono in moto, all’interno di un disegno immenso che riguarda tutti, e in cui tutti sono uguali.

La fermo un secondo: al crocifisso, nella sua cultura di “criminale onesto” di tipo siberiano, che racconta nei suoi libri, è abbinata anche la pistola. Perché?
Perché per noi il crocifisso è un’arma.

In che senso?
Lo usiamo in una guerra continua contro la parte peggiore di noi, quella negativa, quella che ci fa fare scelte sbagliate.

Sì, ma insieme ci sono anche le pistole.
È normale. Lo si fa in casa. Qui le pistole non vanno mai adoperate: è un luogo di pace e deve rimanerlo. I crocifissi vengono posizionati sulle pistole, e funzionano come sigilli. Solo il padrone di casa li può toccare, togliere e mettere. Questo garantisce serenità. È un uso, una tradizione, ma non ha a che vedere con la fede, bensì con le armi. Che per noi sono importanti.

Quanto?
Chi ha fatto la guerra lo sa: la propria arma diventa una parte di te, del tuo corpo. Diventa normale averla con sé, come un paio di scarpe, ma, a differenza delle scarpe, è molto più importante: dal suo funzionamento che dipende la tua sopravvivenza. Va tenuta pulita, pronta e a portata di mano. Come se avesse una sua personalità. Un utilizzo superficiale non è ammissibile.

Anche perché se non funziona…
Sei morto.

Ma gli atei a cosa rinunciano? Alla fede o alla religione?
L’ateismo è una religione. Affermare di non credere a niente è come dire di credere a qualcosa. In questo, sono un gruppo, una setta. Il problema è quando non c’è la fede: perché i riti, il culto, la religione non contano granché se manca la speranza, cioè la consapevolezza che esiste qualcosa che collega l’uomo a un mistero più grande.

E la tecnologia come influisce?
Dà molte risposte alle domande che sorgono nell’uomo. Ma non tutte. La fede è un modo che permette di sostituirle, o meglio, è una sostanza che permette di diluire tutti i misteri della vita. Il problema è un altro: è che tutte le grandi religioni si sono allontanate dalla fede. E per questo nascono fenomeni che portano a risultati perversi, fino ad arrivare ai fedeli che vanno nella metropolitana di Bruxelles e si fanno saltare in aria.

Un esito terribile.
Una distorsione burocratica. Il terrorismo islamico è l’esempio più chiaro e negativo che abbiamo: con la forza del denaro e dell’astuzia trasformano le persone in armi. È una manipolazione gravissima.

Non uomini di fede, allora.
No: le persone che hanno fede, non importa la religione, si riconoscono tra loro. Quando ero in Cecenia per il servizio militare obbligatorio mi capitava di sentire spesso bisogno di ritrovarmi, di raccogliermi tra me e me. Avevo bisogno di un luogo sacro dove pregare, e allora, una volta, una moschea. Era mezza distrutta. Quando entrai, arrivò il funzionario. Mi scusai, non sono musulmano, ma lui sorrise. Meglio uno che ha vera fede che migliaia di musulmani che vengono per senso del dovere, rispose. Chi ha fede si riconosce. Dovrebbe essere così.

Come?
Come facevano i nostri vecchi, che abbinavano la pistola al crocifisso: loro avevano più fede di tanti preti e cardinali. Più sincera, più profonda. Come del resto erano Gesù e la Madonna. Anche loro giravano armati, perché erano ribelli. Perché erano criminali, nel senso che erano definiti in questo modo da quella società. Per sacrificare Gesù hanno preferito salvare un assassino. Ma la fede era vera.


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