44/2016: Walter Kempowski, Lei ha mai visto Hitler? Sellerio 2015, pag 222

th (1)«Lei ha mai visto Hitler?»

Sellerio ha ripubblicato in un’edizione ampliata un celebre e illuminante libro di ricerca sulla Germania durante il nazismo e dopo il nazismo

Hitler In Crowd

Adolf Hitler a Norimberga nel 1933 (Hulton Archive/Getty Images)

Lei ha mai visto Hitler?” è una famosa opera letterario-documentaria pubblicata negli anni Settanta in Germania, e che fece parte delle estese riflessioni e progetti di “denazificazione” della Germania che, come se ne diceva con formula sommaria, “faceva i conti col proprio passato”. Il libro di Walter Kempowski è stato ora ripubblicato da Sellerio (in una versione successivamente arricchita dall’autore; con un ricco gruppo di traduttori) con una premessa del curatore, Raul Calzoni, che spiega:

Fedeli a un impianto istruttorio volto a indagare il passato tedesco e pubblicati fra il 1973 e il 1979, Lei ha mai visto Hitler?, Lei lo sapeva? e Scuola sono un montaggio delle risposte tedesche, come recita il sottotitolo di due di queste opere, che a partire dal 1960 i cittadini della Germania, prevalentemente occidentale, hanno dato a Kempowski nelle stazioni ferroviarie, per la strada e nelle situazioni più disparate in cui li ha intervistati. Di questi protocolli della memoria collettiva tedesca, Lei ha mai visto Hitler? è stato il primo a uscire con grande successo in Germania e a essere poi tradotto in inglese, giapponese e francese, ma il secondo ad apparire in italiano, dopo Lei lo sapeva?

Al di là di chi ammette di avere visto Hitler e dichiara apertamente di avere combattuto al fronte o di essere stato nella Gioventù hitleriana, nella Lega delle ragazze tedesche e persino nelle SS, sono soprattutto le risposte di chi cerca giustificazioni per averlo visto e acclamato, spesso adducendo la giovane età come pretesto, di chi nega di averlo visto o, ancor peggio, di chi risponde alla domanda parlando di tutt’altro, a fare insorgere nel lettore un dubbio. Cioè che, nella Germania del dopoguerra, fosse dominante la volontà di rimuovere il passato

*****

Casalinga (1920)
A Berchtesgaden, dal 1934 al 1936 sono stata Haustochter in una pensione di Berchtesgaden. Era proprio in quel periodo! Alla stazione si è fermato un treno speciale, con le tende abbassate. Una colonna di veicoli è arrivata dall’Obersalzberg. Era su un’auto chiusa, circondato dalle SS. Poi è salito sul treno ed io ho avuto il permesso di stare sulla banchina, perché dovevo consegnare un pacchetto da spedire. «Può passare», mi ha detto un ufficiale, e sono arrivata sulla banchina. Hitler è salito sul treno accompagnato dalle urla e, alzata una tendina, ha guardato fuori, proprio dove mi trovavo io con tutti i ferrovieri sull’attenti. Hanno fatto il saluto nazista e la tendina si è abbassata di nuovo. Che paura mi sono presa! Era proprio a due passi! Lo immaginavo moro, in realtà aveva gli occhi di un azzurro intenso. E i capelli in parte biondi!
Era il 1934, poco prima del Putsch di Röhm.

Attrice (1911)
È squillato il telefono: «Qui è la cancelleria del Reich». «Prego, mi dica». «Il Cancelliere del Reich la invita a cena domani sera». Ho risposto: «Sì, dove?». «Non saremo nella sede della cancelleria, è in ristrutturazione…».
Mi sono vestita per l’occasione, eravamo ancora belle allora, e ci siamo andate; c’era già gente dabasso. Siamo salite con l’ascensore e – oddio! – siamo arrivate in un grande appartamento con due o tre stanze e una sala da pranzo molto grande, dove si intrattenevano già fra le dodici e le quindici persone… C’erano tutte, la Riefenstahl, quella norvegese molto carina, Astrid Späth [?] e Renate Müller, un angelo, una bimba – non ci sono più donne così; non ci sono più donne del calibro della Müller e della Dorsch.
Hitler ci ha detto: «Per cominciare, mettiamoci a tavola…». Purtroppo non ricordo nulla delle conversazioni, probabilmente erano solo chiacchiere. Più tardi, gli ho chiesto: «Abita qui ora?». «Sì», mi ha risposto, «questo è il mio appartamento, posso mostrarglielo?». «Sì, mi interesserebbe vedere dove vive, come è casa sua». «Sì», ha continuato, e mi ha mostrato l’appartamento: «… qui, qui c’è la mia camera da letto». «Oddio», ho detto, «non è molto confortevole» – c’erano solo un letto in ferro, un tavolo e una sedia, tutto era ridotto all’essenziale. Non mi aveva portato nella sua camera con secondi fini, voleva semplicemente mostrarmi l’appartamento.
Ecco, viveva in quel modo. Non mangiava nemmeno più carne. In seguito sono tornata nella cancelleria del Reich, un anno dopo, siamo state invitate sempre più spesso, ma dopo tre o quattro volte ho deciso di non andarci più.

Installatore di stufe (1915)
Hitler mi deve 5 marchi. Era il luglio del 1934. A quei tempi, in estate, si facevano gite in bicicletta e io ero partito con il mio amico Karo. Per 14 giorni avevamo bisogno di 20 marchi ed era necessario fare il giro di tutti i parenti per racimolarli, bisognava sempre convincerli a dare qualche marco in più.
A Bad Reichenhall c’era la casa del Führer. Avevamo passato la notte in un granaio con altri ragazzi che ci avevano detto: «Dovreste andare a trovare il Führer, regala 5 marchi!».
Il giorno dopo siamo andati lassù sotto una pioggia torrenziale. C’era una gran folla, tutti andavano da Hitler. Avevamo fame e siamo andati nell’unica panetteria che c’era. Era finito tutto, non c’era più niente, solo waffel a 5 marchi l’uno. Erano terribilmente cari! Ne abbiamo mangiato uno a testa e poi siamo andati dal Führer. La folla era impressionante, abbiamo aspettato e aspettato. In quelle occasioni bisognava sempre aspettare. All’improvviso qualcosa si è mosso nella folla, eravamo come in un imbuto che diventava sempre più stretto, e alla fine ci siamo ritrovati in fila per tre davanti a una porta in legno. Hitler era nello specchio della porta e faceva il suo saluto in modo irregolare; anche la gente lo salutava.
Dopo che siamo passati davanti a lui, il mio amico mi ha detto: «E i 5 marchi?». Non ci avevamo più pensato. Perciò abbiamo fatto un’altra volta la coda per passare ancora davanti a Hitler. Ma non c’era più nessuno. La porta era chiusa.
Ecco perché Hitler mi deve 5 marchi.

Ufficiale (1916)
Ai tempi frequentavo la Kriegsschule di Dresda, era l’estate del 1934, seguivamo un corso e un giorno gli ufficiali sono stati messi ai posti di guardia con le mitragliatrici: «Arriva il Führer». Era il giorno prima del «Röhmaffaire» e voleva essere pienamente sicuro di noi. Esercitazioni di artiglieria pesante, avevamo l’impressione che ci osservasse uno a uno. Come soldati perfettamente disciplinati lo abbiamo salutato dicendo «Heil!».
Poi ha tenuto un discorso, composto e calmo, su cosa dovrebbe essere un’armata e, alla fine, ha urlato: «Avrò bisogno di voi molto presto!» e cose simili; avremmo imbracciato subito il nostro fucile, tanto eravamo indottrinati e succubi. Ancora oggi è per me un mistero che un uomo come quello potesse suscitare tanto entusiasmo. Avevo 19 anni allora, venivo da una famiglia borghese.

Pittore (1914)
Nel 1934 sono andato a Monaco in bicicletta. Quel viaggio finì in modo sensazionale. Era il periodo della rivolta di Röhm, ma io proprio non lo sapevo.
Ho continuato verso Bad Reichenhall. Volevo attraversare il confine illegalmente, perché non avevo i 100 marchi che servivano per passare. Mi sono ritrovato sotto un temporale in compagnia di alcuni bavaresi che trasportavano sacchi. Anch’io ne trasportai uno. All’improvviso se la sono squagliata e sono rimasto lì con sei sacchi di documenti illegali. Le SS mi hanno portato via. Sono rimasto 14 giorni in una prigione a Monaco, dove ho visto portare gli uomini delle SA. Alcuni sono stati fucilati nel cortile. Parecchi di loro mi hanno dato i loro indirizzi e mi hanno chiesto di salutargli per sempre la moglie. Uno aveva il distintivo d’oro del partito.7 È stato il primo antinazista che mi ha aperto gli occhi.
Nessuno di loro è più uscito da là. Ho dovuto informare io le mogli.

Libraio (1922)
Era il 1934, per caso soggiornava a Selm, dove il Servizio di lavoro del Reich8 aveva costruito un canale, e, mentre stava festeggiando la fine dei lavori, ha ricevuto la notizia del Putsch di Röhm. Allora ha dovuto passare la notte nella stazione di Hamm e mi ricordo ancora che un gran numero di poliziotti del circondario si è radunato a sorvegliare il suo treno speciale. È passato davanti alla casa dei miei, era in macchina, i lineamenti del viso erano decisi, la schiena dritta, come un dittatore.
C’era gente, ma non correva a vederlo.

Un uomo
Una settimana dopo la rivolta di Röhm, quando hanno cominciato a vedersi i primi soldati con l’aquila nazionale sull’uniforme, questo mi ha colpito, perché era il simbolo della riduzione all’impotenza.

Commerciante (1916)
L’ho visto a Bad Godesberg, dopo quella storia di Röhm. Era un pomeriggio scuro e buio, lui era in macchina ed io mi sono meravigliato del fatto che nessuno aveva voglia di urlare «Heil!».

Insegnante (1904)
Probabilmente vorrà sapere se ne eravamo affascinati… assolutamente! Quando quell’uomo guardava qualcuno – insomma, gli entrava nelle midolla con lo sguardo. Prima che fossimo nominati tenenti, siamo stati convocati al Palazzo dello sport e lui è arrivato. Tutti i sensi erano catturati dalla propaganda, vista, udito e via dicendo. E lui aveva pur fatto delle cose. Aveva messo in ginocchio i più grandi partiti del tempo di Weimar. Bisogna considerare tutto nella prospettiva dell’epoca. Per noi la Germania significava ancora qualcosa, a tutti correva un brivido lungo la schiena. Un giovane di oggi non può neppure immaginarselo. Il fatto è che eravamo nero-bianco-rossi. Posso immaginarmi cosa pensava qualche vecchia zitella quando sentiva parlare del Kaiser. Era più o meno lo stesso con Hitler, poteva fare quello che voleva.
Poi è diventato addirittura megalomane, quando ha capito di aver sempre più consenso.

Casalinga (1920)
Eravamo obbligati ad acclamarlo in modo spontaneo, come ci dicevano sempre di fare. Ed io ho sempre urlato consapevolmente con la folla, mentre mia nonna non era ariana. Ero la sola in famiglia ad avere un lavoro. Ho urlato «Heil!» con tenacia.

Capitano (1920)
A Magdeburgo, nel 1934. L’ho visto solo da lontano. Non mi ha fatto un’impressione particolare. Sbandieramenti e corpi bandistici. Ero nella Gioventù hitleriana marittima. Poi, siamo saliti sulle navi e abbiamo festeggiato.

Redattore (1921)
Mio padre era austriaco, apparteneva al Partito Nazionale Tedesco ed era antisemita. Era a favore dell’annessione alla Germania. Sosteneva che gli ebrei gli avevano rovinato gli affari, ma non era così, perché la verità era che lui aveva le mani bucate e mia madre doveva guadagnare con lavori di cucito e sartoria i soldi per mantenerci.
Tra i suoi clienti c’era una certa signora Weil, che aveva un negozio di moda. Gente davvero gentile, che dava lavoro a mia madre. A noi bambini era stato ordinato di dirle sempre «buongiorno!». Anche mio padre le diceva «buongiorno!», ma alle spalle «sporca ebrea!». Un giorno del 1934, i Weil sono spariti. Si sentiva dire che li avessero spediti a Dachau. Poi, abbiamo saputo che anche il tale e il talaltro erano a Dachau. Si diceva che Dachau non fosse tanto male. Lì erano rieducati attraverso l’istruzione politica e il lavoro.

Insegnante (1924)
Mio padre mi ha detto: «Cosa dovevo fare, ero un impiegato con due figli, dovevo fare l’ambulante per le strade? Allora, sono entrato nelle SA».

Professore universitario (1907)
Sa, la cosa interessante è che dove c’era Hitler ho incontrato spesso intellettuali, persone capaci di pensare con la loro testa. Uno di loro mi ha detto: «Sono andato a sentirlo e mi sono detto “non mi avrà!”. Una volta arrivato là, non ho potuto fare nulla contro il suo influsso».

©Albert Knaus Verlag
©Sellerio Editore


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