48/2016: Serena Vitale, Il defunto odiava i pettegolezzi, Adelphi 2015, pag 284

Serena Vitale, Il defunto odiava i pettegolezzi

Serena Vitale, una morte di Majakovskij

«IL DEFUNTO ODIAVA I PETTEGOLEZZI», DA ADELPHI: UN’INCHIESTA FILOLOGICA E LETTERARIA DI SERENA VITALE SUL SUICIDIO TEATRALE DEL POETA RUSSO


Il cadavere di Majakovskij

La chiassosa mise del cubofuturista, magnifico declamatore, cedette il passo col tempo – e con gli incontri – a un giallo meno vibrante, rosato. A indurre il cambiamento fu Lili Brik, conosciuta nel 1915 e subito eletta dedicataria delle sue opere, subito amata, amante. Con il suo arrivo nella vita di Vladimir, «via gli abiti da giullare, solo cravatte e non fusciacche o nastri, tagliare i capelli, curare quegli orribili denti marci… Il guardaroba del poeta si è arricchito di un paltò inglese», così scrive Serena Vitale nel suo recentissimo Il defunto odiava i pettegolezzi (Adelphi «Fabula», pp. 284, euro 19,00), minuziosa indagine documentaria, ricostruzione e racconto – la forza narrativa è tanta, e avvincente – del suicidio di Majakovskij. I coniugi Brik, Lili e Osip, ebbero ruolo non piccolo nel destino del poeta: a loro deve la pubblicazione dello straordinario, inventivo, freschissimo tetrattico La nuvola in calzoni; da loro riceve e a loro ricambia amore e amicizia in un vincolo singolare quanto saldo, culminato in convivenza nel 1919. A loro deve l’incontro con Veronika Polonskaja organizzato ad arte nel 1929 per guarirlo, «malato d’amore» com’era per Tat’jana Jakoleva. Ma la bellissima Veronika, Nora, sua ultima amante, non seppe avere la pietà o la prontezza per scongiurare il suicidio più volte minacciato e infine compiuto mentre lei stava per lasciare lo studio. La mattina del 14 aprile 1930 Nora per la prima volta aveva prove di scena importanti, voleva arrivare in orario, soprattutto resisteva all’insistenza del poeta che le chiedeva di divorziare per diventare sua moglie. Dopo giorni d’angoscia e di solitudine – i Brik erano in viaggio in Europa – Majakovskij non poté sopportare un rifiuto, e neppure una dilazione di poche ore come Nora proponeva. Il suicidio avvenne nella «stanza-barchetta», come la chiamava il poeta, forse davanti a Nora, forse alle sue spalle. Se l’atto è stato repentino, il celebre commiato, lettera A tutti, era pronto già da due giorni, e non aveva avuto su Nora (troppo calata in Casa di bambola? – finissima Vitale) gli effetti sperati. Testimonianze, congetture e ricostruzioni che hanno impegnato e appassionato gli studiosi di Majakovskij sono ripercorse dalla slavista con la meticolosità che le è propria, e che già le ha permesso, vent’anni fa, il solidissimo e fascinoso Bottone di Puškin (Adelphi). Il metodo è sempre quello del montaggio: lettere, memorie e resoconti fatti confliggere tra loro, a mostrarne incongruenze, a cercarvi verità. Metodo efficacissimo, sovrano nella più interessante narrazione novecentesca, dal cinema alla letteratura. Incomparabile per esibire evidenze. Nel Defunto odiava i pettegolezzi, agli stralci di corrispondenza, alle deposizioni, alla descrizione degli oggetti conservati nell’Archivio del Politbjuro, Serena Vitale aggiunge altri documenti di prima mano, e fotografie inframezzate ai testi, ritratti del protagonista e dei comprimari, disegni – la piantina della kommunalka, i cuccioli di cane con cui spesso il poeta firmava le lettere, il disegnino di un’automobile (a Parigi comprò un’economica piccola Renault invece della Ford o della Buick desiderata da Lili) –, le istantanee dei funerali gremiti, la locandina di una «cinenovella» russa, il foglio spiegazzato con l’ultimo scritto, lo «schema della conversazione» da tenere con Nora, alcune immagini di pistole (accurata l’indagine sull’arma, sulla confusione tra modelli e matricole, sulla comparsa in dono e sulla rapida scomparsa della Mauser da cui partì il colpo). E ancora, a conclusione del capitolo «L’eternità di scorta», «dialogo» tra poeti, compaiono le fotografie di due statue, di Puškin e di Majakovskij, che i monumenti detestava – «Me ne frego / dei quintali di bronzo, / me ne frego / del marmoreo muco» –, e che dal 1935, dopo una lettera di Lili a Stalin, finì ingabbiato nella retorica di regime, la sua opera obbligatoria nelle scuole, «vigorosamente sforbiciata, presentata in tendenziose crestomazie». Salvo la piantina dello studio nessuna immagine reca didascalia: l’impaginazione basta a darne il soggetto, sì da rendere il documento visivo filo del tessuto narrativo, non semplice illustrazione esornativa.
Oltre a esprimere la grandezza di Majakovskij – i versi inclusi nel montaggio già da soli sarebbero sufficienti –, il libro di Serena Vitale, ricostruisce epoca e atmosfera, facendo propria la raccomandazione di Marina Cvetaeva citata in epigrafe: «In primo luogo: quando parliamo di un poeta, voglia Dio che ricordiamo sempre il secolo in cui visse. In secondo e opposto luogo: parlando di Majakovskij, dovremo ricordare sempre non soltanto il secolo – ci toccherà sempre ricordare un secolo avanti…».
Del tempo Serena Vitale inquadra le livide ombre dell’OGPU, la perfidia di Gor’kij che lo diceva affetto dalla sifilide, «malattia del capitalismo», il LEF e il REF, la RAPP, Associazione russa degli scrittori proletari, il demoniaco Arbuzov, il doppio Agranov, il controllo della stampa, l’intellettualità moscovita, le ipocrisie, le delazioni incrociate, il «nano sanguinario», le esecuzioni. Del poeta mostra a più riprese l’intelligenza affilata, brillante (arguta finanche nelle agitki, slogan di propaganda politica), e la lungimiranza, le virtù precorritrici, rese ancor più nitide dalla miopia della critica, dalle polemiche e dai lazzi offensivi di chi lo considerava «finito» cui, a meno di una settimana dalla morte, replicava con ferita consapevolezza: «tra quindici, vent’anni, il livello culturale dei lavoratori sarà più alto, e allora le mie opere saranno comprensibili a tutti». La ricostruzione muove dalla morte, dalla sensibilità privata e dalla figura pubblica di Majakovskij che del suicidio portano il peso, dalla dinamica dei fatti, perché, si legge nel Bottone di Puškin, «la morte dei grandi è valle di echi, magica lente di ingrandimento».
Alla vividezza della narrazione contribuiscono, accanto all’aura e alla problematicità del soggetto, alcune soluzioni stilistiche: d’un espressionismo lucente e crudo è il rapido prelievo del cervello di Majakovskij perché gli scienziati possano studiarlo (chissà in quali circonvoluzioni alberga la Musa…); senza vie di fuga, per le contraddizioni che espone, il montaggio a incastro serrato della deposizione che Nora diede nell’imminenza del suicidio e delle memorie che stese otto anni dopo.
Alla propria voce Serena Vitale riserva spesso commenti tra parentesi, non privi d’ironia screziata d’amaro, e di frequente chiusi da punto esclamativo, che marca paradossi o enormità ed è spia di un approccio diretto, di un pensiero sfuggito ad alta voce, fuori dell’ortodossia accademica. L’operazione alla base del libro è storico-letteraria e nel contempo affabile. L’adesione è a volte schermata da parole altrui – acuta, e tragica, per noi molto persuasiva, la nota di Eizenštejn sul ritmo e sulla sintassi della lettera di commiato, vicini a una canzonetta popolare, una «poesia della malavita odessita» di cui era protagonista un caduto «sul campo di battaglia». Era diventato politicamente ingombrante, Majakovskij, il poeta della rivoluzione, e vulnerabile. Alla vigilia della morte era pieno di furore e di rabbia, e di amore – Serena Vitale insiste su questi nodi –, eppure non lo abbandonava l’autocoscienza: «Conosco la forza delle parole lo scampanare a stormo / un niente sembra / petalo schiacciato dai tacchi delle danze / ma in anima e labbra e scheletro l’uomo».

http://ilmanifesto.info/serena-vitale-una-morte-di-majakovskij/


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