49/2015: Orhan Pamuk, La stranezza che ho nella testa, Einaudi 2015, pag 574

Orhan Pamuk, La stranezza che ho nella testa
Il Nobel turco Orhan Pamuk

Panorama/Cultura/libri

Il Nobel turco Orhan Pamuk racconta il suo ultimo romanzo all’anteprima di “Libri come”, tra amore, islam e politica

Il mondo di ieri e di oggi visto attraverso gli occhi di un venditore di Boza, la bevanda a base di mais e grano molto amata in Turchia. Il Nobel per la letteratura turco Orhan Pamuk ha scelto Roma per presentare in Italia il suo ultimo romanzo, La Stranezza che ho nella Testa (Einaudi). Nella cornice dell’Auditorium, in una sala gremita di persone per l’anteprima di Libri come, la festa del libro e della lettura che inaugurerà la sua settima edizione a marzo del 2016, Pamuk non si sottrae alle domande scomode di Marino Sinibaldi, il direttore diRadio 3 Rai, e dice tutto quello che pensa della sua Turchia, ben lontana dal Paese governato da Erdogan.

E’ inevitabile che la narrativa si intrecci con l’attualità. Il cantastorie Pamuk ci regala un altro libro che, ancora una volta, è un omaggio alla sua Istanbul. La città dai tanti nomi, che fu Bisanzio e poi Costantinopoli, e che oggi ricordiamo per le proteste dei ragazzi diGezi Park in piazza Taksim e per le ultime vicende di guerra al confine con la Siria. Il romanzo di Pamuk è stato scritto in più di dieci anni, durante i quali lo scrittore ha incontrato decine e decine di uomini e donne “comuni”.

Venditori ambulanti di ogni genere di prodotto, dallo yogurt al Boza, fabbri e falegnami, piccoli commercianti. Un formicaio di umanità con le sue storie, le sue lacrime e le sue gioie, all’ombra di una Istanbul in perenne trasformazione, in cui – dagli anni ’60 in poi – interi quartieri vengono smembrati, nascono nuove aree periferiche, antichi palazzi vengono buttati giù e poi ricostruiti più alti di prima, per accogliere il numero crescente di abitanti della metropoli sul Bosforo.

Attraverso gli occhi del protagonista, Mevlut, Pamuk ci racconta la sua Turchia, in perenne corsa e piena zeppa di contraddizioni. Una realtà su diversi livelli, così come su diversi livelli temporali sono le storie che si intrecciano nel suo romanzo. Decine e decine di storie e di personaggi, che vanno ad incastrarsi sapientemente come le trame di un tappeto pregiato. Tanti gli omaggi alla grande letteratura, a cominciare dall’innocenza del protagonista Mevlut, il venditore di Boza, che ha la faccia di un bambino e nella sua semplicità ci ricorda Candide, o anche Marcovaldo di Italo Calvino e L’Idiota di Dostoevskij.

Ma, al di là della letteratura, l’autore non si sottrae alle domande sull’attualità politica, che di questi tempi tengono la Turchia sotto il riflettore della comunità internazionale. Quando Marino Sinibaldi gli chiede cosa ne pensi dell’islam politico, sottolineando che il personaggio più cattivo del romanzo è anche il più religioso di tutti,Orhan Pamuk risponde di essere “rammaricato per quello che sta accadendo in Turchia, dove i giornalisti sono del mirino del governo e vengono minacciati, picchiati e arrestati” in barba ai diritti umani e alla libertà di espressione.

Europeista convinto, Pamuk si dice felice di aver visto tanti leader europei reccentemente ad Ankara con il sorriso stampato sulle labbra. Ma si dispiace per il fatto che l’Europa “veda la Turchia solo come un filtro agli indesiderabili“, a quei migranti che disperati fuggono dalle aree di guerra, e chiede a Bruxelles di tenere gli occhi ben aperti su quello che sta facendo Erdogan e sulle continue violazioni dei diritti umani e civili nel Paese della Mezzaluna. Insomma, con il governo turco il Nobel Pamuk non ci va giù tenero.

La Stranezza che ho nella Testa è un romanzo dickensiano, che affonda le sue radici nel sociale e, quindi, nel politico, per farsi dettare tempi e modi sempre e solo dall’amore. La incredibile vita di Mevlut è segnata da eventi picareschi. A cominciare dal suoinnamoramento al matrimonio di un cugino. Per un breve momento, Mevlut incrocia lo sguardo di due sorelle della sposa e si innamora perdutamente di una di loro. Tornato a casa comincia a scriverle ardenti lettere d’amore. Per tre anni le sue missive vengono confezionate con l’aiuto di tutta la comunità, dai suoi amici lavapiatti agli altri ambulanti, senza parlare della folta schiera dei parenti (le famiglie in Turchia sono molto numerose).

Alla fine, dopo tanta attesa, Mevlut decide di prendersi la sua bella mettendo in atto la classica fuitina. Le famiglie, infatti, erano contrarie al loro matrimonio. Con l’aiuto di un amico la rapisce e fuggono insieme in macchina lontano dal loro villaggio. Ma una brutta sorpresa aspetta Mevlut. Quando la donna finalmente scopre il suo volto, il venditore di Boza si rende conto di avere davanti la sorella sbagliata, quella più brutta. Per tre anni aveva amato e inviato appassionate lettere a una donna che non aveva mai desiderato.

E questo è solo l’inizio della storia, che procede con un ritmo incalzante tra fatti belli e brutti e tanti colpi di scena, in una struttura complessa, che va dalla narrazione in terza persona a quella in prima, per permettere al lettore di seguire le diverse storie e di assaporarne senza difficoltà il loro intreccio. Un’opera imponente, dedicata a unaIstanbul che non c’è più, ma anche a una Istanbul che verrà, fatta di etnie, religioni e minoranze diverse, ma allo stesso tempo profondamente uguali.

http://www.panorama.it/cultura/libri/la-stranezza-che-ho-nella-testa/


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