50/2016: Marcello Simoni, La cattedrale dei morti, Newton Compton 2015, pag 217

Marcello Simoni, La cattedrale dei mortiMarcello Simoni: “Devo a Eco il mio Medioevo bestseller”
La parola allo scrittore che in pochi anni ha venduto un milione di copie solo in Italia e ha avuto traduzioni in 18 Paesi, all’uscita del suo terzo mistery ambientato nel Trecento

di LEONETTA BENTIVOGLIO
07 luglio 2015

La sua scrittura è un mix tra “Il nome della rosa” in salsa ferrarese e un Dan Brown con influssi salgariani. E la cornice del suo estro sono i nebbiosi paesaggi delle Valli di Comacchio. Pochi chilometri li separano dalle meraviglie dell’abbazia di Pomposa e dalle architetture estensi di Ferrara. “Non riuscirei a scrivere lontano da qui”, confessa il quarantenne Marcello Simoni, artefice di vendutissimi libri d’ambientazione medievale.

“Mi sono necessari i lunghi inverni delle Valli”. Miscelando in un abile cocktail vari generi (romanzo storico e d’avventure, detective story e mistery), Simoni viaggia nei secoli trascorsi per strutturare contesti “dove tutto dev’essere coerente e credibile, come nella fantascienza “, spiega.

Nell’opaca luce lagunare è nato e non ha mai smesso di vivere quest’ex bibliotecario che ama il frangersi ovattato dell’acqua contro le pietre dei ponti comacchiesi: “Fatico a muovermi, prima non arrivavo a Bologna”, racconta. “Adesso sono costretto a spostarmi in Europa per presentare i miei libri. Ma a me, come a Salgari, piace vedere il mondo nella letteratura”. Ciò nonostante Marcello non è “sconnesso” dal presente. Quando esce da sogni di cavalierati, disfide, epidemie di peste nera, enigmi vergati su pergamene, badesse sapienti e abati spioni, gli piace divorare film e fumetti, tuffarsi nella lettura dell’ultimo Fred Vargas e giocare alla Play-Station “che stimola la concentrazione “.

In pochi anni ha venduto un milione di copie solo in Italia e ha avuto traduzioni in 18 Paesi. Col suo esordio, Il mercante di libri maledetti (vincitore del Bancarella), ha dominato i vertici dei bestseller nel 2011, per poi guadagnare un inarrestabile consenso di mercato. Ora i suoi fan celebrano l’uscita de L’abbazia dei cento delitti , seconda puntata di una trilogia avviata l’anno scorso da L’abbazia dei cento peccati . Si attende l’epilogo, nel ’16, con L’abbazia dei cento inganni .
Il denso e cupo plot ce l’ha in testa da tempo, e la scelta dei tre titoli simili indica la misura del progetto: “Desideravo pubblicare un’unica storia di novecento pagine. Adoro i romanzi robusti alla Tim Willocks”.

È un entusiasta Simoni, non un moderato. Tra gli elementi della saga, che parte a metà del 1300, ci sono il valoroso cavaliere Maynard, un tesoro bramato da tutti che si chiama “Lapis Exilii”, una raffica di aristocratici avidi e crudeli, un susseguirsi incalzante di omicidi, il geniale pittore Gualtiero dè Bruni… Sono inventati i suoi personaggi?
“Alcuni arrivano dalla Storia e altri sono fittizi ma creati in base ai documenti. Maynard, mai esistito, rappresenta un mio omaggio ai poemi della Chanson de geste e a Ivanohe . È un cavaliere che si dà un significato con la ricerca di un’importante reliquia di Cristo. Mantiene saldo il codice d’onore in un’epoca di crisi, nella quale sta cadendo l’ideale d’imbattibilità dei cavalieri. Suor Eudeline è un’eroina saggia e sofferta in una società schematica e misogina. L’ho modellata sul ritratto della religiosa e naturalista tedesca Hildegard von Bingen. Ma il monaco ribelle Facio, il vescovo Guido dè Baisio, Obizzo d’Este e Lippa Ariosti sono vissuti veramente. E l’abate Andrea, committente degli affreschi di Pomposa, è citato spesso nei testi pomposiani “.

Quell’abbazia sembra fondamentale per lei.
“È un luogo magico cui sono legatissimo. Con i suoi mille anni resiste ai terremoti e alle alluvioni in un silenzio intoccabile. Racchiude il ciclo completo dell’Apocalisse, che Gualtiero realizzerà nel terzo tomo della trilogia. Anche lui è inventato, ma prende spunto dai membri di un’autentica famiglia di pittori romagnoli. In realtà sappiamo che quel capolavoro risale al 1351, ma ne ignoriamo l’autore o gli autori, così come il riferimento iconografico”.

Lei è stato archeologo e bibliotecario. Può riassumere il suo percorso?
“Ho preso la laurea in Lettere, e mi sono avvicinato all’archeologia negli anni dell’università a Ferrara. Queste zone sono ricchissime di reperti e ho partecipato a molti scavi. È stato un esercizio di piccone interessante e pesantissimo! Poi ho lavorato nella biblioteca del seminario arcivescovile ferrarese, e nei volumi dell’antichità ho scoperto un universo. Firmavo saggi storici e mi piaceva, però volevo altro… Ho scritto Il mercante di libri maledetti e l’ho mandato alle massime case editrici italiane senza ricevere risposte. Dopo un anno di vane attese, sono riuscito a ottenere il mio primo contratto da una casa editrice spagnola. Il romanzo uscì in Spagna nel 2010 e vendette seimila copie. A quel punto Newton Compton, divenuto poi il mio editore italiano, lo ha lanciato in Italia”.

Perché l’appassiona tanto il Medioevo?
“È un periodo stupendo e sterminato. Esistono molti Medioevi. Quello che precede l’anno mille è embrionale e caotico. Però dà vita al monachesimo, produce scrittori, vi avvengono le prime traduzioni. Dopo il mille nascono i Comuni e le università, la medicina avanza e gli individui comprendono di appartenere a una fase segnata dal progresso. È l’alba del Rinascimento”.

A cosa attribuisce l’enorme successo odierno dei romanzi storici?
“A un alleggerimento nel modo di scriverli. Oggi sono più pronti a ricamare un gioco di prestigio intorno al lettore. Più capaci d’immetterlo in un acquario che lo distragga dal grigio presente e sia verosimile. Penso alla maniera affascinante in cui Il petalo cremisi e il bianco di Michel Faber ci ha condotto nell’epoca vittoriana”.

Dal “Nome della rosa ” in poi, il noir si addice al Medioevo.
“Umberto

Eco ha aperto molte strade dimostrando come una trama alla Agatha Christie possa collocarsi benissimo nel 1300. E il genere poliziesco è sempre efficace nello specchiare la realtà, perché è un ingranaggio di natura politica, antropologica e sociale”.


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