51/2016: Azar Nafisi, La repubblica dell’immaginazione, trad Mariagrazia Gini, Adelphi 2015, pag 288

Azar Nafisi, La repubblica dell'immaginazioneAzar Nafisi le mille e un’America

L’autrice di “Leggere Lolita a Teheran” oggi insegna e vive a Washington. Dell’Occidente vede libertà e limiti, dice che ha votato Obama ma è delusa dagli accordi con l’Iran. Soprattutto, non smette di trovare nei romanzi la chiave per comprendere la realtà. E nel suo nuovo libro, legge Mark Twain, Sinclair Lewis, Chandler…

DI ANTONIO MONDA

Azar Nafisi le mille e un'America

A dodici anni di distanza da “Leggere Lolita a Teheran” e a sette dalla scelta di diventare cittadina americana, Azar Nafisi pubblica un libro nel quale racconta i sentimenti contraddittori che prova nei confronti del paese che l’ha accolta. Il testo, in uscita per Adelphi il 17 settembre con il titolo “La repubblica dell’immaginazione”, cita in epigrafe una poesia piena di dolore e speranza di Langston Hughes: «Che l’America sia di nuovo America, che sia il sogno di un tempo (…) Oh, sì, lo dico chiaro: l’America non è mai stata America per me, eppure pronuncio questo giuramento – America sarà!». È inevitabile chiedersi quanto ci sia di autobiografico anche per la Nafisi, ed è evidente sin dalle prime righe che uno dei temi principali della sua riflessione sia relativo all’identità. Nel raccontare come sia cresciuta immaginando la reale esistenza di una repubblica dell’immaginazione, osserva quanto sia profondamente “british” la Alice di Lewis Carrol, e come alcuni testi cambino profondamente significato a seconda delle traduzioni. Il secondo tema, non meno importante, è il rapporto tra realtà e illusione: per affrontarlo riflette sull’”Autunno del Patriarca” di Gabriel Garcia Marquez, ricordando come il protagonista fosse un dittatore semi-analfabeta convinto che le costanti rimozioni della verità delle quali aveva bisogno fossero la realtà. «La cecità verso gli altri», scrive «è l’origine del male nel mondo reale», ma il suo sguardo rimane umanistico e pieno di empatia nei confronti di chiunque. L’intreccio di questi temi è presente in maniera ricorrente anche nel suo modo di dialogare, colto, curioso e pieno di passione: «Credo nel dialogo e nella cultura: il confronto può solo arricchire», racconta nel suo appartamento di Washington, «e lo scambio libero di idee è un privilegio dei paesi che non conoscono l’orrore della dittatura».

Ritiene che l’America sia un paese libero? «Se mi consente una parolaccia è “il paese delle fottute opportunità”, e in questo rimane certamente un paese libero. La libertà non si raggiunge mai del tutto, ma si cerca, come la felicità. E porta con sé un elemento di rischio, come ogni cosa per cui vale la pena vivere. Per quanto riguarda l’America, il rischio che vive oggi è il conformismo: non si deve dimenticare che tutti gli stati, anche quelli totalitari, offrono lusinghe e tentazioni. Nel momento in cui cediamo, ci abbandoniamo ai dettami del gruppo: e questo rappresenta la negazione della libertà».
In Tropico del Cancro Henry Miller ha scritto: “L’America non esiste: è un nome che si dà a un’idea astratta”. «È una grande battuta, provocatoria: ovviamente l’America esiste, ma Miller coglie un elemento di verità, specie per quanto ci sia così di seducente in questo paese, che a volte si rivela solo un’illusione. Questo popolo formato di gente di ogni parte del mondo è abilissimo a cibare queste illusioni: ne è prova evidente l’immagine pubblicitaria, o anche il cinema. E sappiamo bene che vivere nei sogni è sempre pericoloso».
È vero che da piccola vedeva sempre i musical? «Si, e immaginavo gli Stati Uniti come a una terra di canzoni e danze. Da piccola avevo un’idea di America, proprio come diceva Miller, e sapevo nell’intimo che la realtà sarebbe stata inferiore alle aspettative. Ma la costruzione dell’illusione si vede anche nella vita quotidiana, basta pensare alla politica e a come si presentano i candidati di ogni colore: in questo, sia chiaro, il resto del mondo non è molto diverso».
Anche i libri sono illusioni? «Privare l’uomo dei libri e della cultura significa privarlo di uno degli elementi che lo caratterizza come essere umano. Nel Buio oltre la siepe di Lee Harper un personaggio dice: “Leggere non mi è mai piaciuto tanto, finché non ho avuto paura di non poterlo più fare. Non si ama respirare”».
C’è una relazione tra cultura e dittatura? In altre parole, la cultura può salvare dalla privazione della libertà?«Rispondo con una battuta di “Iosif Brodskij, che rifletteva sul fatto che Lenin, Stalin e Mao fossero tutti persone istruite: Stalin aveva diretto un giornale, Mao scriveva addirittura versi. Brodskij conclude che il problema è che “l’elenco delle loro vittime era infinitamente più lungo dell’elenco delle loro letture”. A questo riguardo voglio aggiungere un elemento illuminante: sono le scienze umanistiche a spaventare sempre i tiranni». In un passaggio del libro lei paragona le dittature comuniste con quelle caratterizzate dal fondamentalismo islamico. «Uno dei tanti tragici effetti delle dittature è cambiare il senso delle parole: per esempio in Iran ci sono elezioni, che per natura dovrebbero essere democratiche. Ma lo sono solo per i musulmani approvati dai leader religiosi. Pensi per un attimo a quello che succedeva in Bulgaria, con risultati favorevoli al regime vicini al 95 per cento. La Rivoluzione islamica ha cambiato per sempre il significato di parole come “spiritualità”, “religione”, “virtuoso”, “decadente”, “straniero”. Queste parole sono diventate orfane, e sono associate alla paura, al pericolo, alla corruzione e allo Stato, così come nell’Urss parole quali “dittatura”, “uguaglianza” e “libertà” avevano smarrito il loro significato originario».
Per raccontare l’America ha scelto tre libri. «Ai quali voglio aggiungere subito un grande autore come James Baldwin, che ritengo essenziale per comprendere quello che succede oggi nel mondo in termini di conflitti razziali e identità. Baldwin andò in Francia per parlare della sua America, consapevole che amare significa anche criticare. Era contro l’ideologia e il totalitarismo e rifiutava ogni categoria, o quello che oggi definiamo politically correct. Va ricordato che lui, uomo di colore, scrisse un libro su un gay bianco, pubblicandolo in Inghilterra. I libri che meritano di essere letti superano le classi, le razze e le tradizioni: appartengono a uno spazio universale».
Il primo libro che esamina è Le avventure di Huckleberry Finn di Mark Twain. «Huckleberry Finn è un personaggio che rifiuta il concetto di radici e di tradizione: è l’antenato di tanti protagonisti senza dimora del romanzi americani. Capisco perché secondo Hemingway era il libro più bello della narrativa statunitense: per molti versi ha predetto cosa sarebbe stata l’energia e l’illusione dell’America, con tutte le sue contraddizioni,
grandezze e miserie. Io sostengo che avesse ragione Henry Louis Mencken a paragonare Twain a Shakespeare e Cervantes: in Huckleberry Finn ha creato dal nulla un linguaggio nuovo e, di conseguenza, un mondo nuovo». Scrive anche di Babbitt di Sinclair Lewis. «È un altro libro fondamentale per capire l’America nei suoi personaggi marginali e apparentemente insignificanti. In questo caso il parere di Hemingway era opposto: lo considerava una nullità, ma non coglieva la profondità con cui Lewis intuisce una contraddizione molto americana: il desiderio di sistemarsi e quello di essere sempre in movimento. Una volta scrisse: “Tutti dovrebbero avere una casa dalla quale andar via”».
Colpisce anche la sua riscoperta di Carson McCullers. «Il cuore è un cacciatore solitario è un libro struggente e per spiegare perché ho scelto McCullers le rispondo con una sua frase: “Tutti gli uomini si sentono soli. A volte, però, mi sembra che noi americani siamo i più soli di tutti”».
Lei ha dichiarato di essere delusa da Obama. «Si, e non mi riferisco solo all’insufficienza di quello che ha fatto per contrastare l’orrore che vive il mio paese. Ci tengo a dire che l’ho votato poco dopo essere diventata
cittadina americana, ed è anche stata l’unica volta che ho votato in vita mia: mi sento responsabile per quel voto. E voglio anche aggiungere che condivido e appoggio molte scelte che ha fatto: capisco cosa possa significare
essere il primo presidente nero in un paese dove alcuni vorrebbero innalzare ancora la bandiera della Confederazione. Ma in politica estera sembra che non abbia una strategia, che si limiti a reagire agli avvenimenti. E per quanto riguarda l’educazione ha sviluppato un progetto troppo simile a quello della destra: apprezzo l’idea dell’unificazione nazionale dei programmi, ma credo che la minimizzazione dello studio dell’arte e della musica nelle scuole primarie rappresenti un grave errore. È un paradosso: Obama è stato spesso attaccato come troppo intellettuale».
Tra i grandi scrittori americani lei colloca anche Raymond Chandler. «La correggo: lo colloco tra i grandissimi. Amo il suo linguaggio metaforico e lo sguardo morale e mai moralista. Credo che il suo saggio La semplice arte del delitto rappresenti una Dichiarazione d’Indipendenza per tutti gli scrittori di genere».
Subito dopo l’uscita in italiano del suo libro, lei il 19 settembre sarà al festival Pordenonelegge per presentarlo. È vero che legge anche molti libri italiani? «Certo: tra gli scrittori del 900 Moravia, Calvino e la Ginzburg. E poi il mio preferito: Italo Svevo. Vedo anche molti film italiani e oltre ai grandi registi ho una passione per gli interpreti, in particolare Vittorio Gassman e Claudia Cardinale. L’idea di La repubblica dell’immaginazione è nata proprio a Roma: una città che accoglie in maniera informale e sensuale».


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