52/2016: Eva Schloss, Sopravvissuta ad Auschwitz, Newton Compton 2016, pag 319

Eva Schloss, Sopravvissuta ad AuschwitzStoria di Eva Schloss sopravvissuta ad Auschwitz. Dalla fuga da Vienna alla deportazione

“Quando i miei nipoti mi hanno chiesto del tatuaggio sul braccio con cui ero stata marchiata ad Auschwitz, avevo risposto che era solo il mio numero di telefono. Non parlavo del passato.”

Questa è la storia di Eva Schloss, raccontata con le parole del libro che lei stessa ha scritto ad oltre quarant’anni di distanza dalla sua liberazione, avvenuta il 27 gennaio 1945 nel ’campo di sterminio’ di Auschwitz. La sua vicenda umana è legata a quella di Anna Frank. E’ stata sua compagna di giochi ad Amsterdam e nel dopoguerra sua madre Fritzi, anch’essa sopravvissuta allo sterminio (il papà ed il fratello morirono ad Auschwitz), sposerà Otto Frank, a sua volta unico superstite della sua famiglia.

Il nove marzo 1938 a Vienna, città natale di Eva Schloss, arrivano i nazisti accolti con entusiasmo dalla popolazione: “Gli ebrei austriaci cominciarono a correre da un’ambasciata all’altra alla disperata ricerca di un visto che consentisse loro di scappare. Purtroppo, però, molti Paesi non li concedevano.”

La fuga a Bruxelles (1938): “Eravamo degli apolidi e la nostra presenza non era gradita in nessun posto.” Le molestie di Dubois (coinquilino di Eva, di sua madre e del fratello Heinz nella pensione di madame Le Blanc): “Cercavo di evitarlo a tutti i costi, ma alcuni giorni dopo, ero sola e lui mi bloccò nel corridoio (…). Mi fece entrare in camera sua, dicendomi che voleva mostrarmi delle fotografie del Congo (…). Riluttante, gli rimasi accanto mentre sedeva alla scrivania e sfogliava album color seppia (…). Con il passare delle settimane, cominciò a prendermi sulle ginocchia mentre sfogliava le pagine dell’album (…). Ben presto Dubois pretese che (…). Ero talmente inorridita e imbarazzata che corsi fuori dalla stanza e incappai dritta in mia madre. Vedendomi tanto sconvolta, mi costrinse a parlare finché non crollai e le dissi tutta la verità (…) erano tutti scioccati (…). Ma non potevano farci niente. Eravamo in un Paese straniero, in attesa dei visti grazie a cui avremmo potuto tornare ad essere una famiglia. Mutti (la madre di Eva) mi disse di non rivolgere mai più la parola a Dubois e fece di tutto per proteggermi (…). Solo poco tempo prima ero stata una bimba vivace e felice (…) ora vedevo che (…) i miei genitori non potevano proteggermi dalle cattiverie del mondo. Non avevano potuto salvarci dai nazisti ed eravamo dovuti scappare da casa nostra. E ora non riuscivano nemmeno a proteggermi da un uomo che mi aveva fatto così tanto male.”

L’arrivo di Eva ad Amsterdam (febbraio 1940) dove fa amicizia con Anna Frank: Parlava talmente tanto che la chiamavamo la ‘Signora Qua Qua’ e nei miei ricordi era sempre circondata da un gruppo di ragazzine pronte a ridacchiare per le sue ultime esperienze e osservazioni. Mentre io giocavo a campana, Anne leggeva riviste di cinema e andava con le amiche nei caffè a mangiare gelati e a discorrere come le signore di mondo che avrebbero voluto diventare (…). Alla fine del suo diario, poco prima di essere catturata, Anne Frank ha scritto di credere ancora che la gente fosse fondamentalmente buona; chissà cosa avrebbe pensato se fosse sopravvissuta ai campi di concentramento di Auschwitz e Bergen-Belsen. La mia esperienza ha dimostrato che le persone possono essere di eccezionale crudeltà, brutalità e totale indifferenza verso la sofferenza umana. E’ facile dire che il bene e il male esistono in ognuno di noi, ma ho potuto toccare con mano questa poco edificante realtà ed è una vita che mi interrogo sull’animo umano.”

I nazisti occupano l’Olanda: “I nostri peggiori timori si erano avverati: il 15 maggio 1940 vivevamo sotto l’occupazione nazista e non sapevamo dove andare (…). Corremmo affannati da un posto all’altro per ore, sempre più stanchi, esausti e sconvolti, mentre Pappy (il papà di Eva) tentava di prenotare un posto su una qualsiasi nave in partenza. Fu impossibile. L’ultima era partita, e non avremmo mai potuto salirci.”

La soluzione finale: “Alla conferenza di Wannsee, il 20 gennaio 1942, il tenente generale delle ss, Reinhard Heydrich, capo dell’ufficio centrale per la sicurezza del Reich, presentò la ‘soluzione finale della questione ebraica’: tutti gli ebrei d’Europa dovevano essere trasportati in campi a est e lì fatti lavorare fino allo stremo o assassinati.”

La clandestinità: “C’è l’ho fatta perché dovevo farcela. La scelta era netta: nascondersi o morire. E ce l’ho fatta perché quando stai nascosto ti dici che non sarà per sempre (…) aspetti un altro giorno perché pensi che quello seguente sicuramente arriverà la libertà (…). C’era gente che aiutava le famiglie di ebrei a nascondersi solo per buon cuore (…) ma c’era chi lo faceva esclusivamente per denaro (…). A volte, i bambini mandati in fattorie di campagna venivano sfruttati, e le donne e le ragazze violentate o costrette ad avere rapporti con l’uomo di casa per poter restare nascoste.”

Il tradimento: “Nessuno di noi sospettava che la simpatica infermiera olandese e la calorosa famiglia fossero tutti agenti nazisti (…). Venni catturata il giorno del mio quindicesimo compleanno. Era l’11 maggio 1944 (…). Floris (un amico) mi porse un regalo (…) aprilo dopo colazione (…). Erano le otto e mezza e stavamo per cominciare a mangiare, quando si udì un deciso scampanellio alla porta (…). Di colpo si scatenò la baraonda. Dei soldati salirono rumorosamente le scale. I nazisti puntarono le canne delle armi dritte sulle nostre facce stupite e paralizzate (…). Non aprii mai il mio regalo (…). Ero una ragazzina di soli quindici anni ed ero stata braccata dai nazisti di Paese in Paese, costretta a lasciare la mia casa e a nascondermi e ora mi trovavo in carcere. Ero sopraffatta dalla rabbia e dall’amarezza, ma in fondo sentivo un gran vuoto (…). Le baracche di legno e le condizioni di vita erano primordiali e la gente aveva l’aria tesa e preoccupata, ma non disperata.”

Il viaggio per Auschwitz-Birkenau: “Eravamo a Westerbork da soli due giorni quando ricevemmo la terribile notizia: i nostri nomi erano sulla lista per il prossimo trasporto (…). Come mi avvicinavo al treno, vidi che molte persone dei primi carri bestiame erano zingari. Il trasporto in cui fummo ammassati partì il 19 maggio 1944 e portò 699 persone in diciotto vagoni. Dei 453 ebrei a bordo, 41 erano bambini. I bambini costituivano anche metà dei 246 zingari. Rimanemmo lì per più di un’ora. In seguito, scoprì che in quella carrozza c’erano più di cento persone, ma in quel momento sapevo solo che eravamo tutti schiacciati gli uni contro gli altri senza alcuno spazio per sedersi o muoversi. Alzando lo sguardo, vidi due finestrelle con le inferriate vicino al soffitto e due secchi di ferro in un angolo (…). Con un lungo e lento scossone, il treno cominciò a muoversi ed ebbi la sensazione di iniziare un viaggio all’inferno.”

http://notizie.tiscali.it/socialnews/articoli/pulvino/11349/storia-di-eva-schloss-sopravvissuta-ad-auschwitz-dalla-fuga-da-vienna-alla-deportazione/


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