53/2016: Walter Benjamin, Uomini tedeschi, trad Enrico Ganni, Einaudi 2015, pag 186

benjamin uomini tedeschiWalter Benjamin, un’altra Germania era possibile

Torna Uomini tedeschi, l’antologia di lettere di illustri figure della cultura tra ’700 e ’800, scelte e commentate dal filosofo mentre a Berlino stava per prendere il potere Hitler

Pensava con apprensione e malinconia al suo tempo Walter Benjamin, quando propose alla Frankfurter Zeitung, quotidiano della borghesia liberale di cui era collaboratore, alcune lettere di illustri personaggi tedeschi del passato. Meditava sul lento inabissarsi dei grandi ideali del classicismo weimariano che con Goethe e Schiller aveva segnato il punto più alto della cultura non solo tedesca. Era il marzo del 1931 e le ventuno epistole, che abbracciano un secolo in sequenza cronologica fra il 1783 e il 1883, furono pubblicate nell’arco di oltre un anno, fino al maggio del 1932, tutte corredate da stimolanti commenti.

Nel gennaio dell’anno seguente Hitler saliva al potere e quel prezioso retaggio di nobili anime che lo studioso e critico berlinese aveva raccolto fu proscritto dalla memoria collettiva. Di fronte ai drammatici eventi degli ultimi mesi Benjamin si trasferì a Parigi e di là, grazie al critico teatrale Rudolf Rößler, che a Lucerna aveva fondato una casa editrice, riuscì a pubblicare in volume quei testi con lo pseudonimo di Detlef Holz. Così nasceva Uomini tedeschi che Einaudi ripropone ora con un ampio apparato di note e una bella introduzione di Enrico Ganni (pp. 186, € 18).

«Contegno umanistico»

Era il tentativo un po’ donchisciottesco di tenere in vita ciò che stava morendo attraverso la corrispondenza di autori ed epoche diverse che pure una cosa avevano in comune: richiamare alla mente – come scrisse nell’appendice lo stesso Benjamin – «un contegno che è lecito definire umanistico», dal quale sprigionavano forza e passione ormai estinte nel plasmare la vita privata. Un mondo variegato e complesso nel quale primeggiano onestà, solidarietà umana, sobria razionalità, ben lontano dalla folle ideologia della razza pura che marciava compatta al comando del Führer.

La Germania che qui emerge attraverso personaggi come Goethe, Forster, Seume, Hölderlin, Brentano, Büchner, la poetessa von Droste o i fratelli Grimm, è la nazione culturale che solo nel 1871 conseguirà la propria unità politica. Il passato è impregnato di valori umanistici e l’identità è soprattutto linguistica. Non a caso Jakob Grimm nella prefazione del suo Dizionario tedesco esortava i connazionali ad amare la propria lingua: «…imparatela, santificatela e preservatela, in essa sono depositati la vostra continuità e il vostro vigore in quanto popolo».

L’identità smarrita

Quell’unità culturale andò presto smarrita e questo libro è la più schietta testimonianza dei molti progetti infranti. Ancora il vecchio Goethe, scrivendo all’amico musicista Zelter, ricordava che il mondo ormai era schiavo della ricchezza e della velocità, consapevole di essere tra gli ultimi di «un’epoca che non tornerà tanto presto». Era tramontato il tempo in cui illuministi come Lessing e Lichtenberg avevano plasmato lo spirito prussiano in forma ben più umana di quanto non facesse l’esercito federiciano. Ora il giovanissimo Büchner, membro fondatore dell’Associazione per i diritti dell’uomo, doveva fuggire in fretta e furia da Darmstadt, nel marzo del 1835, per non essere arrestato e invocava l’amico Gutzkow, in un momento buio della propria vita, di trovargli un editore per il suo dramma La morte di Danton.

Erano tempi duri, ma l’inquieto poeta Hölderlin era deciso a restare tedesco «anche se i travagli del cuore e la mancanza di cibo mi dovessero spingere a Tahiti». Mentre il naturalista e rivoluzionario Georg Forster scriveva alla moglie dall’esilio parigino che ormai tutto era pervaso da «ira cieca e passionale, da furioso spirito di parte» e che in Europa il dispotismo si faceva sempre più intollerante. Con lui ci sono altre figure di studiosi e scienziati come il grande fisico Ritter, il chimico Liebig (quello dell’estratto di carne) e il chirurgo plastico Dieffenbach.

Davanti alla follia nazista  

Alla realtà storica si affiancano nelle lettere dettagli privati, sensazioni, testimonianze di costume di alcune generazioni. Come quando la giovane Annette von Droste-Hülsoff confida al suo mentore la profonda nostalgia per i luoghi in cui non è o per le cose che non possiede: è il raptus di un’anima che incarna il bisogno di speranza della parte più nobile del paese, quella stessa che coltiva il pietista Collenbusch che bacchetta Kant per la sua fede che ne è priva e la sua etica senza amore. Un tema, quest’ultimo, che infiamma il cuore del pedagogista svizzero Pestalozzi (qui un «intruso», come il cancelliere austriaco Metternich) o di Wilhelm Grimm in una delicata missiva alla sorella della Droste.

 

Forse è vero, come suggeriva Adorno, che da questo libro emana un senso di dolore per una cultura affossata dalla follia nazista. Ma emerge anche un tratto autobiografico: in queste lettere si riverbera la nostalgia e il dramma stesso di Benjamin, anch’egli fuggitivo, senza futuro e senza patria.


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