54/2016: Javier Marias, Così ha inizio il male, trad Maria Nicola, Einaudi 2015, pag 451

Javier Marias, Così ha inizio il male“Thus bad begins / and worse remains behind”. Ancora una volta Shakespeare è l’ispiratore diJavier Marías, sapiente e appassionato decifratore degli enigmi disseminati nella sua opera dal sommo drammaturgo. Così ha inizio il male, dice Amleto alla regina madre mentre il ciambellano Polonio giace ucciso. Ma il titolo del romanzo lascia volutamente sospesa la misteriosa conclusione del verso shakespeareano, destinata poi a rimbalzare come un mantra attraverso oltre quattrocentocinquanta pagine: “e il peggio resta indietro”.

Musica per le orecchie di chi ama Sofocle e Picasso, Hitchcock e Stravinskij. Solo attraverso l’arte riusciamo a volte a percepire, come un fulmineo insight, la nebulosa complessità del reale e la mistificazione operata dal ricordo e dal pensiero. In questo consiste anche la letteratura, un “modo superstizioso di spiegare l’inesplicabile”. Nel suo cammino apparentemente lineare invece lavita è un fiume disseminato di enigmi, che muta il suo percorso a seconda della sponda da cui lo si guarda. Ambigui sono gli uomini, le donne e i rapporti che intrattengono. Il sesso e la castità, gli amori e le amicizie, i piaceri e i dispiaceri. La fedeltà e il tradimento. Ambigui sono il passato e il futuro, il ricordo e la dimenticanza. Per non parlare della morale e della giustizia. Javier Marías scoperchia il baule quel tanto che basta per farci dire “ecco, ho visto”. Adesso basta, chiudo l’ultima pagina. E il peggio resta indietro.

Il canovaccio di Così ha inizio il male è più articolato e ricco di colpi di scena rispetto a romanzi densamente rarefatti e meditativi comeDomani nella battaglia pensa a me o il precedente Gli innamoramenti. Ma nel copione del melodramma Marías mette in scena come sempre i codici affettivi e le pulsioni umane, attraverso gli abili travestimenti con cui amano camuffarsi. La storia raccontata dal protagonista – oggi uomo maturo, ai quei tempi ventitreenne – si colloca intorno al 1980, un’epoca in cui il lavacro dall’oscurantismo franchista assunse in Spagna il duplice carattere di liberazione dei costumi e patto sociale imperniato sull’oblio del passato.

Nella storia spagnola rappresenta una zona d’ombra di identità costruite sulla menzogna. Come un ticchettio incessante accompagna molti fin dalla nascita, lo si sente battere come un metronomo in una stanza vuota, musica senza musica. Così ha inizio il male forse quando, da molto piccoli o poco più grandi, si comincia ad avere la coscienza del tempo, la cosa che ci tiene in ostaggio, che mai si è vista e che nessuno può vedere. La pura essenza a cui tutti torneremo, la traccia consegnata al ricordo finché il caso non si stancherà di tramandarla. La malvagia essenza che cancella continuamente persone, abitudini, concetti.

Tutto è destinato alla confusione, alla mescolanza e all’opacità, ma nella Spagna in quegli anni Ottanta così lontani e così vicini fu tacitamente deliberato di ascrivere ogni colpa al passato e tirare una linea netta. In quella zona d’ombra grandi romanzieri comeJavier Cercas (L’impostore) e ora Javier Marías hanno intravisto una riminiscenza di verità, oppure soltanto il terreno fertile per ambientarvi una storia. La tentazione del futuro ad ogni modo seppellì il passato lasciando aperto il problema della menzogna e del silenzio, che finì per riguardare non solo il franchismo (o, mutatis mutandis, il terrorismo basco) ma l’intera vita delle persone, come ha raccontato anche Gabriela Ybarra nel romanzo d’esordio El Comensal.

Se la questione etica è la paratia mobile di Così ha inizio il male, Marías ricorre più spesso del solito all’ironia e al registro comico e brillante per alleggerire i toni. Fra le caratterizzazioni più memorabili, quelle del protagonista Eduardo Muriel (un tipo alla Errol Flynn, il bello per antonomasia nel cinema anni Trenta-Quaranta, benda sull’occhio, baffetti sottili, capelli abbondanti pettinati con la riga, abitudini bizzarre come conversare da sdraiato o mettere il pollice sotto l’ascella come un frustino) e degli amici che frequentano la sua casa: il professor Rico, celebre cattedratico dal cranio calvo come un ariete, studioso di Petrarca e Cervantes, rancoroso sproloquiatore dall’ego debordante, e Roy, fanatico ammiratore di celebrità con l’aspetto da “aspirante playboy unticcio” o da “cantante di flamenco mezzo cieco”.

Tra i personaggi in odor di machismo spicca per lascivia il dottor Jorge Van Vechten, dallo sguardo giovanile e luminoso e nel contempo osceno e offensivo, lineamenti in cui si indovinava “un carattere prevaricatore e invadente”, una simpatia “vorace e inquietante”, una piccola protuberanza al mento, “che non arrivava a essere da strega”. Tinte palesemente cariche in una scenografia piena di rimandi al mondo del cinema – Muriel è un mediocre cineasta nel quale Marías riversa forse scampoli autobiografici di quando sbarcava il lunario scrivendo sceneggiature per B-movies – e della letteratura, compresa una sagace digressione intorno alle teorie sull’inesistenza di Shakespeare.

L’infelice, dolente, avvenente Beatriz Noguera, moglie di Muriel, è il personaggio attraverso cui il mantra shakespeareano si svela nella sua matrice tristemente universale, rischiarando sotto la fredda lunale passioni le colpe i desideri e le meschinità del vivere umano, mischiati insieme. In un climax sconcertante a cui non consegue o corrisponde alcuna morale, solo un lontano sottofondo di pietà per le infelicità distribuite a caso dal tempo sleale. Quanti matrimoni del resto, come quello fra Beatriz e Eduardo, si fondano su un inganno preso per vero, su un patto di non belligeranza, su un presente instabile scambiato per definitivo.

L’amore arriva sempre quando non deve all’appuntamento con le persone. Ma lo scopriamo solo dopo, alla fine di una vita o di un romanzo. Quando il tempo sfuma e appanna i contorni. È così che ha inizio il male, quando i fatti perdono vividezza e sono divenuti racconti, e si è rinunciato a sapere quello di cui non è rimasta che un’incerta eco. Un male sopportabile, il mal di vivere a bassa intensità, il male che non fa più paura perché il passato è divenuto innocuo e raccontabile, perché il passato è passato, e il peggio resta indietro.

Michele Lauro

http://www.panorama.it/cultura/libri/javier-marias-cosi-ha-inizio-il-male-la-recensione/


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