Il viaggio di Carrère nel mondo di Philip K. Dick

dick

di Liborio Conca pubblicato mercoledì, 3 agosto 2016

Questo pezzo è uscito in forma ridotta sul Mucchio.

Qualche mese fa è uscito in Italia il mega-zibaldone definitivo di Philip Kindred Dick, L’esegesi, ottomila pagine di riflessioni scritte a partire dal 1974, nell’ultima parte della sua vita, in bilico tra paranoia e allucinazione. Una montagna di lettere e appunti su teorie che oscillavano tra scienza e metafisica, deflagrate nella mente dello scrittore in forma di visione. Tra gli altri, Dick provò a mettersi in contatto con il laboratorio di Astrofisica di Leningrado: immaginate la lettera di uno scrittore di fantascienza californiano che parte dagli Usa di Nixon per arrivare nell’Urss di Breznev; siamo già in una trama pynchoniana.

Dick era convinto di aver ricevuto una rivelazione mistico-religiosa che mescolava con disinvoltura storia antica e contemporanea, filosofie occidentali e orientali, un flash che spalancava le porte della percezione in ossequio a Huxley… e provò a esporre quello che sapeva. «Il tempo viene smascherato come irreale; millenovecento anni vengono rivelati come aspetto di un’unica matrice sottostante…»

A questo punto, se siamo disposti a non liquidare Dick come un semplice/povero freak fuori di testa, e a considerarlo invece come un mistero, cosa che indubbiamente era per diversi aspetti… e se siamo interessati a penetrare più a fondo nella suo universo, ecco che Io sono vivo, voi siete morti, il libro di Emmanuel Carrère – ormai introvabile nella sua precedente pubblicazione italiana, e ristampato da Adelphi (traduzione di Federica e Lorenza Di Lella) – viene in gran soccorso. Fondamentalmente per due motivi: a) perché Dick è uno scrittore i cui libri si prestano con forza a interpretazioni, suggestioni, letture multiple e b) perché in questo caso le riflessioni (sulla vita e sulle opere di Dick) le svolge una mente che per quanto sia ultimamente in via di beatificazione… vale la pena di frequentare.

Carrère ha scritto questo libro nei primi anni Novanta, ben prima delle indagini su Limonov e sui primi anni del cristianesimo (Il regno) che lo hanno definitivamente consacrato alle nostre latitudini. Fuori da ogni dubbio, lo scrittore francese subisce il fascino degli outsider, degli irregolari, e nella letteratura americana del Novecento Dick è forse l’outsider per definizione, incompreso in vita e tutt’ora non universalmente accettato nel club dei grandissimi malgrado abbia contribuito a creare un immaginario che ha profondamente segnato la nostra cultura letteraria e visiva.

Alle prese con una mente così potente, e di cui indubbiamente subisce il fascino, Carrère si limita quasi esclusivamente al lavoro di biografo (circostanza che può sorprendere chi ha imparato a conoscerlo attraverso le sue ultime opere) intromettendosi assai di rado e comunque sempre al servizio del racconto («Visto che con questo capitolo si concludono gli anni di apprendistato del protagonista, suggerisco una pausa e un gioco per allietarla…; «Nei racconti di Lovecraft, che da bambino Dick divorava e che mi piace pensare abbiano determinato la sua vocazione così come hanno determinato la mia, si parla sempre di cose orribili che l’autore rinuncia a descrivere»).

E come ogni biografia che si rispetti Io sono vivo, voi siete morti (il titolo riprende un passo centrale di Ubik, uno dei capolavori di Dick) parte dal principio, dalla venuta al mondo dello scrittore americano. Si comincia dunque dai primissimi mesi della sua esistenza, segnata dalla morte prematura della sorella gemella Jane, per scorrere all’infanzia/adolescenza tra Chicago, Washington e Berkeley, in quella California che sarà il regno di Philip. Il suo percorso di crescita si forma convulsamente sotto la tutela della madre Dorothy (i genitori si separarono quando Philip è ancora un bambino); a dodici anni scrive le sue prime poesie sotto l’influsso di Poe e Lovecfrat, una manciata di racconti finiscono sulla Berkeley Gazette.

La responsabile del giornale lo sprona a “scrivere di ciò che conosci, dei piccoli particolari autentici della vita di tutti i giorni”. E non si può dire che Dick non ci abbia provato, a più riprese nel corso della vita – magari spinto da una delle sue mogli: ne ebbe cinque – a diventare uno scrittore “vero”, uno da New Yorker, uno da grandi ricevimenti, da agenti letterari incravattati. Sempre però ritornava alla sua materia prediletta, e bastava l’accensione di un interruttore a ispirare romanzi come Palmer Eldritch, o consultare l’I Ching per costruire La svastica sul sole.

Tutto Io sono vivo, voi siete morti balla sulla tensione psicologica di Dick, e uno dei meriti dell’autore è quello di riuscire ad addentrarsi in questo territorio concentrico, ostile, con quello che definiremmo… rispetto, cura, attenzione. Quando racconta il percorso che lo scrittore intraprese per realizzare proprio La svastica sul sole, a cui lavorò nel bel mezzo di una tormenta emotiva che coinvolgeva Anne Rubinstein, la sua seconda moglie, Carrère chiosa: «a Dick piacque scrivere la conclusione del libro. La trovava rassicurante. “Quando una persona diventa psicotica”, pensa, “non le accade più niente e io sono al limite. Forse ci sono sempre stato”. Forse ci sono sempre stato».


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