65/2016: György Spiró, Collezione di primavera, Guanda 2012, pag. 298

rerreGyörgy Spiró è l’autore di Collezione di primavera. È il più importante autore di teatro e di romanzi d’Ungheria.

In genere, un cittadino della zona grigia non sa mai dove posizionarsi allo scoppio di una rivoluzione. Gyula Fàtray, ebreo sopravvissuto ai lager, ingegnere non particolarmente brillante, quando Imre Nagy, in Ungheria nel 1956, mirava all’apertura del paese all’Occidente (con la proposta uscita dal patto di Varsavia), culminato nella rivolta del 1956 – proprio negli stessi giorni- si trovava in ospedale per un operazione di emorroidi. Non erano giornate tranquille per Budapest, il caos imperversava. Ma, è noto, i sogni muoiono presto e la libertà finisce sotto i cingoli dei carri armati sovietici. Allora cosa succede a Gyula, che l’autore chiama spesso “il nostro eroe” ma che tanto eroe non è? «Chi aveva fatto la rivoluzione doveva aspettarsi la loro spietata vendetta. Lui si sentì escluso da qualsiasi rappresaglia, perché nemmeno se lo avesse voluto avrebbe potuto unirsi ai rivoluzionari. Mica male finire in ospedale pochi giorni prima di una rivoluzione, restarci finché la rivoluzione viene repressa e trascorrere la convalescenza a casa in santa pace quando scatta la resa dei conti. Il caso gli aveva salvato la vita; non era un merito, solo una gran botta di culo, diciamo».
Invero, burocrazia e ideologia vanno a braccetto e, com’è noto, in queste situazioni le persone sono capaci del peggio: piccinerie, meschinità, vigliaccheria e mediocrità… perciò succede che “l’alibi emorroidi” non serva a niente e lui finisca tra i colpevoli, ma colpevoli di cosa? La burocrazia si nutre di capri espiatori e Gyula Fàtray, ebreo con tanto di cognome nobile, ospedale o non ospedale, ha le caratteristiche perfette per essere accusato ed essere dato in pasto alla giustizia imposta dai sovietici.
“Lo Stato burocratico, ideologico e totalitario, in tutti i suoi colori e pensieri, è un Dio sciocco. Ed è per questo che fa più male.”
Spiró conosce la stupidità del male e la meschinità degli uomini e sa bene che non è sempre possibile sottrarsi al proprio destino e che l’unica possibilità di salvezza è costruirsi delle scuse. Spiró non si fida poi molto degli intellettuali, La sua Europa è vecchia, sfiduciata, chiusa…
È come se tutti continuassimo a vivere in un eterno ’56 dove le illusioni muoiono il giorno dopo. Neppure la fine del comunismo ci ha salvato dal nostro letargo. È come se una fata cattiva avesse fermato il tempo e addormentato il mondo. Tutto ciò che resta marcisce. Gli intellettuali dicono che è solo colpa del capitalismo, della sua crisi. Non si accorgono che il letargo nasce dallo Stato, dalla sua burocrazia, dalla sua stupidità, dalla logica di scelte e procedure cartabollate che producono solo cumuli di scartoffie. Il paradosso è che lo Stato nasce per tutelare i deboli e non lo fa. Lo Stato è un paracadute che funziona solo per i furbi e i disonesti. Questo Stato. Magari ce ne sono altri che noi non conosciamo. Il sospetto è che nel 1989 il comunismo è morto, ma ci ha lasciato in eredità un esercito di giudici, funzionari e burocrati.”
E noi siamo ancora qui ad aspettare la primavera.


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