E i francesi gridarono: «Morte agli italiani!»

37676_202122_3_l_695670_medium«Italiani assassini! Venite a mangiare il nostro pane! ». I braccianti sono circondati e sanno che per molti di loro non c’è più scampo. La folla è assetata di sangue straniero, vuole vedere morire quegli italiani sporchi e pericolosi che rubano il lavoro. Volano pietre, si sentono spari di fucile. «Ci inseguivano come fossimo un gregge di pecore», racconterà un sopravvissuto. Qualcuno si butta disperatamente nel fiume, ma gli assalitori non hanno fretta. Aspettano che riemerga la faccia per sparare senza pietà. O per affossare il forcone e sentire il contraccolpo dei corpi infilzati che cedono e si abbandonano a terra.

È il 17 agosto 1893 e ad Aigues-Mortes si sta perpetuando quello che per qualcuno è il più grave caso di eccidio xenofobo commesso in terra francese nell’epoca contemporanea. Un episodio che metterà a repentaglio i rapporti diplomatici tra Francia e Italia ma che si concluderà, come tante altre volte nel corso della storia, con l’individuazione di capri espiatori e con l’assoluzione di mandanti e assassini.

Oggi Aigues-Mortes pullula di turisti venuti da tutta Europa per vedere la straordinaria cinta muraria genovese e vivere i luoghi da cui partirono la settima e l’ottava crociata volute da quel Luigi IX che Bonifacio VIII avrebbe fatto santo. Quasi nessuno di loro sa che, lungo quelle viuzze aggrovigliate piene di botteghe ed enoteche, poco più di 120 anni fa avveniva la mattanza degli italiani. Una storia che, come ci spiega Sodol Colombini (sindaco di Aigues-Mortes dal 1977 al 1989), «veniva sussurrata dai grandi, sperando che i bambini non ascoltassero». Del resto non ci sono monumenti a ricordare la tragedia anche se, promettono gli attuali amministratori, presto questa mancanza ultra-secolare verrà annullata.

Ancora più di oggi, nel 1893 la città basava una parte fondamentale della sua economia sulla lavorazione del sale. Nelle saline erano impiegati stabilmente 50 locali che non erano sufficienti per la mole di lavoro d’agosto, quando l’ “oro bianco” veniva raccolto, ammucchiato in grosse piramidi e mandato via prima che le piogge nullificassero il lavoro. Così disperati francesi, piemontesi, toscani (ma anche di Parma e di altre aree lontane dello Stivale) accorrevano con la speranza di guadagnare qualcosa. Il clima tra i francesi e gli stagionali italiani era tesissimo, una tensione irrobustita da una campagna di stampa xenofoba molto aggressiva, che non sarebbe cambiata dopo la strage delle saline. «Gli italiani hanno esportato in Francia i costumi del loro Paese: i furti, gli stupri, le risse, gli omicidi che si commettono dalle nostre parti sono sempre opera di “coraggiosi’ transalpini”; i quali sono «sporchi, tristi, straccioni”, scriveva La Patrie il 29 agosto 1897 e il 3 agosto 1896. L’elenco dei giornali più o meno nazionalisti che avevano abbracciato la campagna contro gli invasori italiani è vasta ed è stata ottimamente raccolta da Enzo Barnabà, scrittore e storico autore de Aigues-Mortes, il massacro degli Italiani  (Infinito editore, versione aggiornata 2015), che dagli sin dagli anni ’70 si è impegnato in una ricerca molto rigorosa della documentazione sulla strage. Grazie a lui e a pochi altri storici abbiamo adesso un quadro abbastanza chiaro di cosa successe a cavallo tra il 16 e il 17 agosto 1893. Sappiamo che faceva molto caldo, il lavoro era pesantissimo, la paga era a cottimo e gli italiani, di corporatura più grossa dei colleghi locali, caricavano più sale e quindi guadagnavano maggiormente. Nella mattina del 16 c’erano state ripetute risse – tutte per futili motivi – tra italiani e francesi. Specialmente con i trimards, “vagabondi” delle città (vicine e non) attirati, come gli italiani, dalla possibilità di guadagnare qualche spiccio per combattere la fame.

Non era bastato l’intervento di un giudice di pace e della gendarmeria, alcuni lavoratori dalle saline avevano raggiunto la città, dicendo che gli italiani avevano ucciso alcuni francesi. Tutto falso, ma la notizia si diffuse velocemente e quasi subito si formarono gruppi di centinaia di trimards e locali pronti a farla pagare agli stranieri. Troppi per pensare che il movimento fosse nato spontaneamente. Un gruppo d’italiani venne attaccato e trovò rifugio in una panetteria. Grazie all’eroico gesto della panettiera, che si era barricata lì con loro, riuscirono a resistere a 27 ore di assedio e di tentativi di incendiare l’edificio.

Ma è solo il preludio della tragedia. Il prefetto richiese l’invio di truppe alle 4 del mattino, ma queste arrivarono, ormai troppo tardi, solo alle 18. Il capitano della gendarmeria, preso dal panico, cercò di protegge gli italiani promettendo contemporaneamente agli assalitori che questi sarebbero stati portati alla stazione ferroviaria e quindi espulsi.

Ma la folla voleva lo scontro e nel percorso dalle saline alla stazione il cordone di protezione fallì e il gruppo potè finalmente assalire i lavoratori italiani. Il bilancio sarebbe stato di dieci vittime (di cui di nove si conosce l’identità) e un numero indefinibile, oltre cento, di feriti.

La storia fu pompata ad arte dalla stampa italiana, manifestazioni furono placate con difficoltà a Milano, Genova, Napoli e Roma. Nel frattempo un tortuoso processo si sarebbe concluso a Nimes con l’assoluzione di tutti i rinviati a giudizio (appena 17).

La via diplomatica ebbe la meglio sulle rivendicazioni nazionaliste e dall’Italia ci si accontentò della testa del sindaco, per giunta innocente. «L’opera di assimilazione effettuata dal crogiolo francese», spiega Barnabà, «sta per mettersi in moto». Contribuendo, di fatto, all’inizio dell’oblio.


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