Emil Cioran, le critiche superficiali a un autore di grande originalità

Il filosofo è sempre stato considerato impertinente per non aver creduto al progresso
Oggi gli editori Voland e La Scuola di Pitagora propongono testi inediti nel nostro Paese

di MARIO ANDREA RIGONI
Il filosofo Emil Cioran nel suo studio Il filosofo Emil Cioran nel suo studio

Negli ultimi tempi varie piccole case editrici hanno lodevolmente pubblicato testi brevi e interviste di Emil Cioran rimasti inediti in Italia. Le edizioni Voland, dopo lo straordinario saggio Sulla Francia (già recensito in questo giornale), pubblica adesso una raccolta di 70 frammenti che costituiscono la seconda parte di un libro composto in rumeno fra il 1940 e il 1944 e intitolato Breviario dei vinti II (traduzione di Cristina Fantechi, pp. 107, e 13): la prima parte, tradotta in francese sotto la supervisione di Cioran stesso, era apparsa da Gallimard nel 1993. La Scuola di Pitagora, oltre a un’intervista inedita di Cioran (Tradire la propria lingua. Intervista con Phillippe D. Dracodaïdis, a cura di Antonio Di Gennaro, traduzione di Massimo Carloni, pp. 53, e 4), rende adesso disponibile in italiano una rara intervista rilasciata dalla sua compagna, Simone Boué (Una vita con Cioran. Intervista con Norbert Dodille, a cura di Massimo Carloni, pp. 67, e 5). Essa costituisce sia una preziosa e commovente testimonianza sulla figura intima dello scrittore sia un’indiretta e involontaria risposta alle deturpanti interpretazioni che troppo spesso ne sono state date.

Infatti, come formiche che spolpano un osso, una torma di critici giovani e meno giovani si sono avventati sull’opera e perfino sulla persona di Cioran, animati da un impuro o dubbio fervore. Sinceri o falsi idolatri, hanno trasformato la sua incorrotta solitudine in un grottesco baccanale accademico, facendo dell’esperienza di un uomo che non aveva patteggiato non solo col sociale, ma neanche con l’esistente, non tanto l’oggetto di un discreto commento quanto una spoglia da dividere rumorosamente. Molti, che non lo hanno nemmeno conosciuto o visto di persona, simulano la familiarità di chi abitava le sue reazioni e i suoi pensieri più personali. Tra costoro non mancano neppure coloro che, nelle loro smaniose iniziative, pur di associare il proprio nome al suo, trascurano, come fosse un particolare irrilevante, il fatto di non conoscere bene la sua lingua, il francese o il rumeno, né, cosa ancora più grave, la propria, l’italiano.

Non è un fenomeno nuovo e raro, ma anzi frequente e forse perenne. Oscar Wilde, in un celebre saggio che non si smette di ammirare, Il critico come artista, ha trovato come sempre le parole più adatte e taglienti: «Siamo infestati da una genia di persone che non appena un poeta o un pittore trapassa, gli piomba in casa con l’impresario delle pompe funebri, e dimentica che il suo solo dovere è di comportarsi come se fosse muta. Ma non parliamo di quella gente. Sono semplicemente dei ladri di cadaveri della letteratura. A uno tocca la polvere, a un altro le ceneri, e l’anima è fuori dalla loro portata» (traduzione di Masolino d’Amico).

Tuttavia adesso si comprende meglio l’orrore che Cioran aveva di essere riconosciuto, sventura che vedeva incombere non solo su di sé, ma sullo scrittore o l’artista in generale: come si vede, non era il paradosso o la provocazione di una mente bizzarra, ma una minaccia e forse una fatalità obiettiva, capace di distruggere il senso stesso di un destino.

Non si saprebbe dire se siano più deplorevoli i suoi fanatici o i suoi detrattori. Il caso degli uni può essere interessante, oltre che sorprendente, ma non lo è meno quello degli altri. Più d’uno tra questi ha reagito con insolita violenza alla lettura o alla conoscenza degli scritti di Cioran, accusandolo di volgarità e di posa: di avere fatto del pessimismo un mestiere e trasformato la coscienza della vanità in un fatuo cinismo.

Che cosa irrita nei suoi libri? Molte cose, naturalmente. Una, forse la principale, è l’antiprogressismo: non per caso, credo, i suoi detrattori recano solitamente le stimmate, non importa se recenti o remote, evidenti o segrete, di una fede ideologica o semplicemente di una fede. Se dunque il dissenso riguarda la sostanza del pensiero, essi dovrebbero allora spiegarci come mai non abbiano il coraggio di estendere ad una saggezza millenaria, dall’Ecclesiaste a Schopenhauer, da Giobbe a Leopardi, le stesse imputazioni che riservano a Cioran.

È questione di forma, di modo, di stile? Ma proprio in ciò brillano la novità e l’intensità delle pagine di Cioran, fino al punto di raggiungere non di rado accenti shakespeariani. Come non accorgersi, anche volendo ipoteticamente astrarre dalle idee, che egli è innanzitutto e comunque un grande scrittore, un poeta della prosa come pochi lo sono in versi? Né conterà nulla che il francese di questo apolide rumeno sia considerato da molti il più bello mai scritto in oltre mezzo secolo?

Nella sua modestia Cioran si considerava sinceramente uno scrittore marginale e del resto, come tale, si è anche sempre comportato nella vita — a differenza della maggioranza dei suoi colleghi. Ma sono proprio il timbro esatto e trafiggente del suo linguaggio, la melodia torturata del suo canto di sirena che ne fanno un caso singolare nella letteratura contemporanea e che, se non rimescolano il sangue di certi critici, è solo perché essi mancano della dote fondamentale del loro mestiere: l’orecchio letterario

fonte Corriere Cultura


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