La strage di VERGAROLLA: 70 anni dopo, la rivelazione

Lucia Bellaspiga per L’Avvenire
14 agosto 2016

Il 18 agosto, settant’anni fa, era una domenica di sole. Per questo, e perché quel giorno si svolgevano importanti gare di nuoto, sulla spiaggia di Vergarolla, a Pola (Istria, allora Italia) erano accalcati almeno duemila polesani, intere famiglie, molti bambini.

È in mezzo a loro che alle 14 e 15 esplosero 28 ordigni. I resti di un centinaio di persone arrossarono il mare e ricaddero a brandelli sulla pineta per centinaia di metri. Erano bombe antisommergibile e testate di siluro disinnescate da tempo, al punto che i bambini ci giocavano ogni giorno a cavalcioni e le madri vi stendevano i costumi ad asciugare, ma ore prima una mano assassina le aveva riattivate.

Si era in tempo di pace, la guerra era finita un anno e mezzo prima, la Repubblica Italiana era nata da due mesi e mezzo: quella di Vergarolla è dunque la prima e la più sanguinosa strage terroristica nella storia della Repubblica, più di Piazza Fontana, più della Stazione di Bologna… Ma fu subito insabbiata e per quasi settant’anni coperta da una congiura del silenzio, in attesa che il tempo eliminasse via via i testimoni e cancellasse ogni ricordo.

Se per le grandi stragi successive decenni di indagini non sono bastati a fare chiarezza su mandanti ed esecutori, ancor più Vergarolla è rimasta avvolta in un sudario di omertà e oblio, e solo due anni fa, quando testimoni e indizi erano quasi scomparsi, sono usciti i primi studi di giovani storici. Ci sono ancora voci di chi può ricordare, per lo più bambini di allora, oggi ultra ottantenni, che conservano negli occhi il flash incancellabile di madre e padre ridotti in poltiglia («Di mia mamma fu trovato un dito, fu riconosciuto dalla fede»), un fratello o una sorella mai più ritrovati, «l’urlo dei gabbiani che si avventavano sul mare contendendosi i resti umani»…
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Antonio Riboni sulla spiaggia di Pola

Ma fino a oggi nessuno che potesse raccontare il retroscena, che fornisse cioè l’indizio prezioso per confermare di persona quanto le carte degli archivi di Londra, Washington, Zagabria, Roma e Belgrado hanno da sempre avvalorato: che dietro l’eccidio di italiani ci fossero il maresciallo Tito e la polizia segreta jugoslava. Retroscena e indizio che oggi, per la prima volta, arrivano dall’altra parte del mondo: «Chi furono i mandanti a Vergarolla? La gerarchia titina, presente a Pola in quel primo dopoguerra! E tra di loro, purtroppo, anche nomi di vecchi polesani, per ideologia comunista alleatisi con Tito», afferma dall’Australia Claudio Perucich, partito da Pola a sette anni nel 1949, due anni dopo il massiccio esodo di italiani che nel 1947 svuotò la città lasciandola agli jugoslavi.

«Ho molte memorie vive di quei tre anni passati sotto l’oppressivo regime jugoslavo, ma il più dei ricordi è basato su ciò che mia madre non ha mai smesso di confidarmi per tutta la vita. In particolare la storia di suo fratello, mio zio Antonio Riboni, morto a 33 anni perché non sopportava più il peso della coscienza. Una morte da cui mia madre non si è mai ripresa, come non si riprese mai dall’odiosa permanenza di mio padre in un lager titino nel ’48 e ’49, che poi ne causò la prematura scomparsa a soli 54 anni…».

Antonio Riboni era di ideali socialisti, «era anche lui membro di quella gerarchia», ma non per questo disposto a tradire l’Italia e caldeggiare l’annessione di Pola, dell’Istria e della Dalmazia alla Jugoslavia, come invece altri italiani obbedienti a Togliatti. «Quel 18 agosto 1946 anche zio Antonio era a Vergarolla con amici per una nuotata, aveva 31 anni e per due anni era stato con i partigiani. Sorpreso di vedere tanta folla seduta attorno a quelle mine, suggerì agli amici di allontanarsi da lì, salvando loro la vita. Mio zio conosceva gran parte delle persone rimaste uccise quel giorno, era tutta gente nostra e questo lo devastò dentro. Voleva sapere, voleva capire chi era stato e iniziò a indagare nei suoi ambienti, essendo lui connesso al comando filo titino di Pola».
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Il farmacista Antonio Rodinis fotografò il tragico “fungo” dell’attentato

Proprio per questi suoi legami, e per aver suggerito agli amici di allontanarsi dagli ordigni, nonostante tutti sapessero che erano stati disinnescati e più volte controllati dagli artificieri anglo-americani, lui stesso entrò nella lista dei sospetti del governo militare alleato, che subito aveva aperto un’inchiesta. Ma Antonio Riboni non si diede per vinto e di nascosto dai compagni di partito continuò a indagare, finché ottenne la verità che cercava «e quello che seppe lo lasciò distrutto», riferisce il nipote. «Si sentiva in parte responsabile per la miserabile sorte della sua Pola e per quegli orrendi eventi. Aveva perso la voglia di vivere…». Un anno dopo non resse più. «Prima di morire, però, rivelò tutto a mia madre, ammonendola di non riferire a nessuno ciò che aveva scoperto, pena minacce di morte per tutta la famiglia, anche se quei suoi compagni di ideologia erano stati suoi amici fin dai tempi della scuola».

Come non bastasse, proprio lui che aveva sempre avuto un cuore socialista veniva ora marchiato come “fascista” «dal nuovo comando di Pola, che loro chiamavano Pula, in quanto italiano».

Laggiù a Melbourne Perucich non dimentica nulla, la sua casa è un forziere di foto, libri, cimeli. «Mia madre era l’enciclopedia di storia della famiglia, la voce di tanti racconti tra i polesani che qui, esuli e lontani da casa, si riunivano. Non voleva che la verità andasse perduta… Ora io, dopo settant’anni di schiaffi e tre parenti morti perseguitati o di disperazione, sciolgo il peso portato tutta la vita sulle spalle. Anche se fa amarezza che l’Italia in questi settant’anni non abbia mai mostrato interesse per questa tragedia nazionale né abbia voluto sapere».

Che non si trattò di incidente, ma di attentato terroristico fu chiaro da subito a Scotland Yard che indagava (Pola nel ’46 era sotto un governo militare anglo-americano che la proteggeva dai titini in attesa che a Parigi le grandi potenze decidessero se lasciarla all’Italia o cederla alla Jugoslavia), ed era evidente a tutti, pur senza rivendicazioni, che il mandante era Tito, ma oggi per la prima volta il racconto di Perucich consente di andare oltre le ipotesi e offre la testimonianza concreta che mancava.

Con un eccidio tanto efferato, che colpiva la popolazione civile in un giorno di festa e uccideva decine di bambini, Tito spezzava il sogno di una cittadinanza ancora convinta che Pola sarebbe rimasta italiana. Non scordiamo infatti che solo tre giorni prima, il 15 agosto 1946, migliaia di giovani erano accorsi nell’Arena romana per una manifestazione patriottica cantando Va, pensiero e sventolando i tricolori… E che il 17 agosto, giorno precedente la strage, a Parigi si chiudeva la sessione plenaria della Conferenza di pace e ci si accingeva a decidere sui confini adriatici d’Italia, dunque i giochi non erano chiusi e i polesani speravano ancora.

Vergarolla segnò la fine di Pola e l’inizio dell’esodo, ma fu anche la prova generale della guerra fredda a livello internazionale e dello stragismo d’Italia nei decenni a venire. Tito, dittatore comunista, ma avversario di Stalin, andava blandito e così l’Occidente (Italia compresa) archiviò la mattanza. Mai un presidente della Repubblica su quella spiaggia, mai una pagina sui libri di scuola, Vergarolla non esiste. E non esisterà, nemmeno in questo anniversario, sui giornali e nei notiziari.


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