«Nessuno fa niente per niente»

di

Foto di Parise scelta come copertina di «Riga»
Foto di Parise scelta come copertina di «Riga»

Giacomo si trasferì da solo a Milano dove dapprima insegnò in un liceo come supplente, poi trovò lavoro nella redazione di un’enciclopedia. Si annoiava. […] Viveva solo in una camera ammobiliata, anzi ne passò molte di camere ammobiliate e conobbe molte persone, tra cui uno, un segaligno rosso di capelli […] che lavorava in un partito di sinistra, non diremo quale. […] Stranamente quest’uomo, che si chiamava Ignazio, era molto attratto da Giacomo e dal suo modo di pensare, del suo, diciamolo pure, disprezzo per la politica, dal suo considerare sempre più freddamente e per così dire economicamente la politica come un rapporto di forze, elettorali in prima istanza, ma soprattutto interne, tra membri di un partito. Un piccolo Machiavelli, come aveva pensato di lui suo padre, affascinava Ignazio. E, a differenza di tutti gli altri che avevano avuto modo di parlare di politica con Giacomo, mai alzava il dito per insegnare, per far la predica, la predica ideologica di cui tutti, Licurgo in testa erano o si atteggiavano maestri.

«Vista dal tuo punto di vista insomma, la politica sarebbe un puro gioco di do ut des, camorra, mafia, insomma: che non cambia mai col cambiare dei regimi».

«Fai conto» rispose Giacomo. Stavano seduti al Biffi Scala, una sera d’estate.

Ignazio rifletteva: «Qualunquismo insomma…».

Giacomo sorrise: «no, il contrario».

«Come sarebbe il contrario?»

«Il contrario sarebbe non mettere le carte in tavola».

«E cioè?»

«Se tu metti le carte in tavola e dici che la politica è mafia, camorra, rapporto intricatissimo di interessi e ramificazioni diretti o indiretti fino all’ultimo elettore, se dici questo, se ti pronunci in questo senso, allora appare che la politica è priva di contenuto, come dici tu ideologico, e le masse non vogliono credere a questa vaccata generale e non votano».

«Come? L’uomo qualunque».

«È già caduto, non poteva stare in piedi, e voi l’avete preso perfino sul serio, preoccupati come sempre del particolare, del voto, dal numero di voti e non dell’essenziale. L’uomo qualunque era perdente in partenza: era una protesta, non una speranza». […]

«Basterebbe darla a bere, in sostanza, questo è il tuo pensiero».

«Non basta nemmeno questo: la gente, l’elettore non è più così coglione. Non basta darla a bere, sono necessari fatti, sia demagogici, di massa, di pubblicità, e sopratutto fatti contingenti, ad personam, famiglia per famiglia, come fanno i preti. Invece voi della sinistra vi riempite la bocca prima di rivoluzione, poi di cammino verso il socialismo, per non parlare di egualitarismo, e così vi fregate. L’uomo moderno, cioè l’elettore, ha bisogno di cose, la politica la vuole tradotta in pratica nelle sue mani, dai capi mafia che si va a fare? Si va a chiedere un favore, no?»

«Corruzione cioè, quello che fanno i democristiani…».

«Loro hanno imparato dai parroci, che la sanno lunga e che, di favori ad personam ne fanno tanti, ma la cosa è molto più complessa. L’immagine di un partito dev’essere integra e corrotta al tempo stesso. Integra all’esterno e corrotta all’interno, così chi si accosta ha la faccia pulita ma pronto ad avere le mani sporche. In fondo non è che un excursus di Machiavelli anche questo. Insomma la speranza nelle parole, la certezza nei fatti. Ti premetto, e del resto tu lo sai, che non so nulla di politica e dunque non me ne intendo. Io non voto».

«Non voti?»

La domanda di Ignazio non era minacciosa, moralistica, pedagogica come Giacomo aveva udito molte altre volte nella voce di molti altri. Non era scandalizzata, ma, per così dire equidistante e neutra. «E perché non voti?»

«Ma te l’ho già detto. Grazie a Dio siamo in libertà e nessuno mi obbliga a farlo. Inoltre non ho alcun vantaggio persale a votare per l’uno o per l’altro partito».

«Vota per noi allora…».

«Potrei farlo ma innanzitutto è soltanto un voto e lo farei esclusivamente per te, anzi per il fatto che facciamo quattro chiacchiere insieme qui al Biffi Scala. Mi pare troppo poco».

«Meno male che non tutti ragionano come te».

«Ci si arriverà vedrai. Non ci sarà altro modo di prendere voti per un partito. Già lo fanno i democristiani e anche i comunisti sub specie sindacale, così anche il vostro. Ma non basterà. A poco a poco e prima di quanto pensi, l’obbedienza che tu chiami ideologica e che io chiamo tradizionale verrà a mancare. La gente crederà sempre meno in dio e nei parroci e sempre più alle cose, alle proprietà, ai vantaggi. Chi ha le proprietà cerca di difenderle, chi non le ha vorrà vantaggi. E quelli che può dare il partito comunista saranno sempre meno. E i sindacati invece finiranno per mettere i padroni con le spalle al muro e spremerli fino all’ultimo quattrino, fino ai debiti. Senza poter fare nulla, esercitare, loro, la loro potestà sulla proprietà che sono appunto e fabbriche e operai. […] I partiti stessi devono impadronirsi del capitale da distribuire, con giudizio, ai loro votanti. E poi alla gente non occorre affatto dare tutto e indirettamente: basta dare tutto poco ma direttamente. È molto più efficace. I parroci insegnano. In poche parole ciò che si ottiene non deve aver l’aria di un diritto, bensì di un regalo, per non dire beneficenza. E questo regalo è il partito che deve aver l’aria di darlo. In nome di astratti diritti e doveri non si ottiene un bel niente in cambio. Difendere e sostenere l’idea del diritto per tutti non significa affatto diritto del singolo. La cosa prende forza».

Ignazio ascoltava Giacomo in certo qual modo affascinato. Certo, il suo ragionamento non faceva una grinza, logico e utilitaristico. E forse anche dal punto di vista politico. Ma a quanto gli pareva di aver inteso si trattava di corruzione capillare, di beneficenza casa per casa, di tangenti di mafia insomma, per dirla come stava[…].

«Una associazione a delinquere» disse quasi tra sé e sé, ma Giacomo comprese quelle parole.

«Solo in senso teorico perché io non so nulla di politica, non mi intendo, non so nulla di quanto si fa dentro la direzione di un partito. Solo in senso teorico. Ma vedi, teoricamente si intende, esiste una tangente da estorcere alla massa e questo è il voto e una tangente da estorcere allo stato, cioè al parlamento, al senato, agli altri partiti e perfino alla magistratura e questa tangente è il potere. Entrambe corrono di pari passo, tenendo sempre presente però che se non c’è l’uno, non c’è nemmeno l’altro, mi pare. Tuttavia per ottenere l’uno, il voto, è necessario pagare una taglia, una piccola taglia, magari piccolissima che sono tutti i milioni di piaceri, piccoli favori che ogni deputato si affanna a procurare ai suoi elettori. Per farlo non esige altrettanta tangente dallo stato? Un posto fisso di bidello ottenuto per il fratello del barista del tuo paese non è una tangente estorta allo stato? E vuoi che quello non ti dia il voto?»

«Ma questa, si sa, è operazione comune di tutti i partiti».

«Si tratta di andare avanti su questa strada ma in direzioni diverse. Aumentando il valore delle tangenti, che sono di natura diversa come tu ben sai e hanno molte sfumature. Questo, se i democristiani lo fanno da che mondo è mondo, ma in modo grossolano e sciupone, i comunisti lo possono fare pochissimo, per il momento. Voi potreste farlo di più e con più, diciamo, con più sottigliezza».

«E come?»

Giacomo rise: «non ti voglio rubare il mestiere. Pensaci, pensateci. C’è anche un proverbio. Nessuno fa niente per niente».

Fonte: Il Sole 24 ore

http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2016-08-19/nessuno-fa-niente-niente-173225.shtml?uuid=ADo8Sc2


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