Che cos’è una rivoluzione?

di Antonio Moscato (sito)
giovedì 29 agosto 2013

Non è facile affrontare la discussione su quello che succede in Egitto. Il rifiuto di considerarla una rivoluzione da parte di chi conosce magari l’arabo, e un po’ di geopolitica, ma non le rivoluzioni precedenti, dipende dalla cancellazione di ogni memoria storica nella maggior parte di quella che era la sinistra. Ma c’è stata anche una lunga sottovalutazione della attività di formazione da parte di chi come il PRC cercava di resistere a quella corrente, col risultato che per anni la parola rivoluzione è stata accantonata o usata del tutto a sproposito. Insegnando all’Università mi ero accorto che già nel corso degli anni Novanta si era ridotto grandemente il numero degli studenti che capivano il termine e capivano la differenza con “reazione”; erano parole obsolete e incomprensibili. Per questo in una mia dispensa avevo dovuto inserire una scheda (consultabile qui) per spiegare origine e significato della parola…

Così sentiamo spesso identificare la rivoluzione con un colpo di Stato, riducendola al puro momento della presa del Palazzo d’Inverno, che era stato indispensabile per risolvere l’instabilità (il “dualismo di potere”) ma rimaneva un episodio all’interno di un grandioso processo di cui erano protagoniste le masse. E quando una rivoluzione è ai suoi primi passi, e non ha la vittoria a portata, semplicemente la si ignora.

Ho deciso per questo di affrontare sistematicamente la questione. Intanto ho ripreso un testo di Sabado sulla rivoluzione russa (Introduzione a “l’Estremismo di Lenin”) già inserito sul sito tra i “Materiali per l’autoformazione”, utilizzandone una parte e parafrasandone altre.

Sul sito, la ricostruzione della rivoluzione d’Ottobre, che è l’esempio più limpido di una rivoluzione vittoriosa, è presente però in diversi altri testi, miei o di altri, tra cui lo splendido libro di Ernest Mandel Ottobre 1917, pubblicato integralmente. Ancor più utili sarebbero le testimonianze di alcuni protagonisti, come il compagno statunitense di provenienza anarchica John Reed, che nel 1917 si precipitò nella Russia rivoluzionaria e la descrisse nel bellissimo I dieci giorni che sconvolsero il mondo, elogiato da Lenin e poi messo al bando dallo stalinismo. Fu pubblicato poi da diverse case editrici a partire dal 1956.

Ugualmente bello, e più sistematico, il libro di Victor Serge, anche lui uno dei tanti anarchici attratti dalla rivoluzione d’Ottobre: L’anno primo della rivoluzione russa, pubblicato da Einaudi e oggi introvabile come il precedente, contrariamente a quel che avevo scritto in una recentissima segnalazione. Nel corso degli anni ’80 la maggior parte delle case editrici ha mandato al macero i testi marxisti che pure erano allora ancora molto richiesti. Un’operazione deliberata. E a un primo controllo mi pare difficile trovare in vendita online anche la straordinaria e insuperabile Storia della rivoluzione russa di Trotskij. Per questo ho scelto questo pezzo dal saggio di Sabado, utile per brevità e chiarezza.

La rivoluzione russa, come ogni rivoluzione, è stata l’irrompere delle masse sulla scena sociale e politica, e anche il risultato di tutto un processo di trasformazioni che si era dispiegato nel corso di un lungo periodo di preparazione. Lenin la rievoca in questi termini: “Non c’è (…) un solo paese che in questo quindicennio [1903-1917] abbia fatto, anche solo approssimativamente, quanto la Russia nel senso dell’esperienza rivoluzionaria, della rapidità e varietà di successione delle diverse forme del movimento, legale e illegale, pacifico e violento, clandestino e aperto, ristretto e di massa, parlamentare e terroristico. In nessun paese è stata concentrata in così breve spazio di tempo una tale ricchezza di forme, sfumature, metodi di lotta di tutte le classi della società contemporanea”.

Egli sottolinea come le crisi rivoluzionarie siano “crisi nazionali” che non dipendono soltanto dall’attività della classe operaia, ma anche da “una crisi di tutta la società e di tutte le classi”. Lo precisa inoltre spiegando che una situazione rivoluzionaria esplode quando “gli ‘strati inferiori’ non vogliono più e gli ‘strati superiori’ non possono più vivere come in passato”, e quelli intermedi pencolano verso quelli inferiori, senza trascurare l’importanza della coscienza e dei partiti rivoluzionari.

Lungi da qualsiasi dogmatismo, Lenin dice che la scintilla può esplodere dalla gerba di scintille che si sprigionano dal capitalismo, con gli incessanti sconvolgimenti che comporta. Lungi da ogni visione puramente economica, cita il caso Dreyfus, che in Francia ha portato il paese sull’orlo della guerra civile. L’evento rivoluzionario non può essere deciso a tavolino, devono essere maturate alcune condizioni, anche se va preparato, perché arriva un momento in cui si crea un equilibrio delle forze che non può reggere a lungo: una delle due parti deve prendere l’iniziativa prima che l’altra lo faccia, la storia lo ha dimostrato.

Se infatti delle riforme conseguenti, proposte nella speranza di placare e fermare l’ascesa del movimento delle masse, sostengono una ripartizione ugualitaria delle ricchezze e rimettono in discussione anche parzialmente la proprietà capitalista, le classi dominanti non accettano la volontà della maggioranza. Scatenano la loro violenza contro gli oppressi, incluso infischiandosene della loro stessa legalità, come ad esempio in Cile nel 1973, o come nella Germania del 1919-1923 o nell’Italia del 1920-1922; bisogna dunque preparare il confronto e prepararsi allo scontro.

Al di là delle caratteristiche generali della rivoluzione russa, Lenin insiste sulle specificità di ogni particolare situazione politica, di ciascuna rivoluzione. Ritorna a più riprese sul fatto che “è stato facile [per la Russia] iniziare la rivoluzione socialista, mentre sarà per la Russia più difficile che per i paesi europei continuarla e condurla a termine”.

Sottolinea a fondo la difficoltà maggiore della conquista del potere in Occidente: “Creare nei parlamenti d’Europa una frazione parlamentare autenticamente rivoluzionaria è infinitamente più difficile che in Russia”. Lenin coglie, a suo modo, le differenze tra l’Est e l’Ovest, anche se questo dibattito non ha ancora tutte le dimensioni che assumerà in seguito, in particolare con Gramsci.

Ma questo processo culmina sempre nel momento di crisi rivoluzionarie o di fasi di dualismo di potere che si risolvono nello scontro, in cui di fronte alla violenza di “quelli in alto” quelli in basso devono distruggere la vecchia macchina dello Stato.

Trotskij riprende questa riflessione nel Programma di transizione del 1938: “Occorre aiutare le masse nei processi delle loro lotte quotidiane a trovare il ponte tra le loro attuali rivendicazioni e i programmi della rivoluzione socialista. Questo ponte deve consistere in un sistema di obiettivi transitori, che partono dalle condizioni attuali e dalla coscienza attuale di larghi strati della classe operaia e conducono invariabilmente a una sola conclusione: la conquista del potere da parte del proletariato”.

Le questioni poste da Lenin riemergono lungo tutto il secolo attraverso alcune esperienze rivoluzionarie europee, come pure in quelle dei paesi cosiddetti del “terzo mondo”. Nelle rivoluzioni tedesca e italiana degli anni Venti, con lo sciopero generale del giugno 1936 in Francia. La rivoluzione spagnola del luglio 1936, in occasione delle spinte rivoluzionarie del secondo dopoguerra e dalle rivoluzioni nei paesi coloniali e semicoloniali, infine attraverso alcune esperienze rivoluzionarie della fine degli anni Sessanta in diversi paesi europei, tra cui la Francia e l’Italia. Alcune di queste esperienze sono state spietatamente represse dalla polizia e dall’esercito al servizio della borghesia. Altre sono state divorate dal cancro burocratico o nazionalista. Anche la controrivoluzione staliniana ha massacrato la bella idea del comunismo.

E l’ha massacrata in vari modi, non solo con la forza repulsiva della dominazione burocratica, ma anche con i danni della ricostruzione falsata delle vicende di ogni rivoluzione. Senza mai tirare un bilancio degli errori fatti che hanno portato alla sconfitta di tante generose mobilitazioni, senza tener conto che di norma le vecchie classi dominanti influenzano larghi strati della popolazione, che possono essere conquistati alla rivoluzione solo in un breve periodo, nell’immediata vigilia dei famosi “dieci giorni” in cui si manifesta più chiaramente il dualismo di potere.

In genere, facendo una presentazione inverosimile della rivoluzione come marcia trionfale e unanime sotto le insegne del partito, lo stalinismo ha impedito di cogliere la complessità dei processi rivoluzionari, oltre a liquidare con calunnie le altre tendenze presenti come quella anarchica, o socialista di sinistra, per non parlare di quella trotskista.

L’esempio tipico è quello della rivoluzione spagnola, celebrata retoricamente con canti rivoluzionari, senza mai discutere delle ragioni della sua sconfitta, del perché lo slogan No pasarán” non ha funzionato, e i fascisti sono passati. Nessuna ammissione che il soffocamento delle comuni agricole dell’Aragona, o l’attacco nel maggio 1937 alla Telefonica di Barcellona occupata fin dai primi giorni della guerra civile, oltre alle uccisioni mirate di rivoluzionari come Andreu Nin o Camillo Berneri, hanno spezzato la forza della rivoluzione. Non mi dilungo, ma rinvio su questo ai vari articoli su La rivoluzione spagnola contenuti nella seconda sezione del sito.

D’altra parte ogni studio storico rigoroso su qualsiasi rivoluzione conferma che il processo era tutt’altro che lineare, e a un osservatore esterno appariva caotico. Ad esempio nella rivoluzione russa la grande maggioranza dei soldati in prima linea avevano accettato le calunnie del governo Kerensky contro Lenin che sarebbe stato “pagato dall’imperatore tedesco”, e approvavano nelle assemblee mozioni infocate contro i “bolscevichi traditori” responsabili del cattivo andamento della guerra, ma poi “votavano con i piedi”, abbandonando il fronte perché stanchi della guerra e ansiosi di tornare al villaggio per partecipare alla spartizione delle terre dei nobili. Applicavano quindi nella pratica il programma di quei bolscevichi che erano stati indotti a condannare. Il problema (e anche la spiegazione della vera essenza della concezione del partito di Lenin, su cui rinvio a Lenin, Rosa e il partito), è la diversità dei livelli di coscienza anche nella classe operaia e a maggior ragione in quelle masse contadine disorganizzate nelle campagne o organizzate temporaneamente nell’esercito.

 

Di queste cose avevo parlato ampiamente in un mio testo, concepito originariamente come dispensa per un corso universitario e poi inserito nel sito: Il vicolo cieco. Trionfo, involuzione e tragedia della rivoluzione russa. È stato abbastanza letto (oltre 1600 visite) ma mi sembra utile raccomandarlo (almeno le prime trenta pagine) a chi ha cominciato da poco a frequentare il sito Movimento operaio.

E a chi mi conosce da poco, devo spiegare perché ultimamente ho accentuato i riferimenti storici e le citazioni dai classici, rispetto alle note di attualità: ammetto di essere stato molto colpito dalla scissione di Sinistra Critica, soprattutto perché un progetto fragile e non risolutivo, ha avuto il sostegno attivo di molti giovani compagni che stimavo e a cui avevo lasciato volentieri ogni ruolo direttivo (da vari anni avevo rinunciato a incarichi nell’organizzazione, convinto, come Livio, della necessità di far emergere una nuova generazione rivoluzionaria).

Ovviamente ho cercato una spiegazione della dinamica della scissione, che nel formale dibattito congressuale non avevo trovato. Le cause sono molte, tra cui una forzata – e secondo me arbitraria – interpretazione delle divergenze in chiave generazionale, ma penso sia anche mancata da anni un’attività sistematica di formazione marxista. Riflettendo sugli ultimi due o tre anni, mi sono reso conto ad esempio che solo pochi circoli locali avevano richiesto l’aiuto mio o di altri compagni per questo tipo di attività; inoltre dove le forze tra i due schieramenti che si stavano delineando erano quasi equivalenti, le iniziative di formazione formalmente decise dal coordinamento locale registravano spesso l’assenza dei più giovani, impegnati generosamente in un’attività frenetica ma spesso logorante.

Queste considerazioni sono ovviamente del tutto personali, ma spiegano la mia decisione di accentuare questa impostazione del sito, fornendo materiali soprattutto ai molti compagni che non hanno partecipato dall’interno al penoso epilogo di Sinistra Critica. Tanto più che tra quelli che mi hanno scritto per chiedere notizie ed esprimere inquietudine e rammarico, diversi sono giovani e giovanissimi iscritti o simpatizzanti critici di Rifondazione, che ci hanno conosciuto nella battaglia per costruire #Cambiaresipuò. Uno di loro mi ha scritto che come altri aveva bisogno ancora del nostro pungolo e della nostra voce… Cercherò di non deluderlo, col mio impegno e la partecipazione diretta alla costruzione di Sinistra Anticapitalista.


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