In morte di Ernst Nolte: una analisi delle sue opere

20 Ago2016

Scritto da Aldo Giannuli.

Cari amici, in morte di Nolte, su cui si sono letti diversi articoli sui vari quotidiani (interessante quello di Antonio Carioti sul Coorriere della Sera) permettetemi di proporvi queste pagine che gli dedicavo nel mio “Abuso pubblico della storia” Guanda 2009. A.G.

Insieme a Furet ed a Renzo De Felice (di cui parleremo nel contesto italiano) Ernst Nolte è (stato) il maggior referente del revisionismo storiografico europeo. Allievo di Martin Heiddegger, raggiunse la fama internazionale nel 1963 con “Der  Faschismus in seiner Epoche”, uno dei primi studi comparati sul fascismo dedicato, oltre che al fascismo italiano, al nazismo ed all’Action Francaise di Charles Maurras. Il libro era costruito intorno ad una intuizione: pur nella profonda diversità dei casi nazionali, il fascismo è stato un fenomeno epocale tendenzialmente unitario, caratterizzato da una contaminazione di elementi ideologici nazionalisti con elementi socialisti e destinato ad avere successo solo nei contesti in cui operi un forte movimento marxista.

Nolte proseguì lungo questa linea di ricerca per circa un ventennio, pervenendo gradualmente a conclusioni assai divergenti dalla storiografia corrente in materia di nazismo. Abbiamo già ricordato l’ Historikerstreit che, a metà degli anni ottanta, lo vide impegnato sul tema della “colpa” del popolo tedesco per l’olocausto ed i crimini nazisti. La sua ricerca culminò nel saggio sulla guerra civile europea  nel quale spiegò il fascismo come reazione alla rivoluzione russa, individuando nell’antibolscevismo il vero nucleo centrale del pensiero nazionalsocialista. Lungo questo indirizzo, Nolte perveniva alla conclusione che i crimini nazisti erano da relativizzare in quanto da porre in relazione a quelli del comunismo: il gulag sarebbe una sorta di prius del lager.

Nolte si spinge molto più in là di Furet nel teorizzare la continuità fra giacobinismo e bolscevismo, risalendo man mano agli anabattisti di Tommaso Muntzer, alle jacqueries, alle rivolte degli schiavi come Spartaco, persino ad alcune pagine della Bibbia. E’ quello che definisce “l’eterna sinistra” che identifica con un atteggiamento sostanzialmente pauperista incapace di comprendere che la diseguaglianza sociale è la base del progresso civile (e qui è evidente la parentela ideologica con  l’individualismo proprietario di Burke). E, dunque, i bolscevichi sono proposti come antagonisti della civiltà europea ed assimilati all’islamismo (come peraltro Burke aveva assimilato i giacobini all’islamismo). E’ curioso notare che, invece, Pipes fa l’operazione contraria facendo discendere l’ Islam radicale da Lenin.

Di rilievo, nel modello esplicativo noltiano è la caratterizzazione dell’ottobre russo come rivoluzione non partecipata, essendosi trattato sostanzialmente di un colpo di stato con una base assai esigua di consenso, che, in qualche modo, poneva le premesse per la successiva repressione. Stranamente, questo stesso carattere di rivoluzione non partecipata non è individuato nella rivoluzione inglese del 1689 che, invece, è indicata una volta di più come modello positivo.

Nolte riprende da Schmitt la nozione di  “nemico assoluto” riferendola  all’appello di Lenin sulla trasformazione della guerra imperialista in guerra rivoluzionaria che avrebbe dato il via alla guerra civile europea.   

Giustamente, Losurdo fa notare che anche le potenze occidentali  rivolsero frequenti appelli al popolo tedesco ad insorgere contro il proprio governo –accusato di essere assolutista e sanguinario- ed il  presidente Woodrow Wilson  presentò l’entrata in guerra degli Usa come una crociata per la democrazia e la liberazione di tutti i popoli “compreso quelli germanici”. Ed, infatti, la propaganda degli imperi centrali insistette molto sul tema della “congiura internazionale massonica” ai propri danni.  Peraltro, il debito intellettuale di Nolte verso Schimitt si evidenzia anche nel concetto di “guerra civile fredda” che si sarebbe conclusa con il 1989.

Come nel caso di Furet, anche Nolte manifesta una notevole disinvoltura metodologica sulla quale non è inutile soffermarsi. A proposito del tema della rivoluzione mondiale, osserviamo che si trattò del progetto di Lenin e Trotzkj che pensavano la situazione matura per la vittoria rivoluzionaria nell’Europa occidentale –soprattutto in Germania- nel giro di pochi anni. Non è questa la sede per entrare nel merito della fondatezza di quella ipotesi e delle ragioni del suo insuccesso, di fatto essa andò rapidamente incontro alla sconfitta e, già nell’ottobre 1923, con il fallimento dell’ “ottobre tedesco”, usciva definitivamente di scena. Dopo un brevissimo interludio durato meno di due anni, la prospettiva della rivoluzione mondiale venne abbandonata dai comunisti russi –salvo che per il maldestro tentativo cinese del 1927- e gli interessi del nuovo stato sovietico si affermarono come prevalenti e, per riflesso, l’Internazionale Comunista ed i suoi partiti divennero una appendice della politica estera sovietica. Come comprese subito Trotzkj, il “socialismo in un solo paese” non era la momentanea accettazione di uno stato di fatto sfavorevole, ma il definitivo abbandono della prospettiva internazionalista. Man mano, il gruppo dirigente stalinista concepì l’eventuale espansione del socialismo come la progressiva estensione della sfera di influenza sovietica. Quello che accadde dopo il 1946, con l’emergere di due blocchi reciprocamente demarcati, era la prosecuzione logica di quell’impostazione.

Dunque, la vittoria dei vari movimenti fascisti e l’affermarsi di regimi autoritari di destra (Italia 1922, Germania 1933, Portogallo 1926-32, Spagna 1936-39) sostanzialmente segue la fine del tentativo rivoluzionario leninista e va ben oltre il limite della reazione ad essi. Anche in Italia, il fascismo vinceva dopo la sconfitta dell’occupazione delle fabbriche e spiccava il volo, non dopo un nuovo assalto rivoluzionario, ma dopo il fallimento dello “sciopero legalitario” dell’agosto 1922. Ma, se nel caso italiano si può anche ipotizzare una sorta di movimento inerziale, per cui il fascismo giungeva al potere sullo slancio di quanto accaduto due anni prima, questo non può essere decentemente sostenuto nel caso tedesco, dove i nazisti dettero l’assalto ad un regime democratico, in assenza di qualsiasi tentativo insurrezionale comunista. Semmai, in occasione del “plebiscito rosso” godettero dell’appoggio dei comunisti tedeschi (una macchia indelebile della Kpd sulla quale si sorvola troppo facilmente).

Tanto meno la teoria di Nolte risulta idonea a spiegare il caso portoghese, dove non c’è mai stata una congiuntura rivoluzionaria (ma Nolte il Portogallo non lo prende neppure in considerazione). E, notiamo incidentalmente, il caso portoghese contraddice anche l’idea che il fascismo sorga da una contaminazione fra cultura politica nazionalista con elementi si socialismo, chè, di socialismo, nel fascismo salazarista non c’è neppure l’ombra.

Soprattutto l’ipotesi di Nolte non funziona nel caso spagnolo, dove il Fronte popolare (di cui facevano parte due partiti “borghesi”, è bene ricordarlo) andò al potere grazie ad una regolarissima vittoria elettorale e su un programma che non prevedeva alcuna “guerra di sterminio” della borghesia. La guerra civile fu scatenata da Francisco Franco su istigazione del fascismo italiano, che temeva un peggioramento della propria posizione nel Mediterraneo. Come documenta per la prima volta e molto convincentemente Morten Heiberg, le origini del colpo di stato falangista erano molto precedenti all’assassinio di Calvo Sotelo (invocato come motivo scatenante) e addirittura alla stessa vittoria elettorale del Fronte Popolare. D’altra parte, i comunisti erano del tutto minoritari nello schieramento di sinistra e videro crescere il loro perso proprio grazie allo scatenamento della guerra civile da parte franchista. Peraltro, essi non spinsero mai verso un esito rivoluzionario ed, anzi, si impegnarono sino all’ultimo a preservare l’”alleanza antifascista” con settori della borghesia.

Dunque, non sembra che la tesi di Nolte resista ad una verifica storica fattuale. Ma non resiste molto neppure dal punto di vista della filologia ideologica; come documentò lo storico israeliano Zeev Sternhell, il fascismo trova le sue radici nella crisi ideologica a cavallo fra l’Ottocento ed il Novecento, molto prima della rivoluzione russa. D’altro canto, anche Furet mosse critiche analoghe a Nolte (nonostante i cordialissimi rapporti intrattenuti per oltre venti anni) segnalando come i fascisti non avevano alcun bisogno della rivoluzione bolscevica per il loro dichiarato antiparlamentarismo.

Infatti, il fascismo non fu solo reazione antirivoluzionaria ed ebbe caratteri primari originali che vanno ben oltre la semplice reazione anticomunista. Peraltro, come Furet,  neanche Nolte è stato del tutto originale nelle sue tesi. La riduzione del fascismo a mero movimento di opposizione al comunismo è già presente nell’elaborazione di Maurice Bardeche (ideologo del fascismo francese, cognato di Robert Brassillach) che, già nel 1962, aveva iniziato a sottolineare l’assenza di un minimo comun denominatore teorico dei vari fascismi. Successivamente, in una sua opera dedicata ai fascismi sconosciuti (dalla Guardia di Ferro di Codreanu ai Lupi d’Acciaio lituani, dal movimento del norvegese Quisling alle Croci Frecciate ungheresi), valutatene le rimarchevoli differenze, l’autore concludeva:

<< In realtà, i regimi che si chiamano fascisti sono regimi di salute pubblica che hanno preso forme differenti seguendo la forma e l’imminenza del pericolo, cioé seguendo le circostanze, e solo alcuni tra loro hanno un contenuto politico che tutti i popoli possono adattare al proprio carattere.  Dovremmo dunque studiare, da una parte, le reazioni di salute publica attraverso le quali i popoli hanno cercato  di difendere la loro libertà dal bolscevismo  e, dall’altra, l’umanesimo politico sul quale si sono appoggiati in quell’occasione, ciò che costituisce propriamente il messaggio culturale che questi regimi hanno trasmesso a tutti gli uomini >> (b  p. 9-10).

Il fascismo perdeva ogni suo tratto distintivo per diventare una forma particolarmente militante di antibolscevismo: una operazione tesa a rimettere in gioco, a un quarto di secolo dalla sconfitta, la destra fascista in un più ampio fronte anticomunista. Dunque una operazione dichiaratamente politica non particolarmente preoccupata delle esigenze dell’analisi storica che, al contrario, segnala il carattere originario dei movimenti fascisti. E se proprio di reazione ad una rivoluzione si può parlare, a proposito del fascismo, non è della rivoluzione russa che si deve parlare, ma di quella francese di 128 anni prima. In fondo, la definizione del fascismo come “anti 89” è venuta dallo stesso fascismo.

La stessa varietà ideologica dei diversi fascismi (debitamente documentata sia da Nolte che da Bardèche o da altri autori) non depone affatto su un “minimo comun denominatore” quali “Comitati di salute pubblica”, ma conferma le remote radici nazionali di ciascuno a prescindere dalla rivoluzione di Ottobre.

Aldo Giannuli


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