25 anni di Internet, come facevamo senza?

06/08/2016  Un quarto di secolo fa il primo sito Internet. In fondo non è molto che la Rete fa parte delle nostre vite, ma le ha rivoluzionate, nel bene e nel male così tanto, che abbiamo quasi dimenticato com’era prima.

Elisa Chiari per Famiglia Cristiana

Un messaggio vocale dietro l’altro: parlare-registrare-inviare tutto in un istante con il cellulare e aspettare (poco) la risposta dell’interlocutore che registra e invia a sua volta. L’istantaneità del tutto basta a impedire che sia un dialogo tra sordi. I ragazzi, adesso, si telefonano così, a singhiozzo via Whatsapp. Se stanno ai capi opposti del mondo cercano una wi-fi gratuita e si danno appuntamento su Skype. Tanto che il vedere ancora in Canada tra Ontario e Quebec, accanto a diffusissime wi-fi gratuite in tutti i locali, cabine telefoniche e voluminosi elenchi fa uno strano effetto “dinosauro”.

Il world wide web, la Rete larga come il mondo che ha dato il nome all’acronimo www che sta alla base di ogni nostra ricerca su Internet, compie 25 anni in questi giorni, – info.cern.ch il primo sito web del 6 agosto 1991 – , fa parte della nostra quotidianità da poco più di 15 e abbiamo dimenticato come facevamo senza quando si andava in trasferta con il sacchetto dei gettoni del telefono per dettare il pezzo al dimafonista, invece di trasmetterlo in tempo reale per mail.

Venticinque anni, 20 effettivi al massimo, sono niente nella storia del mondo e poco nelle nostre vite, ma sono abbastanza per aver dimenticato come facevano i fidanzati a distanza a darsi appuntamento a metà strada senza una mail o un messaggino whatsapp – c’era il cellulare da poco ma era troppo caro per i più – cui aggrappare la notizia di un treno che non sarebbe arrivato in tempo, appesi alle lettere di carta e ai francobolli da leccare, al tempo dell’attesa, di appuntamenti al telefono fisso per internazionali che chi c’è passato ricorda «Costavano un’ira di Dio».

Quando si era medici, operatori di ogni sorta di pronto intervento, sostituti procuratori in piccoli posti di frontiera, si vivevano reperibilità appese a un telefono che fatalmente non stava in tasca a recapitare messaggi in tempo reale. Vite e turni al guinzaglio: lungo nel minimo come il filo del telefono da prendere e nel massimo quanto il tempo consentito per raggiungere il luogo previsto in caso di chiamata. Medici ricoverati in casa, in attesa dell’urgenza che poteva arrivare e sostituti procuratori reclusi più dei reclusi agli arresti domiciliari o comunque costretti a passare da un luogo chiuso all’altro, chiamando prima per lasciare un recapito alle forze dell’ordine o all’ospedale. In vite così fu rivoluzione già il cercapersone, figurarsi lo smartphone che con la mappa ti trova la strada più corta per arrivare dove devi.

Sembra impossibile adesso, ma c’è stato un tempo neanche lontano in cui un dubbio a scuola si risolveva soltanto alzandosi dalla sedia e camminando fino alla biblioteca più vicina, cui si accedeva a ciò che si cercava consultando infiniti cassettini di schedine di carta in ordine alfabetico, l’unica password conosciuta fin lì. Il difficile adesso, che si trova tutto subito, è non fidarsi ciecamente di wikipedia e della prima cosa che cala da Google. Viene la tentazione di credere che Google sia già la conoscenza e non, com’è, il suo strumento, di illudersi che basti cercare, senza sapere.

Per certi versi è diventato facile vivere da connessi: da casa prenoti un treno dall’altra parte del mondo, anche se il biglietto ti arriverà via mail in una lingua astrusa lasciandoti il dubbio di avere sbagliato qualcosa finché non parti. Da casa mantieni legami: una benedizione per chi emigra (e per chi resta) e può non tagliare com’è stato fino a poco fa i ponti alle spalle. Anche se la nostalgia rimane, un filo elettronico quotidiano è meglio di niente: crea comunque una quotidinianità.

Se per un verso il web ha accorciato le distanze, liberato i reperibili e cucito ponti per i lontani, ha schiavizzato un po’ tutti noi, legandoci a un guinzaglio elettronico in cui, risparmiandone un po’, perdiamo tanto tempo, talvolta un po’ di sostanza, di certo la capacità e la pazienza di aspettare una risposta, rispettando il silenzio dell’interlocutore.

Il web assieme alle distanze ha cancellato anche la cesura tra luoghi privati e pubblici, tra tempo privato e pubblico e messo un confine, anagrafico, generazionale, territoriale tra connessi e no. Quando inventarono la fotografia ci fu chi ne ebbe timore pensando che rubasse l’anima, chissà che avrebbe detto di questa Rete che consente a tutti di darsi (e di essere dati) per immagini (comprese le  peggiori) in pasto al mondo.

Era meglio prima? Difficile dirlo (per le tante implicazioni di cui non tutto è ancora chiaro), ma è sempre una partita persa con la storia il confronto, resta il fatto che come per tutto ci vorrebbe quel grano di saggezza nell’uso che non sempre si ha, per vivere in Rete senza farsene irretire.

Lo impareremo, forse, quando sarà finita la generazione di mezzo, quando nessuno ricorderà più com’era vivere senza rete.


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