La realtà immaginaria

Articolo apparso originariamente su silmarillon.it che volentieri ringraziamo.

A volte la fantasia supera il “vero”. Lo precede, lo intuisce. Ma i visionari, si sa, hanno un rapporto strano, tutto speciale, con il mondo che li circonda. Philip K. Dick è uno di loro. Maestro assoluto, talento indiscusso, ha saputo fare delle contraddizioni il punto di forza.
di Flavio Serantoni


La vita è uno stato mentale
(Oltre il Giardino, 1989)


 

La realtà esiste veramente? E se esiste, è qualcosa di stabile o qualcosa che noi siamo in grado di modificare con un puro atto di volontà, ovvero tramite le nostre scelte?

Questi sono solo alcuni dei temi portanti dei racconti e dei romanzi di Philip K. Dick, uno degli autori di fantascienza più importanti ed influenti del secolo scorso, e in generale uno degli scrittori che più ha saputo anticipare i tempi e immaginare il mondo in cui ci troviamo oggi, con tutte le sue contraddizioni, le sue paure, le sue ansie e le sue paranoie.
Ampiamente saccheggiato dal mondo del cinema, che da Blade Runner in poi ne ha fatto uno degli scrittori di science-fiction più sfruttati dagli sceneggiatori di Hollywood, Dick è stato anche purtroppo quasi sempre tradito nel profondo nella trasposizione dalla pagina scritta allo schermo , a parte alcuni casi ispirati e felici come appunto il film di Ridley Scott, che seppur stravolgendo la trama del romanzo originale, ne trasmette alla perfezione un altro dei temi forti della poetica dickiana, ovvero definire quel che ci rende umani.
Altra famosa trasposizione di un racconto di Dick al cinema è Minority Report di Spielberg (tratto dal racconto breve Rapporto di Minoranza), pellicola che, a parte le inutili derive action hollywoodiane e un finale buonista e consolatorio che avrà fatto certo rivoltare lo scrittore nella tomba, visto che è morto nel 1982, nella prima metà ha se non altro il pregio di arricchire il testo originale per farvi confluire molti dei temi più cari allo scrittore.
Infatti mai come prima di allora erano stata portate sullo schermo la sua personale ossessione nei confronti della religione, in questo caso il culto per i precog, o quella per il governo totalitario, ben rappresentata dagli evidente metodi fascisti della “polizia” a cui appartiene anche il protagonista, interpretato da Tom Cruise, o quella per il libero arbitrio come cifra per definire l’essere umano, un tema ripreso anche nell’ultima (discreta) pellicola appena apparsa sugli schermi, ovvero I Guardiani del destino, (ispirato al racconto Squadra Riparazioni) in cui il protagonista Matt Damon in una delle battute chiave del film afferma “Se mi togliete le mie scelte, cosa resta di me?”
La scarsa fedeltà manifestata in altre pellicole, (di più basse ambizioni anche se comunque produzioni mainstream, ovvero con attori famosi e budget considerevole) basti pensare a Atto di Forza con Arnold Schwarzenegger, o a Paycheck con Ben Affleck, o ancora a Next con Nicolas Cage, cambia radicalmente se si concentra invece l’attenzione verso i cosiddetti B-Movie, ovvero quelli con budget più basso e perciò molto più liberi in termini di sceneggiatura e di scelte registiche, non essendo vincolati alla necessità di fare incassi di un certo livello: esempi come Impostor o Screamers, con finali senza speranza e per niente consolatori restituiscono in pieno sia le tematiche care allo scrittore sia il cinismo e il pessimismo della ragione tipico dei racconti e dei romanzi di Dick.
Curiosamente, oltre ai B-movie già citati, anche i film “ispirati da” piuttosto che quelli tratti direttamente da lavori realmente esistenti dello scrittori, si rivelano essere molto più fedeli in assoluto allo spirito e alle tematiche dickiane, segno evidente di quanto lo scrittore abbia influenzato l’immaginario collettivo ed in particolare di chi dopo di lui si è occupato del genere fantascientifico.
Il debito di un capolavoro come Matrix dei fratelli Wachowski verso l’opera dello scrittore statunitense è più che evidente, visto che il tema portante è l’illusione di vivere in un mondo reale e il successivo crollo di tale illusione che rivela un piano di realtà molto più “vero”, anche se molto più sgradevole, per non parlare di altri temi molto cari a Dick come quello della cospirazione governativa (in questo caso da parte delle macchine) per celare al popolo la verità e mantenerlo in un comodo stato di oblio, tema che infatti si può ritrovare in uno dei suoi racconti più famosi e riusciti, ovvero I Difensori della Terra, in cui i terrestri vivono nel sottosuolo mentre le macchine costruiscono per loro un futuro migliore sulla superficie, mantenendo viva la menzogna di un conflitto in corso e di una contaminazione nucleare su tutto il pianeta.
Analogamente riuscito e ispirato al pensiero di Dick è Cypher, uscito sull’onda di Matrix, pellicola poco nota diretta da Vincenzo Natali (suo anche il geniale Cube), con protagonista l’attore inglese Jeremy Northam, nel ruolo di un uomo che gradualmente scopre di non esser la persona che pensa di essere perchè sottoposto ad un lavaggio del cervello dalla ditta per cui lavora, per poi scoprire alla fine di non esser nessuno dei due, con una trama che gioca abilmente sul concetto di realtà e di identità, pur non avendo alle spalle nessun racconto originale.
Appare doveroso citare in questa carrellata di “ispirati da” il bellissimo film con Jim Carrey e Kate Winslet, Eternal Sunshine of The Spotless Mind (orribilmente adattato in italiano in Se mi lasci ti cancello), in cui sono tematiche portanti sono la memoria, l’importanza dei ricordi e la loro manipolazione artificiale, nonché l’identità e di conseguenza ciò che ci rende noi stessi e differenti degli altri.
Anche Dark City di Alex Proyas (regista de Il Corvo), da molti considerato qualcosa di più di una semplice fonte di ispirazione per il film dei Wachoski, affronta come tema centrale l’illusione di realtà, ed ha un protagonista che come il Neo di Matrix è in grado di penetrare lo schermo della realtà per scoprirne l’inconsistenza e l’illusiorietà, per scoprire chi sta “dietro le quinte” e manipola il suo destino, esattamente come fa il protagonista de I guardiani del Destino quando per sbaglio si trova ad assistere a quel che succede dietro la trama del reale.
Ma è nella pagina scritta, e in ciò è difficilmente traducibile per il grande schermo, che troviamo gli esempi più forti e significativi del tema della realtà come illusione, come qualcosa di plasmabile ed instabile nello spazio come nel tempo.
Parliamo ad esempio di quello che è unanimemente considerato come uno dei capolavori, o forse addirittura IL capolavoro di Dick insieme a La Svastica sul Sole (The Man in The High Castle) , ovvero Ubik, di cui lo stesso autore preparò una sceneggiatura e di cui da tempo si parla di una versione per il cinema malgrado la difficoltà nel rendere la visionarietà e, in ultima analisi, la follia e la paranoia del romanzo.
O anche di racconti minori ma non per questo meno importanti come Il Sobborgo Scomparso, o Piccola Città, presenti nella raccolta completa dei racconti “Le presenze invisibili” pubblicata da Mondadori, che parlano di uomini comuni la cui intera esistenza viene radicalmente modificata da un leggero “slittamento” di ciò che percepiamo come reale ma che spesso reale poi tanto non è.
In quello che forse è il mio preferito, ovvero Il Sobborgo Scomparso, un viaggiatore si presenta allo sportello della stazione chiedendo il biglietto per una fermata che non esiste, affermando di abitare lì da 8 anni, e poi scompare davanti agli occhi dell’allibito impiegato.
E pian piano, aumentando le visite di questo viaggiatore inesistente diretto ad una città inesistente, si fa strada nella mente del bigliettaio che forse quel viaggiatore esiste veramente, e la sua destinazione esiste veramente, o sarebbe potuta esistita in un’altra realtà.
Facendo indagini, scopre che il sobborgo in questione era stato pensato, ma non era stato realizzato per un soffio, e che quindi probabilmente la realtà si stava semplicemente “aggiustando”, e la possibilità scartata dagli amministratori stava diventando reale per conto suo, di sua iniziativa, modificando anche tutta la realtà intorno.
E infatti il protagonista del racconto, sposato ma senza figli, alla fine rientra a casa temendo il peggio, temendo di trovare qualcun’altro ad attenderlo, ed invece trova sempre la stessa donna, ma trova anche un figlio piccolo.
Una parabola esemplare, che racconta con notevole sintesi di come, a volte, il mondo che ci circonda venga modificato dalla scelte, nostre e delle persone che ci stanno attorno, molto più di quanto possiamo immaginare, e di come il confine tra reale, illusione ed ideale, stia molto spesso più nella nostra testa, e quindi solo una questione di percezione soggettiva, e non di verità oggettiva.


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