Demoni dietro le sbarre

Inferno carcere. Perché l’America sta scivolando sul “piano inclinato della giustizia vendicativa”

di Mattia Ferraresi | 17 Marzo 2014 ore 00:00

Articolo apparso originariamente su ilfoglio.it che ringraziamo.

Gli americani inorridiscono all’idea del trattamento dei prigionieri nella Russia di Vladimir Putin o nella Cina del Politburo. Sono pronti a scendere in piazza per difendere i diritti umani violati dei carcerati altrui, simbolo definitivo dell’orrore di regimi levantini e di crudeli satrapie basate sulla repressione e su primitive punizioni corporali. Negli anni della guerra al terrore il carcere speciale di Guantanamo, con le sue tute arancioni e le sue leggende nere, si è trasformato nella prova, agli occhi dei custodi dell’ortodossia in fatto di diritti civili, che l’America non era diversa dai nemici che demonizzava. Non era eccezionale né moralmente superiore: era come tutte le altre, e come tale doveva pagare ed emendarsi, chiedere scusa al mondo per le oscenità morali perpetrate e rimettersi alle convenzioni internazionali che tracciano la soglia fra l’umano e il disumano. Quando i detenuti della base cubana hanno iniziato un massiccio sciopero della fame, quel sentimento di empatia e bisogno di giustizia è affiorato una volta ancora. Ma questo era il caso isolato ed eclatante, lo scandalo internazionale delle anime belle, di quelli che riempiono le piazze e muovono la coscienza degli editorialisti per un tempo inevitabilmente limitato. Poi perfino un giurista nero di Harvard cresciuto alla scuola politica di Chicago può trovarsi a razionalizzare l’orrore in nome della ragion di stato. Difficilmente l’aspetto quotidiano del sistema carcerario americano scatena un simile vibrare di passioni civili, eppure la realtà è piuttosto pervasiva.

In America il sistema penale è una gigantesca macchina che contiene 2,4 milioni di persone, circa il 25 per cento dei detenuti di tutto il mondo. Nella classifica dei carcerati in rapporto alla popolazione gli Stati Uniti sono stabilmente primi con 716 detenuti ogni 100 mila abitanti. Per rendere l’idea, la Russia ne ha 484, l’Iran 284, l’Italia 108, la Germania 80. Un impiegato statale su nove lavora in una prigione, e ci sono parti degli Stati Uniti in cui la Pubblica amministrazione investe più fondi nel sistema carcerario che in quello educativo.

Esiste una vasta letteratura intorno alle carceri americane, alla genesi del sistema e al loro utilizzo, di solito animate da tesi che dovrebbero spiegare perché a un certo punto della storia americana il numero dei detenuti è esploso e la popolazione carceraria ha preso a crescere secondo un trend apparentemente irreversibile. “Prison Nation”, volume di Tara Herivel e Paul Wright apparso ormai più di dieci anni fa, propende per la spiegazione socio-economica, sostenendo che il carcere in America è diventato lo sgabuzzino dove sbattere i poveri per toglierli dalle strade. Altri studiosi del sistema criminale dicono che la tendenza è iniziata quando hanno cominciato a mettere al fresco persone disturbate che avrebbero bisogno di essere curate, non di essere punite. C’è chi legge il fenomeno attraverso la lente della discriminazione razziale (il caso di scuola è quello del crack, che costa poco ed è molto popolare fra gli afroamericani, il cui consumo per decenni è stato punito con sentenze enormemente più severe rispetto alla più borghese e bianca cocaina) e chi s’appella alla rigida etica puritana e ai roghi di Salem. Altri ancora fanno risalire tutto alla stretta di Nelson Rockefeller, governatore dello stato di New York che per mostrarsi inflessibile agli occhi dei repubblicani più puri che lo consideravano un semitraditore introdusse leggi severissime sulla droga. E’ stato allora, negli anni Settanta, che l’America ha iniziato a punire con dosi massicce di carcere anche i criminali non violenti.

Il libro “Inferno: An Anatomy of American Punishment” di Robert Ferguson, da poco uscito in America, cerca di fare un passo in più rispetto alle migliaia di analisi condotte con metodo sociologico, alle considerazioni strettamente legali e alle osservazioni fatte di numeri e tabelle alle quali tende a sfuggire sempre qualcosa alla radice. Si tratta di un’anatomia non del sistema carcerario, ma del concetto di punizione, faccenda a tal punto connotata da sporgenze filosofiche da indurre una considerazione molto più generale: “Il modo in cui puniamo i criminali dice molto riguardo al modo in cui concepiamo noi stessi”. Non un giudizio particolarmente lusinghiero sul modo in cui l’America concepisce se stessa. Ferguson, professore alla Columbia di una disciplina crossover intitolata Law, Literature, and Criticism ha il vantaggio di essere un ibrido accademico. La sua analisi dialoga con i teorici classici della punizione, con il codice penale, con i dati intorno alla riabilitazione dei prigionieri e agli effetti di lungo periodo di certe pratiche punitive, ma anche con Kafka, Dostoevskij, Dante, Hugo, Aristotele e Bentham, mettendo in piedi un’indagine con dichiarate ambizioni antropologiche: “La punizione, dopo tutto, è dettata tanto dal carattere di chi punisce quanto dal quello di chi è punito”. E’ impossibile, per Ferguson, afferrare fino in fondo le strutture e i meccanismi racchiusi nel sistema carcerario senza porsi una domanda fondamentale: “Chi siamo? La domanda è particolarmente pertinente in un momento in cui definizioni innovative di ‘sé’ e della ‘gente’ hanno preso a dominare il dibattito psicologico e politico in un paese che cambia. Nuove possibilità potrebbero essere considerate, non fosse altro perché il castigo dipende da concezioni relativamente incompiute circa la natura umana e i suoi bisogni”. In gioco, scrive Ferguson, c’è la possibilità per gli americani di ritrovare i “better angels of our nature” a cui si appellava Abraham Lincoln nel suo discorso inaugurale per evitare la guerra con gli stati secessionisti del sud.

Guardando il sistema carcerario americano oggi di quegli angeli non si trova traccia, e non è soltanto un fatto che riguarda i legislatori, gli avvocati o i professori di diritto penale, ma un intero popolo che interiormente si ribella al maltrattamento di prigionieri lontani mentre è assuefatto agli analoghi trattamenti praticati sotto casa. “Perché il cittadino americano medio mostra pochissima preoccupazione riguardo a un sistema carcerario che nella pratica è più duro di quello di qualunque altro stato, esclusi i regimi totalitari?”, si chiede Ferguson. Occorre un viaggio negli abissi reconditi della coscienza personale e di un intero popolo per abbozzare una risposta, e non a caso il titolo fa riferimento alla discesa dantesca, itinerario necessario per accedere al cielo della beatitudine. In fondo alla coscienza americana per la punizione è radicata un’idea di giustizia “vendicativa”, scrive Ferguson, ordinata allo scopo di diminuire lo status umano dei prigionieri, di disumanizzarli, di passare dal “hai sbagliato, dunque meriti di essere punito” a “sei intrinsecamente malvagio”. Non c’è un nesso logico cogente in questo passaggio, nota l’autore, ma esiste una deriva psicologica che trasforma l’oggetto della punizione in un criminale irredimibile. Il perverso piacere psicologico che il carceriere prova nei confronti del carcerato – e vale in qualunque livello della vita in cui si eserciti un minimo di potere sull’altro, non solo nelle prigioni con le sbarre e il filo spinato – s’innesta su questo processo di disumanizzazione di chi è meritevole di castigo. Dal delitto inteso come caduta e accidente, agostiniana mancanza di bene, si scivola nell’ambito dei giudizi antropologici irreversibili: è il “piano inclinato della giustizia vendicativa”, come lo chiama Ferguson, e la prima conseguenza del meccanismo è che in America i detenuti sono tendenzialmente irrecuperabili. La condizione di criminale rimane impressa a vita come una lettera scarlatta. Strano: in una società che rifugge in qualunque ambito della vita privata e pubblica le decisioni irreversibili – sul matrimonio, i figli, l’educazione, il lavoro, l’identità sessuale: tutto deve essere sempre rivedibile, liquido, mai definitivo – i carcerati spiccano come un’eccezione alla regola. “I prigionieri in questo paese sono stati messi da parte, azzittiti, picchiati, tormentati in modo sadico, e soprattutto dimenticati spesso per tutta la loro vita. Sono stati relegati a condizioni, circostanze e a un degrado fisico che li ha umiliati e che dovrebbe umiliare anche noi; e nessuno vuole ammettere questo fatto, anche se l’incapacità di ammetterlo è a sua volta un tratto che ci definisce”.

Se il quadro dipinto da Ferguson appare sbilanciato su tonalità troppo scure conviene riprendere l’esperimento condotto da Rick Raemish, direttore esecutivo delle carceri del Colorado, che si è fatto rinchiudere per venti ore in una cella d’isolamento. Per venti ore ha sperimentato quello che 82 mila carcerati in tutta America sperimentano ogni giorno. In Colorado un detenuto in regime di isolamento ci passa in media 23 mesi. Per venti ore Raemish è diventato un prigioniero “R. F. P.”, removed from population, nascosto alla vista e alla coscienza del mondo, e una volta uscito ha raccontato la sua esperienza in un editoriale apparso sul New York Times. Ha toccato con mano quello che una pletora di studi teorici e su base empirica confermano: l’isolamento aumenta la recidiva, esacerba, incattivisce, realizza il contrario della correzione e del reinserimento che sulla carta propone. Il direttore del carcere queste cose le sapeva anche prima di farsi rinchiudere in una cella d’isolamento. Il suo predecessore, che ha avviato la riforma delle prigioni dello stato, è stato ucciso da una gang criminale da poco scarcerata dopo anni di isolamento. La segregazione, la recisione dei legami sociali è parte integrante del processo di demonizzazione di cui parla Ferguson. E’ l’ultimo, forse più feroce stadio della giustizia vendicativa, ed è socialmente presentabile in una cultura che non tollererebbe mai, ad esempio, che i prigionieri venissero frustati, picchiati, flagellati o lapidati a scopo correttivo. “Proibiamo la punizione fisica e permettiamo l’isolamento – ha scritto di recente David Brooks, editorialista del New York Times – perché distinguiamo il dolore fisico e quello sociale. Ma a livello della mente, dove il dolore effettivamente risiede, è una distinzione senza una vera differenza”. Lo psicologo di Ucla Matthew Lieberman ha dimostrato nei suoi studi – precipitati in un libro divulgativo intitolato “Social” – che il dolore per la mancanza di legami è perfettamente paragonabile al dolore fisico e, anzi, è persino più grave se l’isolamento muove da circostanza punitiva occasionale a pratica sistematica. I detenuti che passano anni in isolamento perdono progressivamente la capacità di relazionarsi con il mondo. Certo, soltanto una piccola percentuale dei prigionieri americani sperimenta il regime d’isolamento, ma il pervasivo sistema della giustizia criminale ha elaborato modi creativi per punire, dallo strapotere concesso ai procuratori ai potenti sindacati dei secondini, passando per l’incapacità della società civile di accogliere chi ha scontato la pena, fino alla proliferazione delle carceri private, che costano meno di quelle pubbliche e funzionano meglio, ma per essere profittevoli devono essere sempre piene.
Rosa Brooks, professore di Legge alla Georgetown University, ha fatto un interessante esperimento mentale per valutare la situazione delle prigioni in America. Parte da un’ipotesi: se la galassia carceraria fosse una nazione a parte, separata dagli Stati Uniti (cosa che in un certo senso corrisponde alla realtà) che tipo di paese sarebbe? Come lo classificheremmo? Rispetterebbe standard di vita che consideriamo accettabili per una democrazia occidentale? Sarebbe uno stato con una popolazione simile a quella della Namibia ma con un tasso di crescita demografica pari al doppio di quello dell’India; sarebbe densamente popolato e con un’alta incidenza di malattie croniche, a maggioranza decisamente maschile, e con un altissimo tasso di immigrati, visto che il 70 per cento dei detenuti americani è in carceri che sono a oltre cento miglia dal luogo in cui vivevano prima della condanna. La “incarceration nation” costa ai contribuenti 74 miliardi di dollari l’anno e impiega oltre 800 mila persone, ma per i detenuti ai quali è concesso di lavorare lo stipendio è paragonabile, nel peggiore dei casi, a quello di un operaio tessile del Bangladesh (23 centesimi all’ora), e nel migliore a quello di un omologo cinese (1,35 dollari l’ora). Il sistema educativo di questo paese immaginario è tendenzialmente inesistente, cosa che complica ulteriormente la vita dei suoi abitanti una volta ritornati nel paese d’origine.

Sono numeri che descrivono quel processo di disumanizzazione dei prigionieri sviscerato nelle sue implicazioni antropologiche e culturali da Ferguson, il quale s’avventura anche in una pars construens. “La vita di chi viene punito deve continuare a essere percepita come degna di essere vissuta”. Per realizzare questa riforma d’impostazione culturale suggerisce alcuni criteri pratici: “ Evitare la sofferenza non necessaria e la degradazione per ricordare a tutti che chi è imprigionato è una persona. Occorre recuperare un basilare riconoscimento reciproco: il legame umano fra chi punisce e chi è punito”. Appunti per un’ipotesi di risalita dall’inferno.

http://www.ilfoglio.it/articoli/2014/03/17/demoni-dietro-le-sbarre___1-v-91631-rubriche_c238.htm


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