Le donne di Hitler e Mussolini, sesso e psicanalisi

Le donne di Hitler e Mussolini, sesso e psicanalisi

DI ANGELA GRAZIA ARCURI| per duerighe.com che ringraziamo

L’uomo ha sempre avvertito il bisogno di un dio anche in terra, un totem umanizzato più facilmente accessibile che in alto. E’ un dio che sa solleticare certe corde popolari per trasformare la politica in uno strumento di religione coatta. Al di là delle ragioni che, in senso lato, politico, antropologico o sociale, vedono crescere determinati fenomeni, ci piace qui mettere sotto la lente d’ingrandimento quei personaggi che hanno lasciato un’impronta indelebile nel secolo appena trascorso,  osservati però sotto un’ottica diversa da quella che ha scatenato guerre e conflitti: uomini che, attraverso il fascino del potere, hanno saputo esercitare la loro seduzione sull’immaginario femminino.

Adolf Hitler, la lucidità della follia

Fu la grande e calamitosa illusione del popolo tedesco. Gli occhi di ghiaccio del Godzilla nazionalsocialista furono capaci di fulminare uno scorcio di secolo iniettandolo di sangue. Nella relazione irrisolta verso un padre-padrone, ubriacone e violento, e una madre succube del marito,  Adolf crebbe nella estrema fragilità emotiva di chi cerca un modello d’identificazione. Venne descritto come “bambino sadico amorale”,  “paranoico psicopatico” nelle analisi di E.H. Erikson nel suo interessante saggio “La leggenda dell’infanzia di Hitler”, insieme alla più ampia letteratura di ordine psicoanalitico che si occupò del Fuhrer.  Nessuna delle numerose donne che ebbero la sventura di farsi incantare dal  potere di un uomo corrotto e psichicamente disturbato sfuggì  al suicidio in circostanze  poco chiare.

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L’ultima, quell’ Eva Braun dalla bellezza delicata, sognante commessa  del fotografo personale del Fuhrer, gli dedicò i suoi diciassette anni  nell’euforia superficiale e tutta giovanile del lusso, trascinandosi anch’essa tra un tentativo e l’altro di suicidio per i continui tradimenti dell’amante. Esistono testimonianze che Hitler si imbottisse di testosterone prima degli incontri con la Braun, mentre lei si sottoponeva a continui e stressanti esercizi ginnici per mantenere tonico il suo fisico  e  vivo l’interesse di un uomo di ventitré anni più vecchio, dissoluto e  sempre alla ricerca di emozioni nuove. Riuscì a farsi sposare in extremis da una larva di uomo ormai  distrutto dalle droghe e dalla sconfitta rovinosa della Germania, immolandosi al suo fianco  fino al comune suicidio.

Anoressia sentimentale

E’ noto che questi tipi di uomini aggrediti da un’infanzia infelice crescono per lo più con orientamenti  sessuali piuttostoincontrollati e diversificati.  Così sembra sia accaduto ad Hitler nel vortice della sua esistenza.  Nondimeno, tutte le numerose donne della vita del Fuhrer sembrano essere state scelte secondo una distorta visione del rapporto amoroso. Non la donna come soggetto autonomo e quindi complementare ad  esso, ma la donna tendenzialmente sottomessa e complice essa stessa di certe situazioni.

Si è molto parlato del grande e unico vero amore  di Hitler per Angelika Raubal (detta Geli), amore incestuoso in quanto figlia della sorellastra, esempio lampante dei  suoi desideri più occulti. La giovane – che forse voleva troncare l’annosa e strana  relazione con lo zio – fu trovata  cadavere nella sua stanza, col volto sfigurato, e mai vennero acclarate le circostanze di quella morte. Suicidio oppure… femminicidio?

Anche  il rapporto con Eva Braun, donna forse troppo semplice e arrendevole, conferma  il bisogno del Fuhrer di voler soggiogare le sue amanti. Ed egli osò definire la Braun  una “piccola donna”,  cioè di scarso spessore intellettuale. Quale specie di amore? Ce lo spiegherà molto più tardi lo psichiatra  scozzese Ronald D. Laing nel suo libro del 1970 “Nodi – Paradigmi di rapporti intrapsichici e interpersonali”, laddove compare una sua precisa formulazione :

Io non rispetto me stesso
Non posso rispettare nessuno che mi rispetti
Posso rispettare solo qualcuno che non mi rispetti”.

Vale a dire, “disprezzo chi  mi ama”. In realtà, questo tipo di persone, depressi cronici, privi di autostima, bipolari, si rivelano individui caduti nel vuoto dell’incapacità di amare, in quella  anaffettività  che la moderna psichiatria definisce anoressia sentimentale.

Hitler non si tolse la vita pentito dei suoi  “orrori”, ma per restare fedele a se stesso. I perdenti (com’egli ormai si sentiva), i deboli, i menomati, non avevano diritto alla vita: la razza ariana doveva essere perfetta per una nazione simbolo  di forza davanti al mondo. Al suo suicidio seguirono quelli di intere famiglie dei suoi luogotenenti, in quel bunker sotterraneo  teatro di nefandezze, ciecamente  fedeli alla sua delirante filosofia.

Scherzi della natura

Non si può sottacere che quest’ometto, dai buffi baffi mozzati, si sentiva anche menomato fisicamente, avendogli la natura giocato un altro dei suoi scherzi: la privazione di uno di quegli attributi di cui si vantano gli uomini di successo. Si chiama “criptorchidismo” ed è un’anomalia abbastanza frequente che può risolversi se trattata prima dell’adolescenza, altrimenti porta alla sterilità. Non solo, pare che anche il  principale… “attore” della virilità maschile fosse in Hitler piuttosto deficitario, tanto che i rapporti con la Braun  – raccontano le cronache dell’epoca – erano  molto rari e – sempre stando ai rumors – accuratamente evitati. Ciò spiega anche il ricorso continuo alle droghe.
Viene allora da chiedersi se tutte le donne del Fuhrer non fossero delle masochiste, interessate alla bella vita accanto a un uomo di potere. Ma ci si chiede soprattutto quanto le defaillance fisiche dell’uomo siano state determinanti a scatenare i suoi disastrosi estremismi antisemiti. Ciò non va assolutamente a giustificare i suoi crimini, perché il mondo sarebbe pieno di criminali considerando quanti individui provengono da simili situazioni familiari, quanti uomini circolano sulla terra con one-ball-one  e un assai minuscolo “cher ami”.

Fascino mediterraneo: Benito Mussolini

Il  fascino malato  di Hitler  trovava il parallelo nella seduzione altrimenti esercitata sulle donne dall’alleato  italiano  Benito Mussolini, uomo di… sana e robusta costituzione sia a livello  fisico che psichico, ma forse di simile tendenza alla  megalomania e al narcisismo. Si disse che proprio Hitler, per la prima volta in visita nel 1934 in Italia, a Venezia, rimase impressionato dal Duce, sentendosi goffo e insufficiente; lui, all’inizio del suo cancellierato, con un modesto impermeabile bianco di fronte all’alta uniforme del suo omologo, alla sua voce stentorea, al suo apparato, alla perfetta organizzazione della sfilata militare. Fumo negli occhi, tutto faceva pensare all’Italia come a una grande nazione in barba a  Churchill che l’aveva definita “il ventre molle d’Europa”. E il  grande, terrificante  sogno di un piccolo austriaco prese le mosse da un desiderio di prona emulazione.

Quel balcone di Piazza Venezia

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Il  famoso balcone di Piazza Venezia  era il pulpito di una chiesa en plein air, il palcoscenico di un teatro in pianta stabile: folla oceanica che si abbeverava alla retorica,  alle pose ieratiche  dense di  pause sospensive, alla gestualità ampollosa di un uomo che si preoccupava, in amichevole complicità con  Hitler, della sua calvizie e della sua bassa statura. Ma, al contrario dell’alleato tedesco, Mussolini si serviva di una capacità di comunicazione intesa nel senso più attuale, quello del contatto diretto con i cittadini, facendo spesso ricorso – durante i bagni di folla –  ad  improvvisate performances come denudarsi dalla cintola in su per mettere in risalto la sua muscolatura ed incitare così la gioventù ad una sana pratica sportiva. In realtà, anche la Germania aveva fatto dello sport uno strumento di potenza  politica, ma Hitler non si sarebbe mai sognato di mettere in vetrina  una personale fisicità che purtroppo non gli apparteneva…

Era  innegabile dunque il grande sex-appeal di Mussolini che faceva cadere le donne ai suoi piedi. E, dall’entrata in  Via del Plebiscito dietro Piazza Venezia, era un viavai di donne alle ore più impensate secondo gli impegni del Duce. Amori fugaci, amori prezzolati o amori di convenienza politica, donne disposte a giacere anche per una sola mezz’ora nello studio dietro quel “balcone” per soddisfare gli appetiti  piuttosto prepotenti di un sanguigno romagnolo doc.

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Claretta Petacci  fu l’ultimo atto nella vita del Duce. Di circa trent’anni più giovane,  la  loro storia  sembra tratta di peso da uno di quei feuilleton, i romanzi d’appendice che nei primi decenni dell ‘800 fecero la fortuna di certi quotidiani d’oltralpe.

Claretta  era peraltro  una ragazza  proveniente da un’importante famiglia della borghesia romana, cresciuta con i principi di una tradizionale educazione sentimentale. E risulta che la sua infatuazione per Mussolini si trascinasse fin dagli anni dell’infanzia, quando da bambina iniziò ad inviargli una sequela di lettere di sviscerata ammirazione, come oggigiorno accade alle fan dei più noti personaggi dello spettacolo sui social network.

Poi,  molto più tardi, quando Claretta era già sposata col tenente Riccardo Federici, il caso volle che – in gita con la famiglia al completo –  incrociasse sulla strada per Ostia la fiammante Alfa Romeo del Duce, riuscendo a fermarla e a farsi riconoscere. Secondo quanto scritto sul suo diario, l’incontro fu palpitante di iniziali silenzi e mille promesse: Mussolini non rimase infatti insensibile allo sguardo penetrante di Claretta, alla sua passionale esuberanza ed avvenenza.

28 aprile 1945, il muretto di Giulino di Mezzegra

Così il destino aveva fatto i suoi conti. E quel che accadde nel corso della loro relazione  esula dal risvolto sentimentale di cui ci occupiamo.  L’inizio di un trepido romanticismo vide la fine per mano di un tribunale popolare in quel 28 aprile del 1945 a Giulino di Mezzegra (Como), due giorni prima della morte di Hitler ed Eva Braun. Quella duplice esecuzione fu il colpo decisivo per Hitler, l’evidente sconfitta del regime  che lo persuase ad un atto estremo, già scritto, servendosi del veloce effetto del cianuro e risparmiando in tal  modo a sé e alla Braun il massacro.

Va comunque  messo in luce che quel tribunale popolare non aveva decretato anche la morte della Petacci. In quel 28 aprile accadde che,  nel momento in cui partirono i colpi di mitra destinati a Mussolini, Claretta si aggrappasse al corpo di lui in un estremo atto di difesa, facendo scudo col suo esile corpo, ma venendo  irrimediabilmente  colpita. E questo sì che era amore.

Abbiamo cercato di essere quanto più oggettivi nella sintetica ricostruzione della vita sentimentale dei personaggi in questione. Ma,  nella raccapricciante iconografia della  morte di Mussolini e della Petacci, troppi sono gli interrogativi che ancora sorgono a distanza di settant’anni.

Con Paul Watzlawick, eminente psicologo e filosofo austriaco naturalizzato statunitense, ritroviamo degli enunciati che da tempo  animano i nostri pensieri. Lo scienziato si chiede infatti perché “l’uomo si ostini a praticare certi  adattamenti, rivelatisi  efficaci in un imprecisabile passato, come  gli unici possibili ed eternamente praticabili…..In tale cecità, si ha il risultato di incrementare il disagio che si voleva curare”.

Sono interrogativi che ci appartengono quali protagonisti della storia.  E la storia ha il compito di rimettere insieme le tessere di enormi puzzle, alla ricerca delle possibili soluzioni e verità, anche quelle più scomode, anche quelle non dette.

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