Quelle carceri brasiliane senza guardie da cui l’Italia dovrebbe imparare

Una mostra e un incontro al Meeting di Rimini sull’esperienza delle Apac, strutture carcerarie senza polizia né armi in cui i prigionieri sono chiamati per nome e trattati come persone. E da cui nessuno vuole scappare

di Piero Vietti | 23 Agosto 2016 Articolo apparso originariamente su ilfoglio.it che ringraziamo.

 
Le foto della mostra al Meeting presenti in questo articolo sono di Cesare Simioni

Rimini. “Qui entra l’uomo, il delitto resta fuori”. La scritta – a mano, nera su sfondo azzurro – accoglie i visitatori di una delle mostre presenti al Meeting. Si intitola “Dall’amore nessuno fugge”, non parla di buoni sentimenti ma di carcerati in Brasile che scontano la loro pena nelle strutture Apac (dal nome dell’associazione che le gestisce, Associazione di protezione e assistenza ai condannati). Ladri, stupratori e assassini che vivono un’esperienza impensabile nel paese con la quarta popolazione carceraria al mondo, circa 600 mila detenuti dei quali quasi 250 mila in attesa di giudizio. Impensabile perché si tratta di prigioni in cui non ci sono né guardie né poliziotti, le chiavi delle celle sono custodite dai detenuti stessi (chiamati “recuperandi”), gli spazi hanno misure umane, ai prigionieri vengono insegnati dei mestieri e da cui praticamente nessuno scappa. Il Brasile è uno dei paesi in cui si contano più rivolte carcerarie, e in cui il tasso di recidiva di chi è stato in galera e poi esce sfiora l’80 per cento. Chi esce dalle strutture Apac torna a delinquere solo nel 20 per cento dei casi.

Oggi in Brasile sono circa 50 le prigioni di questo tipo, e diversi paesi stanno cominciando a importarne la metodologia. Con una differenza, però, che rimane sostanziale. La spiega al Foglio Fabrizio Pellicelli, responsabile in Brasile di Avsi, la ong internazionale partner di Apac: “Qui non è lo stato che decide di aprire un carcere Apac, ma la società civile”. E’ una esigenza che nasce “dal basso”, e ha lo scopo di rieducare i condannati, non soltanto di punirli con la reclusione. In un sistema fallito come quello carcerario, persone legate al territorio decentralizzano la costruzione di carceri in presìdi di piccole dimensioni (le Apac non ospitano più di 200 persone), permettendo alle comunità di assumere direttamente la responsabilità del recupero dei detenuti stessi (e facendo risparmiare i contribuenti). “Nello stato brasiliano del Minas Gerais le istituzioni hanno riconosciuto il valore dell’opera”, continua Pellicelli, aiutando la costruzione dei centri e – negli ultimi anni – pagando il personale amministrativo. La gran parte del lavoro è però sulle spalle dei volontari e dei recuperandi.

 

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Negli anni Novanta un amico e “discepolo” di Ottoboni, Valdeci Antonio Ferreira, rimane colpito dal metodo, lo impara e comincia a lavorare alla sua diffusione. All’inizio politici e giudici non si fidano, Valdeci fa loro mettere alla prova la prima Apac, cominciando a lavorare con i carcerati in regime aperti, poi con quelli in regime semi aperto e infine con quelli in regime chiuso. L’esperimento funziona, si allarga, e quando nel 2006 la Fondazione Avsi conosce le Apac decide di diventarne partner. Anche grazie ad alcuni fondi europei per progetti sui carcerati le strutture Apac cominciano a essere “esportate” negli stati vicini. Il metodo arriva anche in altri continenti, Europa compresa, anche se in carceri nelle quali i poliziotti sono presenti.

Daniel, ex detenuto e ora collaboratore delle APAC

L’Italia, multata dall’Unione europea per la condizione delle proprie carceri, sarebbe un terreno fertile, dal punto di vista della società civile, per iniziare un tipo di esperienza del genere. Che dà frutti imprevedibili, come testimonia la storia – raccontata nella mostra – di Walter, un pluriomicida giudicato irrecuperabile e mandato in un carcere Apac da un giudice, scettico sul metodo. Arrivato, come tanti, con l’idea di scappare al più presto, Walter dopo qualche tempo cambia. Un giorno nello stesso carcere arriva uno stupratore, il corpo segnato dalle violenze subite nelle prigioni in cui era stato in precedenza. Il primo che lo accoglie, lavandogli le ferite, è Walter. “Nessuno è irrecuperabile”, conclude Pellicelli, se guardato in modo umano.

http://www.ilfoglio.it/cultura/2016/08/23/apac-avsi-carceri-brasiliane-senza-guardie-italia-dovrebbe-imparare___1-v-146267-rubriche_c345.htm


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