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SONO CADUTA SU UN COLTELLO: PICCOLA STORIA DELLA VIOLENZA SULLE DONNE

Articolo apparso originariamente su storiainnetwork.net che ringraziamo.

di Renzo Paternoster

Violenze, discriminazioni, prevaricazioni, esclusione sono le ferite che segnano indelebilmente la storia delle donne. C’è la violenza che ammazza; poi c’è quella che non uccide, ma lascia ferite; poi ancora c’è quella che non ferisce il corpo, ma lascia segni ancor più profondi di quelli esteriori.

Partiamo da una constatazione: nel mondo umano la diversità biologica (femmina e maschio) è data dalla natura, la diversità di genere è invece un prodotto della cultura. La femmina e il maschio sono concetti biologici, la donna e l’uomo sono concetti sociali. Insomma, nel mondo umano si ha un solo tipo di femmina e uno solo di maschio (l’ermafroditismo, ossia la possibilità di possedere tratti fisici di entrambi i sessi, è una rarità nel mondo umano, mentre è una condizione normale per alcune specie animali e vegetali), ma ci sono tante donne e tanti uomini secondo la cultura prevalente. Quando la cultura crea pregiudizi e stereotipi sulla femmina e sulla donna, allora dà origine alla violenza di genere.

È molto probabile che nel Paleolitico le comunità fossero fondate sull’eguaglianza dei sessi e sulla sostanziale assenza di gerarchia e autorità. Questa uguaglianza verosimilmente continuò nel Neolitico, anche se i maschi e le femmine iniziarono a svolgere attività completamente differenti: i primi andavano a caccia, le seconde lavoravano nei campi e accudivano i figli che loro stesse avevano generato. Si hanno prove della presenza, in questi due periodi di società, di un culto della Dea Madre, quindi una divinità femminile.
Riprendendo i risultati degli scavi archeologici diretti dal britannico James Mellaart (1925- 2012) e le analisi dell’archeologa lituana Marija Gimbutas (1921-1994), la sociologa statunitense Riane Eisler (1931-) conia il neologismo gilania per indicare questa fase storica plurimillenaria di parità tra i sessi: «Gi- deriva dal termine greco gynè, donna, an- viene da andros, uomo. La lettera l tra i due ha un duplice significato. In inglese rappresenta il linking (l’unione) delle due metà dell’umanità, contrapposto alla supremazia, come avviene nell’androcrazia, dell’una sull’altra. In greco, deriva dal verbo lyein o lyo, che a sua volta ha un duplice significato: spiegare o risolvere […]. In questo senso la lettera l rappresenta la soluzione dei nostri problemi, mediante la liberazione delle due parti dell’umanità dalla avvilente e mistificante rigidità di ruoli imposta dalle gerarchie di domino insite nei sistemi androcratici». [R. Eisler, The Chalice and The Blade. Our History, Our Future, Harper & Row, San Francisco 1987, trad. it., Il calice e la spada. La nascita del predominio maschile, Pratiche Editrice, Parma 1996, pp. 192-193]. Esistono tuttora alcune società gilaniche, eredi per alcuni studiosi delle prime società preistoriche: i Minankabau dell’Indonesia, la tribù Moso in Cina, la comunità yuchiteca in Messico, società pacifiche ed egualitarie, basate sulla partnership tra uomo e donna.
Altri studiosi della Preistoria affermano che la maggior parte delle prime società erano matriarcali, ossia basate sul potere delle madri. Ancora oggi alcune società continuano a mantenere queste caratteristiche, come quella Tuareg del deserto del Sahara, Irochese del Nord America, Kerala dell’India meridionale, Khasi e Jaintia sempre in India. Nel Paleolitico, comunque, si venerava la Grande Madre, una divinità potente perché simbolo della terra, della fertilità, del ciclo delle stagioni e Signora del Tempo, poiché presiedeva al ciclo della nascita–vita–morte–rinascita. Dal Neolitico cominciano ad apparire divinità maschili secondarie, che poi finiranno col diventare predominanti.

Dati violenza in Europa 2015Dati violenza in Europa 2015

Nel lento passaggio dalla Preistoria alla Storia sia le società gilaniche sia quelle matriarcali mutano radicalmente: si pongono le basi per l’affermarsi di un potere tutto maschile (patriarcato), in cui la differenza sessuale da dato biologico diventa giustificazione per la costruzione di gerarchie improprie basate sulla prevalenza dell’uomo sulla donna. Già nei più antichi testi sacri ritroviamo una visione della donna tentatrice, ispiratrice del male, peccatrice, bramosa di potere, che vuole finanche sovvertire i comandi di Dio. Eva, la prima donna della cultura ebraico-cristiana, causa la fine dell’Eden inducendo Adamo a disobbedire a Dio. Anche Pandora, la prima donna per la mitologia greca, spinta da curiosità apre il vaso che Zeus gli aveva regalato con l’ordine di lasciarlo per sempre chiuso: dal vaso uscirono gli spiriti maligni che erano i mali del mondo (malattia, vizio, pazzia, vecchiaia, gelosia) che si abbatterono inesorabilmente sull’umanità.
Con il patriarcato la figura della femmina-donna cambia dunque registro: la sua funzione di donna è declassata, il suo corpo da femmina è mercificato. Relegate così al ruolo di madri e di “oggetti” sottomessi al marito/padre, esse perdono la dimensione di donna. Questo dequalificazione si ritrova già nelle più remote legislazioni. Nel Codice di Hammurabi (XVIII secolo a.C), una delle più antiche raccolte di leggi scritte, ad esempio è dichiarato che la donna, pur avendo notevole indipendenza giuridica, «è proprietà del marito e la figlia nubile è di proprietà del padre» [Codice di Hammurabi, rigo 129].
Già nell’antica Grecia i grandi letterati non disdegnavano il concetto della subordinazione della donna all’uomo: Platone descrive la donna come un essere inferiore all’uomo [Repubblica]; Aristotele ne giustifica la sua sottomissione, sostenendo che essa è «per natura più debole dell’uomo», dato che «il corpo femminile è incompleto, menomato», poiché un maschio mancato [Fisica e Politica]; Pitagora rincara, affermando che la donna è stata generata «dal principio cattivo che creò il caos e le tenebre»; due secoli dopo Euripide rinforza il concetto considerandola «il peggiore dei mali» [Ippolito].

La condizione della donna nelle tre grandi religioni abramitiche (Ebraismo, Islam e Cristianesimo), varia notevolmente dal periodo storico e da Paese a Paese. I testi sacri di queste tre grandi religioni contengono una doppia valutazione sulla donna, alla parità spirituale si affianca la sua sottomissione all’uomo, per questo i testi sacri abbondano i divieti e le imposizioni imposte alle donne. Alla parità spirituale, oggi come allora non si rispecchia un’uguaglianza nella vita sociale. La tradizione “normativa” religiosa dell’Ebraismo (Halakhah) pur descrivendo la donna come un soggetto indipendente di diritto, responsabile delle proprie azioni, la sottomette al patronato dell’uomo (padre, fratello, marito). Nell’antico Ebraismo la donna doveva unicamente occuparsi della casa, non poteva partecipare alla vita pubblica, erano limitate nell’aspetto religioso (ad esempio non erano tenute allo studio della Bibbia, obbligo per gli uomini; oppure nelle sinagoghe era vietato loro oltrepassare il vestibolo e non potevano partecipare né alla lettura della Torah né alle preghiere), potevano essere vendute come schiave o date in sposa dal padre, quelle accusate di tradimento erano condannate a morte per lapidazione. Il Cristianesimo riprende e conferma le differenze tra donna e uomo, insegnando la sottomissione della prima al secondo. Per San Paolo «La donna impari in silenzio, con tutta sottomissione. Non concedo a nessuna donna di insegnare, né di dettare legge all’uomo; piuttosto se ne stia in atteggiamento tranquillo. Perché prima è stato formato Adamo e poi Eva; e non fu Adamo ad essere ingannato, ma fu la donna che, ingannata, si rese colpevole di trasgressione. Essa potrà essere salvata partorendo figli, a condizione di perseverare nella fede, nella carità e nella santificazione, con modestia». [Nuovo Testamento, prima lettera a Timoteo 2,11-15]. Per san Paolo questa sottomissione è evidente anche dinanzi a Dio, ordinando loro di coprirsi la testa in segno di subordinazione e umiltà quando si recano nel tempio: «L’uomo non deve coprirsi il capo», dice san Paolo, «perché egli è l’immagine della gloria di Dio, ma la donna non è che la gloria dell’uomo» [Nuovo Testamento, prima lettera ai Corinzi, 11: 7). Nella sacra Bibbia, quando si è voluto umiliare qualcuno lo si definiva «figlio della donna» [Giobbe 15, 14], mentre Gesù è sempre definito «il figlio dell’uomo» [Luca 6, 5]. Tuttavia il Cristo nella sua vita terrena non ha mai mostrato atteggiamenti discriminanti nei confronti delle donne: le incontra, le interpella, le rimprovera, le guarisce, le perdona. Con esse è esigente così come lo è con gli uomini.
Nell’Islam, più degli altri monoteismi, la condizione della donna varia in base alle correnti religiose e alle diverse interpretazioni sia della dottrina islamica sia dei principi di laicità. Ad esempio, riguardo l’obbligo di portare il velo e coprire il volto, non c’e alcun versetto del sacro Corano che prescriva esplicitamente come il velo deve essere portato: «Oh Profeta, dì alle tue spose, alle tue figlie e alle donne dei credenti di coprirsi dei loro veli» [Corano, sura Al-Ahzāb,59], aggiungendo «Dì alle credenti di abbassare i loro sguardi e di essere caste e di non mostrare, dei loro ornamenti, se non quello che appare; di lasciare scendere il loro mantello fin sul petto e non mostrare ornamenti ad altri che ai loro mariti, ai loro padri, ai padri dei loro mariti, ai loro figli, ai figli dei loro mariti, ai loro fratelli» [Corano, sura An-Nūr, 30-31). Così c’è chi dà un’interpretazione rigida dei versetti di cui sopra, e chi spiegazione meno integrale. Per la legge islamica la donna ha gli stessi doveri dell’uomo, quindi non c’è per essa alcuna discriminazione nella vita eterna. Il sacro testo dei musulmani tuttavia subordina la donna all’uomo: «Gli uomini sono preposti alle donne, a causa della preferenza che Allah concede agli uni rispetto alle altre e perché spendono [per esse] i loro beni. Le [donne] virtuose sono le devote, che proteggono nel segreto quello che Allah ha preservato. Ammonite quelle di cui temete l’insubordinazione, lasciatele sole nei loro letti, battetele. Se poi vi obbediscono, non fate più nulla contro di esse» [Corano, Sura An-Nisâ’ (Le Donne), 34].

Multiforme è stata la condizione della donna nella storia. Se presso i babilonesi e gli egizi le donne godettero dei diritti di proprietà, pur essendo sottoposte al padre o al marito, presso gli antichi greci e i romani la donna era un vero e proprio “possesso” del marito o del padre, quindi non godeva del controllo giuridico né della sua persona, né dei suoi figli, né dei beni della sua famiglia. Sparta è un caso a parte, poiché le donne arrivarono a gestire di fatto l’economia. Nel Medioevo la donna è classificata in base alla diversa condizione sociale, alle diverse aree geografiche e ai momenti storici presi in considerazione. Si parte da un’ondata misogina dell’Alto Medioevo, dovuta al monopolio del sapere e della cultura da parte degli uomini Chiesa, sempre più angosciati verso la donna, a cui continuano ad attribuire peccati imperdonabili: la tentazione di Adamo e la disubbidienza verso Dio, la morte di Giovanni il Battista, la rovina di Sansone e così via. La donna è quindi temuta e controllata, perché capace di istigare e minacciare la virtù degli uomini. Essa diventa spesso il capo espiatorio di qualsiasi cosa, come succede più tardi, quando la Chiesa cominciò a sentire minacciato il suo tradizionale potere spirituale e temporale, bandendo l’Inquisizione e la caccia alle streghe. Proprio l’immagine della donna come strega è una delle più potenti raffigurazioni medievali del femminile, per poi scoprire che, spenti i roghi, le streghe scompaiono. Nell’Alto Medioevo, l’immagine della donna considerata debole moralmente, che induce l’uomo a peccare, si riflette sulla sua condizione sociale, decisamente subalterna all’uomo. In pieno Medioevo il declassamento della donna comincia ad affievolirsi, almeno nelle classi superiori, in cui la donna deve assumere nuove responsabilità in ambito politico e amministrativo per l’assenza ricorrente del marito. Con la nascita della borghesia, il Basso Medioevo rivaluta completamente la figura femminile, ora istruita e inserita nella società. La donna borghese, così, apporta un sostanziale riscatto alla condizione femminile. Nel tardo Medioevo si trovarono anche donne sul trono, la figura più rappresentativa di riscatto fu quella Giovanna d’Arco, che con le sue gesta divenne un’eroina e, in epoca più recente, santa e patrona di Francia. La donna, quindi, inizia a recuperare cosa le era stato tolto nei secoli precedenti, tuttavia «fu la Rivoluzione francese a rimettere in discussione simili opportunità tutte derivate dall’appartenenza di casta: nella società borghese dell’uguaglianza dei diritti e dei doveri non parve affatto naturale riconoscere alle donne una loro paritaria presenza nella dimensione pubblica, mentre il positivismo ottocentesco si sforzava di trovare ragioni oggettive per relegarle nei limiti del privato» [Varni A., Il potere è donna, “Il Sole 24Ore”, 21 dicembre 2014]. Si ritorna così indietro, ad esempio i codici Napoleonici del 1804 prevedevano la certificazione maritale, in base alla quale la donna era di proprietà del marito.

Nell’epoca moderna, anche se la donna entra nelle fabbriche e acquisisce più diritti, fa ancora fatica a stabilire la giusta parità con l’uomo in ambito sociale e politico (il primo Paese a riconoscere finalmente i diritti politici alle donne fu la Nuova Zelanda nel 1893, seguita da dodici stati degli USA nel 1914 e poi da alcuni Paesi europei). La prospettiva sociale e culturale dominante sostiene ancora la legittimità dell’esercizio del potere maschile sulle donne, potere che spesso si trasforma in diritto alla violenza.
La storia contemporanea vede finalmente la donna protagonista del suo riscatto. Negli anni Sessanta e Settanta del Novecento nascono le prime grandi organizzazioni femministe, si hanno le prime grandi disposizioni internazionali sulla parità tra uomo e donna, in primis quella inclusa nella Carta fondante le Organizzazioni delle Nazioni Unite, che al preambolo dichiara di «riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della persona umana, nella eguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne», ribadendo quest’ultima uguaglianza all’articolo 55, in cui si stabilisce che «le Nazioni Unite promuoveranno […] il rispetto e l’osservanza universale dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali per tutti, senza distinzione di razza, sesso, lingua o religione». A queste fanno seguito alle disposizioni, tra cui la “Dichiarazione sull’eliminazione della violenza contro le donne” (risoluzione 48/104 del 20 dicembre 1993).

Monumento per le donne uccise a Ciudad Juárez

Nonostante questo, paradossalmente c’è un aumento della violenza contro le donne, che va di pari passo con il «declino dell’impero patriarcale», retaggio di una concezione che affonda le sue radici nell’idea del supermaschio dominatore: «L’emancipazione della donna non porta ancora all’equilibrio sperato. Il bisogno dell’uomo di dimostrare la propria superiorità prende al contrario forme estremamente inquietanti» [Marzano M., Sii bella e stai zitta, Mondadori, Milano 2010]. Così le donne continuano a essere vestite di lividi. Molto spesso sono anche uccise. Sono tante, così tante le donne che subiscono soprusi, che si conia finanche un termine, femminicidio, un neologismo che identifica in generale la violenza sulle donne, in particolare l’assassinio di una donna per motivi basati sul genere. La più antica citazione che identifica una violenza in cui la vittima è una donna risale al 1801: in un saggio pubblicato in Inghilterra comparve il termine femicide (femicidio) per indicare genericamente la violenza misogina e sessista dell’uomo nei confronti delle donne. Nel 1848 questo termine fu pubblicato nel Wharton Law Lexicon, un dizionario di giurisprudenza, suggerendo di farlo diventare un reato specifico. Nel 1992 il termine è riusato dall’attivista per i diritti delle donne sudafricana Diana Russell, nel libro Femicide. The Politics of woman killing, scritto assieme alla professoressa Jill Radfors. Nel 2004 l’antropologa messicana Marcela Lagarde utilizza il termine femminicidio per far conoscere la drammatica violenza vissuta dalle donne in Messico, in particolare nella zona di Ciudad Juárez (Lagarde riscrive il termine con la doppia consonante, riportandolo etimologicamente al termine “femmina”).

La parola femminicidio potrebbe non essere corretta, poiché rimanda all’idea sprezzante della “femina” (femmina in latino). E poi non spiega la realtà: si ammazza non perché femmina, ma perché donna. Il termine è tuttavia utile, perché serve in qualche modo a definire un delitto perpetrato contro una donna in quanto donna. Non sono delitti passionali, di passione non c’è niente, l’amore è un’altra cosa. Semmai c’è il possesso e il dominio, che scatenano rabbia incontrollata, gelosia e orgoglio: il possesso mancato da parte di un uomo su una donna, il dominio perso dal marito/padre su quelle che sono considerate loro “proprietà”. Mariti e fidanzati che ammazzano perché il loro “possesso” viene meno, padri che uccidono le loro figlie per aver rifiutato un matrimonio imposto o per le loro scelte di vita non condivise in famiglia, quindi scelte venute meno all’autorità e al dominio maschile. Solo in Italia, dall’inizio del 2016 sono cinquantotto le donne ammazzate dal partner o dall’ex. Dal gennaio 2015, le vittime sono ben centocinquantacinque. Un vero e proprio bollettino di guerra. Ma non c’è solo l’uccisione. Alla violenza mortale si affiancano ancor più spesso le violenze quotidiane, fisiche e psicologiche, con maltrattamenti, soprusi, offese e stalking che, anche se non uccidono il corpo, feriscono in modo letale chi le riceve, rubando dignità e futuro.

La violenza contro le donne è oggi una delle violazioni dei diritti umani più invasiva e diffusa e, in molti casi, la più nascosta. Gli omicidi sono solo la punta di un iceberg, fatto da lividi e ferite spesso celate dietro frasi come “sono scivolata sul tappeto” o “sono caduta dalle scale”, bugie dette per paura, terrore o vergogna. La paura di ritrovarsi sole, il terrore di vendette e ritorsioni, la vergogna di riferire il proprio vissuto di afflizioni e patimenti alla conoscenza pubblica. A tutto questo ci sono soluzioni. Non serve inasprire solo le pene a “danno compiuto”, ma credo sia utile un’opera di educazione sin dalla primissima età, un’educazione rivolta sia alle donne sia agli uomini: alle donne per fargli comprendere che è un atto d’amore verso se stesse, oltre che un dovere, non tollerare con il silenzio la violenza dei “propri maschi”; all’uomo per fargli comprendere che non è il sesso in dotazione a “fare la differenza” e che un rapporto basato sulla stima e sul rispetto reciproco è una relazione che difficilmente terminerà. Il paradosso, oggi, è tuttavia quello che si insegna alle donne a difendersi, mentre si dovrebbe soprattutto educare l’uomo al rispetto.

Per saperne di più

Bardèche M., Histoire des femmes, 2 voll., Stock, Paris 1968, trad. it. Storia della donna, 2 voll., Mursia, Milano 1973.
Campus D. (a cura di), Donna domina. Potere al femminile da Cleopatra a Margaret Thatcher, Bononia University Press, Bologna 2014.
Ciconte E., Storia dello stupro e di donne ribelli, Rubbettino, Soveria Mannelli 2014.
Duby G., Perrot M., Histoire des femmes en Occident, 5 voll., Plon, Paris 1991-1992, trad. it. Storia delle donne, 5 voll., Laterza, Laterza, Roma-Bari 1990-1991 (i volumi sono stati più volte ripubblicati).
Marzano M., Sii bella e stai zitta, Mondadori, Milano 2010.
Negri A.T. (a cura di), La donna nelle tre grandi religioni monoteiste. Ebraismo, Cristianesimo e Islam, Edizioni Mille, Torino, 2002.
Porco F., Il Sangue Rosa. La strage delle donne, Pellegrini, Cosenza 2014.
Rangoni L., Il culto del femminile nella storia, Xenia, Milano 2005.
Scopel L., La figura della donna nelle religioni, Edizioni Università di Trieste, Trieste 2012.
Varni A., Il potere è donna, Il Sole 24Ore, 21 dicembre 2014.

fonte: http://www.storiain.net/storia/sono-caduta-su-un-coltello-piccola-storia-della-violenza-sulle-donne/


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