Storie rivista internazionale di cultura

I Pink Floyd senza Syd Barrett (e viceversa)

syd-barrett-slide-home(Giulia Borioni) – Pare che quando arrivò a casa di Gale [1] gli altri fossero già sballati. Avevano imbevuto le zollette di una forte dose di LSD-25 e se l’erano calate. Prima di prendere la sua, Syd non aveva idea di cosa l’aspettasse e, a sentire Thorgerson [2], passò le dodici ore successive “perso nello spazio”. Colse un’arancia e una prugna dal cesto della frutta e le portò con sé ovunque durante il trip. Le due sfere colorate diventarono pianeti e lui rimase in orbita lassù finché qualcuno non mangiò Venere (la prugna) e il suo universo collassò.

Eravamo tutti alla ricerca di una prospettiva più alta e volevamo far provare a chiunque quell’incredibile droga”, ricorda Gordon [3]. “Syd era un tipo ansioso e ossessionato da se stesso, quindi credevamo fosse una buona idea. Ripensandoci, invece, mi rendo conto che lui non era equipaggiato per affrontare un’esperienza del genere, perché era troppo instabile. Syd era una persona semplice alle prese con qualcosa di profondo che non sapeva gestire”. Qualcosa che l’acido gli faceva tornare su come un rigurgito. La morte del padre, forse, il primo collasso di un universo che da allora si è riversato ossessivamente nella sua testa,syd-barret sotto forma di ricordi legati all’idillio di una giovinezza finita in un’overdose di dolore.

Era l’11 dicembre del 1961 quando suo padre morì, e Syd aveva quindici anni. Quel giorno, la pagina del diario che lui teneva religiosamente da quando ne aveva undici è rimasta bianca e l’orbita della sua esistenza è entrata in rotta di collisione con la prugna.

Se la discografia dei Pink Floyd conserva in “Astronomy Domine” una traccia di quel primo trip interstellare, la vita di Syd Barrett ne ha custodito un segno ancora più profondo, continuando a proiettarsi a distanze siderali dalla terra. Tanto che quell’immagine di lui perso nello spazio sembra rappresentare l’inizio di un distacco che, col tempo, diverrà irreversibile e condurrà anche la sua potenza creativa a dissolversi in un buco nero. Profondo come il vuoto di uno sguardo pazzo.

Quello sguardo l’hanno visto tutti quelli che lo conoscevano. L’ha visto Rick Wright che in un’intervista ricorda di quando stavano “(…) registrando una trasmissione per ‘Radio One’ alla BBC e Syd non arrivava. Credo fosse un venerdì e nessuno riusciva a trovarlo. Quindi, in sostanza, stavamo lì ad aspettare e mi pare che dovemmo annullare la registrazione o cercammo di fare qualcosa senza di lui, non ne sono certo. Poi i manager andarono a cercarlo e quando lo trovarono mi pare fosse domenica o lunedì. Ci dissero: ‘Beh, è successo qualcosa a Syd’. E qualcosa era davvero successo. Guardandolo negli occhi era proprio come se qualcuno gli avesse spento la luce. Sembrava vuoto, tutto qui”.

L’ha visto David Gilmour che lo rievoca così: “Era come guardare qualcuno che annegava e cercare di tirarlo su, ma lui continuava a scivolare. La mano scivolava via ogni volta. Era come cercare di farlo tornare. ‘Torna, Syd, torna’. Ed è davvero terribile pensare che non c’è mai stata alcuna possibilità che tornasse in sé”.

Lo stesso Barrett, probabilmente, li vedeva quei suoi occhi spenti, se già un anno prima di essere allontanato dal gruppo scriveva versi come “I’m most obliged to you for making it clear that I’m not here/ And I’m wondering who could be writing this song”. Il pezzo è “Saurceful of Secrets” e, se da una parte il testo, frammentato e disconnesso, riflette il progressivo deteriorarsi delle condizioni mentali dell’ex leader dei Pink Floyd, dall’altra evidenzia la sua consapevolezza rassegnata e il conseguente abbandono alla deriva che lo stava portando lontano.

Comunque, la canzone che parla della sua pazzia Syd non se l’è scritta da solo. L’ha scritta Roger Waters ispirato da quattro note che un giorno, negli studi di King’s Cross, sono venute fuori dalla chitarra di Gilmour. “Non c’è proprio niente di generico in quella canzone”, sottolinea il bassista, “non parla di tutti i ‘diamanti pazzi’, parla di Syd” e, oltre alla tristezza per la perdita dell’amico, esprime l’ammirazione e il rimpianto per il talento di un artista che ha segnato l’intera storia della band con il suo distacco.

Ma si diceva di quello sguardo, profondo come il vuoto di un buco nero. Ebbene, era tanto ormai che non lo si vedeva più, quando è tornato. Il 5 giugno del ‘75. Negli studi di Abbey Road i Pink Floyd stavano completando il mixaggio di “Shine on You Crazy Diamond”, quando hanno notato un tisyd-barrett-abbey-roadpo grasso in impermeabile che si aggirava tra l’attrezzatura. Nessuno sapeva chi fosse e nessuno osava domandarlo. Lui stava lì, poi è entrato nella cabina di regia ed è “sorprendente il tempo che ci volle perché qualcuno si svegliasse davvero”, ricorda Gilmour. “Alla fine”, continua Mason, “credo sia stato David a dire: ‘Nick, lo riconosci?’”

C’è una foto di Syd Barrett quel giorno in studio, trasformato. Senza sopracciglia, con pochi capelli e quello sguardo remoto. Pare abbia avanzato qualche commento a proposito del pezzo, giudicandolo un po’ datato. Impressione che, se si vuole riconoscere una logica al disarmante acume della follia, è fondata, dal momento che la canzone racconta di una persona che ormai non era più quella di prima. Lui e suoi occhi stavano lì, implacabilmente, a dimostrarlo.

Ora, l’episodio è meno magico di quanto possa sembrare, dato che appena qualche mese prima Barrett, che nel frattempo si era riappropriato del suo vero nome, Roger Keith, aveva deciso di tornare ad Abbey Road, dove aveva inflitto al suo manager una serie di estenuanti, e del tutto infruttuose, sedute di registrazione. In quell’occasione potrebbe quindi essere venuto a conoscenza del fatto che i Pink Floyd avrebbero presto cominciato a registrare nuovo materiale, e la sua apparizione risulterebbe così meno stregata. In ogni modo, resta il fatto che la storia di un pezzo (e di un intero disco) dedicato al concetto di assenza, è scalfita da quella fugace quanto sconvolgente presenza. “Eravamo incredibilmente scioccati”, confessa Mason, “fu davvero commovente”, tanto che quell’episodio ha influenzato la versione definitiva di “Shine on You Crazy Diamond” la cui vena malinconica trionfa nella sessione strumentale conclusiva composta da un Rick Wright che, in quel personale omaggio all’amico perduto, riesce a imprimere tutta la solennità a cui la sua formazione classica lo aveva educato.

Shine on” è stato il pezzo che ha ispirato la genesi di “Wish You Were Here” come concept album dedicato al tema dell’assenza, appunto. Quella di Syd Barrett, innanzitutto, ma anche quella degli stessi Pink Floyd, lontani dalla scena musicale già da troppo tempo per i gusti dei produttori e in qualche modo restii a tornare perché tormentati da una crisi d’identità artistica, dopo il successo planetario di “The Dark Side of the Moon” e la trasformazione da band cult a gruppo di fama mondiale schiacciato dalle logiche del business.

Assenza come alienazione dell’individuo, dunque, di fronte alle esigenze dell’industria discografica, ma anche solitudine, dovuta alla falsità di rapporti più d’affari che autenticamente basati su una passione comune e per questo compromessi dal costante pericolo di rimanere bruciati (ecco il senso dell’uomo in fiamme ritratto nella leggendaria copertina ideata, al solito, dallo Studio Hipgnosis). La copertina stessa è una miniera di simboli riconducibili all’argomento del disco, primo tra tutti la desolata ambientazione in un set della Warner Bros a Burbank: un non-luogo per eccellenza dove la finzione prende regolarmente il sopravvento sulla vita reale. Senza contare che “Wish You Were Here” è stato messo in vendita avvolto da una busta di plastica nera che alcuni fan si dice non abbiano mai sfilato, lasciando nascosto il vero volto di un disco che, in questo modo, avrebbe raggiunto l’apoteosi dell’assenza.

E poi l’incomunicabilità, il senso di disagio all’interno del gruppo e nello stesso tempo il terrore di affrontare il mondo esterno senza la protezione garantita proprio dall’appartenenza a una band di successo. E, ancora, la mancanza di entusiasmo e motivazione, la rigida chiusura nei confronti del pubblico (Allora “ci preoccupavamo davvero di non avere alcun contatto con la gente… Eravamo molto distaccati”, racconta Waters), la scrupolosa ricerca di una distanza che rimarrà solo concettuale, almeno fino a quando gli stessi Pink Floyd non erigeranno il più celebre muro della storia del rock.

A suo tempo anche Syd Barrett aveva sofferto lo stesso isolamento ed espresso lo stesso disgusto per il sistema. Diversa è stata la strategia della scomparsa: dietro un muro loro, dentro i suoi occhi, lui.


Note
[1] David Gale, amico d’infanzia di Syd Barrett, cominciò la sua carriera come attore e scrittore all’interno delle prime compagnie londinesi di teatro d’avanguardia.
[2] Storm Thorgerson, amico di Syd Barrett dai tempi del college, è stato tra i fondatori dello Studio grafico Hipgnosis per il quale ha prodotto le copertine di band come Pink Floyd, Led Zeppelin, Yes, Genesis, tra gli altri.
[3] Nigel Lesmoir-Gordon, scrittore, regista e produttore, anche lui compagno di Barrett a Cambridge. Tra i suoi primi lavori c’è il cult-movie “Syd Barret’s First Trip” e un video che riprende i Pink Floyd mentre siglano il loro primo contratto con la EMI.

 

fonte: http://www.storie.it/


Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: