Corriere della Sera

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L’ultima notte di Pavese, al telefono cercava voci amiche

Franco Ferrarotti ricorda l’amico morto suicida il 26 agosto 1950: «Mi chiamò, io ero fuori. Forse sarebbe bastata una parola a salvarlo»

di ANTONIO CASTALDO per Il Corriere della Sera

«Basta un po’ di coraggio». Scriveva Cesare Pavese sull’ultima pagina de «Il Mestiere di vivere», il diario dei suoi ultimi quindici anni di vita. «Più il dolore è determinato e preciso, più l’istinto della vita si dibatte e cade l’idea del suicidio». È un ripensamento, l’ultimo, che lo raggiunge a Torino, il 18 agosto del 1950. Subito dopo, sempre quel giorno, scriverà: «(…) donnette l’hanno fatto. Ci vuole umiltà, non orgoglio». E ancora: «Tutto questo fa schifo». Poi soltanto: «Non parole. Un gesto. Non scriverò più». Il diario finisce così.

L’ultima notte

Trascorrono otto giorni, e nella notte tra il 26 e 27 agosto del 1950 il poeta e romanziere piemontese ingoia una dose letale di barbiturici. Per non dar noia a nessuno con la propria morte, aveva preso una stanza all’hotel Roma, centro di Torino. Sul comodino il libro più caro, «Dialoghi con Leucò». E sulla prima pagina un messaggio vergato con la stilografica: «Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi». Quella sera Pavese non voleva restare solo. Il suo biografo, Davide Lajolo, racconta che dalla sua stanza d’albergo partirono diverse chiamate: «Telefona a tre, quattro donne. Chiede compagnia, le invita a cena. Insiste particolarmente con Fernanda Pivano, ma essa, che andrebbe volentieri perché ha potuto finalmente fare la pace con lui dopo tanti anni, ha il marito malato e non può uscire. L’ultima telefonata Pavese la fa alla ragazza della sala Gai. Ma la risposta è dura. La ricorderà la centralinista di servizio dell’albergo: “Non vengo perché sei un musone e mi annoi”» . Provò a sentire anche alcuni amici. Il filosofo Felice Balbo, collega all’Einaudi, e Franco Ferrarotti, lontano per carattere ed età, ma che lui sentiva molto vicino: «Quel giorno io ero a Venezia, con Anna Maria Levi, la sorella di Primo. Quando tornai a Ivrea, il direttore dell’Albergo mi avvisò. Sono arrivate da Torino due o tre telefonate. Se io fossi stato lì, chissà. A volte basta una parola…».

L’apoteosi di Roma

Eppure il 1950 era stato l’anno di Pavese. Il 24 giugno era di nuovo a Roma, che in fondo detestava, ma che conosceva bene per aver riorganizzato la filiale della Einaudi alla fine della guerra. Quel giorno la città eterna si piegò ai suoi piedi, vinse lo Strega, il massimo riconoscimento per uno scrittore in Italia. Ma non era felice. «Viveva i premi come una violazione della sua intimità», spiega Ferrarotti, che alla sua amicizia con lo scrittore ha dedicato un libro, «Al santuario con Pavese», delle edizioni Dehoniane, che è un vero scrigno di aneddoti e offre una vista privilegiata su quel mosaico screziato che era l’animo dello scrittore. «Pavese non è solo complesso – scrive Ferrarotti – Ama nascondersi e depistare. Si prende gioco dello sguardo indiscreto del giornalista investigativo e della sua passione per lo scoop. È geloso della sua intimità. È massimamente riservato. È un riserbo che può significare un’intimità impenetrabile. Non ho mai incontrato una persona più di lui estranea alla pratica odierna dell’intimità in piazza».

L’amicizia

Di diciotto anni più giovane, piemontese come Pavese ma di pianura, Ferrarotti aveva conosciuto il poeta a Casale Monferrato, durante gli ultimi anni di guerra: «Io ero un gappista che non valeva niente – ricorda – e insieme passeggiavamo dalla città verso il Santuario della Madonna di Crea. Se ci imbattevamo in soldati tedeschi, cominciavamo a declamare ad alta voce il “Chorus mysticus” dal “Faust” di Goethe». Estroverso, solare, inquieto e in perenne peregrinazione, Ferrarotti girerà il mondo e tradurrà pensosi volumi di economia prima di farsi strada nell’accademia italiana come pioniere della moderna sociologia. E in quegli anni, dal ‘45 al ‘50, sarà un punto di riferimento costante per il più maturo e meno gioioso amico, piemontese delle colline. «Nelle lettere che ho ritrovato di recente era affettuoso – ricorda Ferrarotti, che oggi ha 90 anni – si informava non solo dei progressi delle traduzioni che mi aveva commissionato, ma anche delle mie esperienze, dei miei amori. Ed era prodigo di consigli» Come nell’agosto del 1948, quando Ferrarotti era ad Hastings, in Gran Bretagna: «Ammiro il tuo coraggio, ma evidentemente sono troppo vecchio per fare altrettanto. L’Inghilterra preferisco conoscerla dai libri. Credo che ci guadagni».

L’ultimo amore

A proposito del viaggio romano, Pavese sul suo diario annotava: «Tornato da Roma, da un pezzo. A Roma, apoteosi. E con questo? Ci siamo, tutto crolla». Siamo arrivati al 14 luglio 1950. «Verrà la morte e avrà i tuoi occhi./Sarà come smettere un vizio», aveva scritto nel marzo precedente: il vizio di vivere e la tentazione, costante nel corso della sua esistenza, di spegnere la luce e lasciarsi andare. Una danza con l’idea del suicidio cominciata da ragazzo, quando tentò di emulare un caro amico che si era tolto la vita per amore. E poi corteggiata per il resto dell’esistenza, come testimoniato dal suo diario, dove la parola suicidio ritorna ossessivamente. La poesia che dà il titolo alla raccolta di versi postuma è ispirata all’attrice americana Constance Dowling, l’ultima donna amata dallo scrittore. «Per Pavese Constance, con le sue cosce sode, con il petto florido e i capelli biondi, rappresentava l’America, gli spazi immensi. Quelle praterie che lui non aveva mai visto e che ricreava soltanto dalla lettura dei libri», postilla l’amico Ferrarotti, che di quell’amore raccolse più di una confidenza. La loro fu una storia rapida e bruciante. Dopo un inverno e una primavera trascorsi insieme, lei era tornata negli States. Informata della morte del poeta e del clamore che in Italia aveva suscitato, commentò: «Non sapevo che era uno scrittore così grande».


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