Lo Straniero

La schiena della città

Pino Roveredo

Walter Chendi

Walter Chendi

Ci sono due modi per arrivare a Trieste, la naturalezza della pianura o l’impegno della salita ripagato poi col piacere della discesa.

Nel primo caso s’imbocca la via della “costiera”, la strada che nell’ottobre del 1954 offrì l’entrata agli automezzi americani venuti per riconsegnare Trieste all’Italia. Me lo raccontava sempre mio padre: “Quel giorno eravamo in migliaia e migliaia di persone in Piazza Unità a piangere di gioia per quella benedetta bandiera tricolore che si alzava in cielo!”

Andando si può incrociare la sorpresa dei contorni: sulla sinistra c’è l’imponente parete carsica fatta di rocce e sasso che regala la sensazione confortante della difesa. Sulla destra invece si può ammirare, respirare e vivere la salvezza, meraviglia, orgoglio e bisogno impellente della città, intendo la bellezza del mare.

Onde in movimento. Onde che vanno, girano il mondo e poi ritornano schiaffeggiando la pietra coi loro baci di amore e sale.

Mare senza distinzione. Nel suo abbraccio si bagnano le natiche dei nobili, i piedi stanchi dei disoccupati, e i muscoli sudati dei pescatori.

Mare azzurro come il pesce, nero come la rabbia, e sporco come la cattiva coscienza di chi si offende. Acqua che vola e s’infila nella pelle, smuovendo stati d’animo senza rumore, perché la gente di mare parla poco, ma ha la lingua e la voce che non si fermano mai, e quando le parole smettono di essere masticate, facile che escono col colpo della sciabola!

Portate rispetto al mare, perché altrimenti s’infuria e v’ingoia nel suo castigo!”

Lungo quel tragitto di acqua e sale si può ammirare il castello di Miramare che fu testimone dell’amore tragico di Massimiliano e Carlotta, entrare nella galleria di pietra di Grignano dove per una credenza popolare c’è l’usanza di suonare il clacson per assicurarsi un ritorno nella città di San Giusto, qualcuno dice anche che all’interno, precisamente sul soffitto della galleria, c’è scolpita l’immagine di Mussolini. Io non c’ho mai creduto e non ho mai sollevato la testa per accontentarmi la sorpresa. Ma chi se ne frega!

Andando si arriva sul lungomare di Barcola dove ci sono gli stabilimenti dei “Topolini”. Lì le famiglie e i bagnanti si godono il sole sull’asfalto dei marciapiedi, e combattono i sudori tuffandosi dalle spiagge di pietre e scogli. Qualche mese fa un candidato sindaco, fortunatamente trombato, aveva proposto di demolire il tutto e costruire sopra un lido di dune e sabbia, dimenticando che a Trieste c’è la rabbia della “bora”, un vento che in un paio d’ore trasformerebbe quella delicatezza sabbiosa in un insulto da spedire fin oltre i confini dell’ex Jugoslavia! Benedetta politica!

L’altra opportunità per arrivare a Trieste è la strada dell’altopiano, quella frequentata dai tir che arrivano da mezza Europa, soprattutto dall’Est. Un corridoio di asfalto che entra nel territorio rude del Carso: zolle di terra e pietre bianche, pietre bianche testimoni di ricordi infausti, ricordi che immobili rammentano la sciagurata sciagura di una guerra mondiale. Andando s’incrociano i cartelli che indicano e distinguono i paesi e comuni che vivono ai lati: Sgonico, Opicina, Pesek, Basovizza, Monrupino, Aurisina, Rupin Grande e tanti altri ancora. In quei luoghi vivono le minoranze slovene, popolazione figlia di un esodo, profughi che per accontentare l’esigenza di un bottino di guerra hanno sacrificato la loro identità, e che dopo i maltrattamenti di una guerra, sono stati rapinati dei loro beni senza la giustizia di una contropartita. Gente offesa dall’arroganza dei potenti e dall’ignoranza di un morso popolare. Per anni i triestini hanno distinto gli abitanti di quella tragedia col tono cattivo e in parte razzista di un “Sciavi!”.

Scendendo dall’altopiano la vista offre gli opposti meravigliosi di un panorama, da una parte le coste di Grado e dall’altra le coste istriane, in mezzo le case storiche del centro e gli spiragli delle periferie. A metà discesa, sulla cima di un colle, si possono notare le torri imponenti dell’ospedale di Cattinara, una spanna prima c’è l’escremento architettonico di Rozzol Melara. Un fortino di cemento grigio, costruito da ingegneri borghesi che ignoravano gli umori popolari, costruito negli anni settanta e riempito con tutte le famiglie proprietarie del certificato d’indigenza. Tremila persone buttate lì dentro e per alcuni anni dimenticate dalla coscienza dei governanti. Quel luogo, che molti distinguevano con l’etichetta timorosa di un: “Il Bronx di Trieste”, si è salvato con i muscoli della gente che vi abitava dentro e con l’antica medicina che cura il bene dei popoli… la solidarietà.

Alla fine, in entrambi i modi, sia di sopra che di sotto, si arriva nella fotografia bella della città: Stazione dei treni, Corso Cavour e Piazza Unità d’Italia.

In quel “salotto” affacciato sul mare, il più grande d’Europa, ci sono i palazzi belli, i Caffè storici, dove difficilmente un’abitante della periferia si può concedere il ristoro della bevanda, e poi le strette di mano di gente che indossa abiti firmati e abbronzature buone da esibire un sole a “5 stelle” che non appartiene a questa città.

Una volta in quel “salotto” e dintorni, girava in prevalenza una voglia di pensiero destroide (centro destra), oggi invece, come il riflesso del nostro Paese, trionfa l’egemonia di una distrazione sinistroide (centro sinistra), quella che, perdendo gli scontri elettorali, si è accomodata sulla presunzione di un benessere cancellando l’anima proletaria della periferia.

In quella fotografia che riproduce i colori della piazza e delle passeggiate sul lungomare, c’è anche la contraddizione di un luogo che appartiene a un uso popolare, un luogo che sta all’estremo dell’immagine, talmente estremo che spesso non entra nell’inquadratura, intendo il bagno comunale della “Lanterna”…

Nelle estati degli anni sessanta, i transistor riempivano gli ascolti con la preghiera di un: “Per quest’anno non cambiare stessa spiaggia e stesso mare”, oppure con la previsione amorosa di un: “Luglio col bene che ti voglio vedrai non finirà! Ahi, ahi, ahiaaa… “. La gente cantava, d’estate, e i movimenti non conoscevano l’ansia feroce della fretta.

In un caldo da sudore, a Trieste, giravano i motori lenti delle “1100” grigio topo e le “600” verde oliva, poi i fischi delle filovie, il suono a mitraglia delle motorette e il rumore della ferraglia ritmata dei tram: la linea “6” e la linea “9”. Entrambi partivano dal rione di San Giovanni, quello dove oggi c’è il vecchio manicomio (quello di Franco Basaglia e della sua rivoluzione psichiatrica) e poi si dirigevano verso gli opposti della città, ovvero, la riviera barcolana e i margini marini di Campo Marzio. Lì, da sempre, gira e vive l’anima vitale ed essenziale dei triestini, e cioè… il mare.

Togliere il mare e il sole agli abitanti di Trieste  è come togliere il senso della vita. Così, in tutte le estati della nostra storia, ci siamo salvati e rigenerati con la medicina naturale di sole, acqua e sale.

Io, nelle estati degli anni sessanta, andavo in quello che per antonomasia veniva definito il “bagno popolare”, quello che si entrava pagando una moneta da cinquanta lire, e in cambio guadagnavi uno spettacolo che dicono unico in Europa, ma forse nel mondo, ossia, il bagno “La lanterna”, o come diciamo dalle nostre parti il famoso “Pedocin”.

Il bagno “Alla lanterna” è uno stabilimento balneare costruito alla fine dell’Ottocento e ufficialmente inaugurato nel 1903. La sua caratteristica è il muro (all’inizio era un semplice steccato) che divide le donne dagli uomini.

All’inizio gli spazi erano equamente suddivisi, poi nel 1959 il muro fu spostato a danno degli uomini in quanto le donne erano più numerose e soprattutto, per non disturbare la quiete del maschio, dovevano anche occuparsi e preoccuparsi dell’agitazione rumorosa degli infanti.

Diceva Sigmund Freud: “Il muro che divide le donne dagli uomini per una volta è sinonimo di libertà. Si chiama ‘Pedocin’ perché qui venivano i soldati a ‘spidocchiarsi’, ma secondo un’altra versione il nome viene da ‘pedoci’ che in dialetto significa cozze. Qui, dove le triestine per prime hanno conquistato il diritto a prendere il sole, non c’ è cruccio ad apparire; e ora è anche un lembo d’ accoglienza per le musulmane La libertà non è un beneficio della cultura: era più grande prima di qualsiasi cultura, e ha subito restrizioni con l’evolversi della civiltà.”

Io, al “Pedocin”, ci andavo con mio fratello e mio padre. Noi bambini vestivamo con i pantaloncini con lo spago, le magliette con le barchette stampate sopra e con i sandali intrecciati con le strisce di cuoio, mio padre invece con i pantaloni lunghi e macchiati di grasso e la canottiera bianca, e in mano stringeva le immancabili borse col sollievo alimentare. C’era di tutto in quelle borse, bustine di Idrolitina, panini di frittate che navigavano nell’olio, formaggini schiacciati deformati, e pesche calde come le castagne. Poi la fedele Mucca Carolina, il salvagente ricavato dal copertone di un camion (e sa il Dio della Salute quanti polmoni ci volevano per gonfiarli), e quindi la fila di asciugamani, tra cui uno bianco fregato all’Ospedale Maggiore non si sa da chi!

Quando si entrava al “Pedocin” nell’aria, oltre all’allegria delle canzonette, girava fisso, stabile, il dolce rumore del dialetto triestino. I turisti non parlavano, e se inavvertitamente partiva la finezza di qualche frase in lingua italiana, le teste si giravano e puntavano il maldestro. No, non era maleducazione, ma solo la sensazione sorpresa verso qualcuno che partecipava al coro col disturbo di un’altra canzone, insomma, come andare al mare col distinguo esagerato della cravatta.

In quello stabilimento popolare, spazio “uomini”, girava la rappresentanza proletaria della città. Me lo ricordo bene quel giro. C’era l’uomo che d’inverno portava il carbone e che dentro l’acqua acquistava il miracolo della pelle bianca. C’erano i “canterini” (operai del cantiere San Marco), uomini con le mani grandi e la lingua sciolta che parlavano delle loro “creature”, le barche da crociera che grazie alla loro fatica e sudore navigavano intorno al mondo. Poi c’erano gli immancabili pensionati che con i fazzoletti quattro nodi bagnati sulla testa, sputavano la rabbia senza scoppio delle loro sentenze. Ce l’avevano con tutti, col Governo ladro, l’aumento dei pomodori, le pensioni da fame, e poi con i giovinastri con i capelli da donna e tacchi alti da “fru fru”, e con l’offesa verso un presente che aveva perso la buona educazione del passato. Sparsi qua e là c’erano i tavolini dei giocatori impazienti di Briscola e Tresette, e con loro tutta la sequela di cenni, consigli, carte sbagliate e file di imprecazioni da dedicare a santi, madonne e madri di indubbia provenienza.

Nello spazio “donne” invece era tutta un’altra storia, e per capirlo bastava superare il grande muro divisorio ed entrare in mare, e lì la divisione si riduceva a una fila di tronchi che ti offriva la confusione di un’altra cartolina.

Dall’altra parte girava una folla di donne, e di tutti i tipi e ceti: signore, signorine, anziane, finte giovani, madri con figli annessi, operaie, massaie, commesse, segretarie terzo livello, disoccupate e altro, e per ogni persona o biglietto pagante c’era un piccolo, minimo rettangolo di ristoro e sole. Bellezze e stanchezze si confondevano nella sinfonia rumorosa della chiacchiera (o ciacola) e dell’urlo. Bambini che schiamazzavano l’euforia del mare e dell’estate, donne che parlavano di sé e per sé con chiunque capitasse a tiro, e altre che esternavano il piacere sereno che non prevedeva l’intrusione ingombrante di quei rompiscatole (o rompicoioni) dei mariti. E poi c’era la sfilata dei costumi deformati, reggiseni alti, e dei pudori vestiti che si rifiutavano di esibire la loro nudità. In mezzo a quella folla femminile c’erano anche le figure piacenti delle ragazze belle, quello che quando passeggiavano e nuotavano aldilà della fila dei tronchi, spesso diventavano il bersaglio preferito dell’agitazione maschile, quella che gonfiando il torace e trattenendo la pancia seminava la tattica del corteggiamento, s’iniziava con la richiesta del nome, poi il numero di telefono, l’invito a cena e due giri di danza, e anche, si dice, la scintilla per accendere una storia colorata coi fiori d’arancio.

Poi sono passati gli anni, le onde hanno continuato ad arrivare e ripartire, e l’abbraccio del mare dentro le mura separate del bagno “La lanterna” ha atteso l’estate per accontentare il bisogno essenziale dei triestini, e dei turisti, e dei curiosi di passaggio.

Io crescendo ho scelto altri viaggi e altri mari. Ci sono tornato solo qualche volta al ristoro bagnato del “Pedocin”. Sono andato accompagnandomi con le canzoni di Janis Joplin e Jim Morrison, la rabbia dei diciott’anni, la voglia di ribaltare il  mondo, e con il desiderio assoluto dell’esproprio proletario quando, dopo aver lasciato gli abiti negli spogliatoi del bagno popolare, raggiungevo a nuoto lo stabilimento “Ausonia”, distante cinquecento braccia andare e cinquecento ritornare, e col piacere della rivalsa, conquistare gratuitamente lo spazio balneare dei borghesi che prendevano il sole  pagando un biglietto che noi abitanti popolari non ci potevamo permettere.

Da quella volta, alla “Lanterna”, non ci sono più andato perché come gli umori degli uomini di mare, ho navigato in altre agitazioni e turbolenze della vita. Da allora ho attraversato città senza mare, giornate di sole senza riposo, e spiagge annoiate dove la comodità educata della sdraio a noleggio e della bibita servita al tavolo, ha tolto la meravigliosa agitazione della chiacchiera popolare. E dentro quei viaggi distratti e senza sapore, non ho più avuto l’opportunità d’incrociare i sandali di cuoio, il salvagente fatto con i copertoni, la tosse bestemmiata degli anziani, e le mille parole senza viso spedite da un muro nella curiosità dell’ascolto. Gnapolo, cocolo, strucolo, insempià, una biga de pan, sardoni impanai, un ottavo de bianco, un capo in “bi”, magnime el cul, no sta far el mona, te voio ben, se vedemo domani…

Co son lontan de ti Trieste mia,
me sento un gran dolor, un gran dolor,
e più che zerco de pararlo via,
più me se ingropa ’l cuor.
Le lagrime me cori zo pe’l viso
e digo tra de mi e tra de mi
che no ghe esisti un altro paradiso
più splendido de ti!

Un buso in mia contrada,
un vecio fogoler,
un sial che pica in strada,
do rose in un piter,
e in alto quatro nuvoli,
de soto un fià de mar,
xe’l quadro più magnifico
che mai se pol sognar!

La scorsa estate, dopo quarant’anni, sono tornato nel vecchio stabilimento. Come tanti anni fa, con l’asciugamano arrotolato sotto il braccio e con gli stessi passi di mio padre, ho percorso la Marina, svoltato verso il Mercato all’ingrosso, passato la vecchia ferrovia, e sono entrato al bagno “La lanterna”. Ricordo che ho pagato il biglietto per lo spazio “uomini”, poi ho chiuso gli occhi e svoltato a destra. Quando li ho riaperti mi sono sentito arrivare addosso il colpo potente dell’emozione e la meravigliosa sensazione di un tempo che, lì dentro, si era dimenticato di girare.

Tutto come prima! La spiaggia di piccole pietre, e ci scommetto, sempre le stesse, poi le panchine celesti, i ganci degli appendiabiti sotto il portico, la fila dei tronchi, gli amori che parlano, i bambini che urlano, le parole che volano… E io sdraiato sotto lo stesso sole, ricordo mio padre, sento l’odore di pane e frittata, e mentre un groppo mi rimbalza in gola, sento, distintamente sento la musica di un estate che si è scordata di contarsi gli anni…

Luglio col bene che ti voglio,
vedrai non finirà! Ahi, ahi, ahiaaa…

Il bagno “La lanterna” attende, da sempre, Trieste non parte, e la tradizione diventa dimora dove la memoria è conservata con l’attenzione orgogliosa del gioiello, sì, il gioiello più bello e caro della città.

Dietro le estremità della foto bella di Trieste, ci sono altri colori, forse meno brillanti, ma sicuramente importanti come una storia, una storia che non si urla e non si vanta, ma che vive la quotidianità di una cronaca che appartiene alla città.

Si sale su per Corso Italia, la strada dei negozi, piazza Goldoni, poi si gira a destra dove c’era il vecchio palazzo del Monte di Pietà, e dove fino a pochi anni fa le file della povertà commerciavano le fedi nuziali, i corredi matrimoniali e gli orologi delle Cresime, con piccoli respiri di sopravvivenza.  Poi si attraversa la galleria Sandrinelli, si costeggia il colle di San Giusto, quello dove volavano le colombe bianche cantate da Nilla Pizzi, si sale sulla Strada Vecchia dell’Istria e si arriva nel rione di San Giacomo, per anni il quartiere rosso della città.

A Trieste il corteo partiva da Campo San Giacomo, rione comunista e domicilio di canterini (lavoratori dell’ex cantiere di San Marco). Quella volta era sempre una bella giornata, bella anche quando pioveva, perché dentro l’animo girava la gioia della condivisione, tanto da farci sentire tutti, ribadisco tutti, protagonisti della festa.

Sì, era una bella giornata, allora, quando i cortei avevano i numeri veri della folla, e dentro quella folla si poteva distinguere lo splendore di donne, madri, figlie, operaie, e la meraviglia delle braccia attive e potenti dei lavoratori, penso ad esempio alla bellezza dei cantierini, portuali, manovali, quelli che per onorare l’avvenimento indossavano il vestito della festa, e se non c’era il vestito, indossavano il vanto della tuta nuova, e sotto, l’orgoglio del fazzoletto rosso, o l’imbarazzo rigido di una cravatta con l’elastico.

Era una bella giornata, bella senza distinzione, perché dentro la stessa folla c’era l’incrocio integrato dell’operaio con l’impiegato, dello scaricatore con il commesso, della casalinga con la professoressa, e non serviva nessuna tessera politica per essere invitati a quella festa. Tutti erano benvenuti!

In quelle belle giornate eravamo anche circondati dalla straordinaria scenografia delle bandiere sulle finestre, i fiori sul petto, e la canzone che accompagnava il passo.

Questa mattina,
mi son svegliato,
o bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao…

In quella marcia felice c’erano anche tutti i padri, madri, lavoratrici, lavoratori, che avevamo vissuto di pane e fatica per assicurare a noi figli un futuro migliore. Sì, a noi figli, che adesso siamo qui a raccontare il malessere pesante di un presente peggiore.

Oggi, sono sparite le bandiere, gli operai con la tuta, le canzoni, e San Giacomo non è più un rione comunista, da qualche anno, lì, comanda Forza Italia. Oggi, dentro i cortei, c’incrociamo e riconosciamo, perché siamo sempre gli stessi, chi con i capelli bianchi e chi col fiato rasoterra, mentre col passo stanco continuiamo a girarci e cercare… l’onore del festeggiato!

Sono anni che in quel rione operaio hanno mescolato le carte e tolto l’orgoglio dell’appartenenza.

Quella volta, un’eternità fa, avevamo dietro le spalle anche la forza del sindacato, che usava la trattativa con lo spirito vivace della battaglia. Una volta, quella volta, i rappresentanti dei lavoratori, come due delle figure più grandi del mondo sindacale: Bruno Buozzi, operaio metallurgico, e Giuseppe Di Vittorio, bracciante agricolo, prima si sporcavano le mani nella forza lavoro, vivendo la condizione sulla propria pelle, e poi, dopo una lunga trafila e scalata gerarchica, diventavano sindacalisti. Intendo i sindacalisti che si rimboccavano le maniche e col coraggio dei puri andavano nelle assemblee di fabbrica ad affrontare le bufere operaie.

Poi sono arrivati i sindacalisti filosofi, quelli che non hanno mai conosciuto il rione di San Giacomo, e non hanno mai frequentato la rabbia della fame e la fatica sudata di pala e piccone, e che si sono presentati alla popolazione delle tute sporche di lavoro, con il candore della camicia bianca e il distinguo della cravatta. Uomini fini, posati, senza calli, e che per una voglia di protagonismo, hanno spezzato la solidarietà sindacale in una lista infinita di sigle e slogan senza cuore, e ognuno ha pensato poi ai tornaconti della propria bottega. Tanti, colpiti da ambizione personale, hanno persino usato la delega operaia e la conseguente visibilità per trasferirsi nel “piatto ricco mi ci ficco” della politica.

Oggi, in quello che era il rione rosso della città, se chiedi chi erano Ferruccio Parri, Nilde Iotti, Pertini, Berlinguer… più della metà degli abitanti ti guarda come fossi un matto, poi alza le spalle e se ne va.

Oggi San Giacomo, la schiena della città, ha perso il suo colore, valore. Non ci sono più i canterini, non c’è più l’orgoglio delle tute sporche del lavoro, hanno chiuso le Case del Popolo e hanno cancellato il muscolo della solidarietà.

Non c’è quasi più neanche la forza della fabbrica, e neanche i lavoratori sono più gli stessi, ormai sono anni che questa società del “pretendere”, gli sta divorando la coscienza operaia.

Una volta eravamo tutti legati alla magia straordinaria di quella parola: Solidarietà, con la “esse” maiuscola. Grazie a quell’intento altruista abbiamo salvaguardato i diritti, difeso le debolezze, e spesso, con l’uso dell’arroganza, abbiamo fronteggiato la forza dei padroni. Quella volta… eravamo in tanti, eravamo tutti!

Alla prima emergenza il cuore operaio interveniva con le collette raccolte nei reparti, o con gli straordinari devoluti alla fame dell’urgenza. Per sottolineare la protesta, si tirava la cinghia e si scendeva in sciopero, e lo si faceva per chiunque avesse bisogno di chiunque. Quella volta gli scioperi generali erano una cosa seria, gli operai scendevano in piazza, i cortei ingrossavano le vie, e tutti, con una palese contraddizione molto poco democratica, ci assumevamo la libertà di contestare e castigare chi non aveva la libertà di astenersi, così attaccavamo tutti quegli azzardi che avevano il torto di non essere dalla nostra parte, e a volte bastava anche l’imprudenza di una mezza saracinesca alzata, per darci il pretesto di distruggere l’ingresso. Eravamo tanti, eravamo tutti, e anche se non ci siamo sempre comportati bene, abbiamo ottenuto il rispetto dei diritti.

Oggi gli scioperi fanno sorridere, se è vero che i negozi rimangono aperti, anche a San Giacomo, gli operai sono assenti, anche a San Giacomo, e per mettere su la decenza di un corteo, si riuniscono le tessere sindacali, le si carica sul treno e le si spedisce a Roma, e lì le si esibisce con la bugia di una folla entusiasta e spontanea. Oggi, anche la parola “crumiri”, come la parola “solidarietà”, ha perso il suo motivo, senso, valore, e sembrano usi e indicazioni che appartengono a un’antichità.

Eravamo in tanti, eravamo tutti, anche il giorno più importante dell’anno, intendo la ricorrenza del Primo Maggio, quando c’era il piacere e la voglia di festeggiare la dignità della nostra fatica.

Oggi la schiena della città si è piegata come una stanchezza e ha smarrito i muscoli di una vecchia voglia di rivoluzione. Oggi ci si appoggia sui tavolini dei bar e si parla di Berlusconi e Salvini, mentre i figli crescono nell’apatia dei colori. Ogni tanto arriva il rumore della città, ma quelle sono cose per turisti, o i contorni di una fotografia che non dice la verità.

24/08/2016 | N. 194/195 Lo Straniero

fonte: http://lostraniero.net/la-schiena-della-citta/


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