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Santuario – William Faulkner visto da Tommaso Pincio

santuario-faulknerQuando Santuario fece la sua apparizione in libreria, nel febbraio del 1931, William Faulkner non aveva ancora compiuto trentaquattro anni ma aveva già al suo attivo libri come L’urlo e il furore e Mentre morivo, che lo avrebbero reso uno dei padri fondatori della modernità americana. Benché stilisticamente meno audace e compiuto di altri suoi capolavori, Santuario è un romanzo più che notevole. Ciò nonostante, in occasione della prima ristampa Faulkner avvertì il bisogno di scrivere un’introduzione nella quale parve lasciare intendere che il romanzo fosse per lui privo di particolari pregi letterari in quanto «concepito unicamente allo scopo di far soldi». Non l’avesse mai fatto. Da allora i critici hanno iniziato a perdersi tra mille dubbi, ondeggiando tra la quasi certezza che l’introduzione non andasse presa alla lettera e la sconcertante eventualità che Santuario potesse davvero essere un’opera minore.

Una pista in buona parte falsa.

Si è anche pensato che lo scrittore volesse prendersi gioco dei suoi lettori, a cominciare dai critici, il che risponde al vero ma solo in parte. Faulkner è alquanto evasivo e ambiguo sulle ragioni per cui il romanzo non godrebbe della sua piena approvazione. Quel che dice, in sostanza, è che si prese un po’ di tempo per individuare un tema che potesse solleticare il pubblico, dopodichè inventò il racconto più terribile che potesse immaginare, infine buttò giù in tre settimane un manoscritto che inizialmente il suo editore si dichiarò riluttante a pubblicare. In seguito, sempre stando a quanto egli sostiene nell’introduzione, ci tornò a lavorare per «tirarne fuori qualcosa che non facesse troppo vergognare L’urlo e il furore e Mentre morivo.

Di queste poche cose, però, due sono false. In primo luogo, la versione originale di Santuario non fu tirata via in tre settimane. Fu scritta in quattro mesi di tormentate revisioni. L’idea, poi, non era affatto un’invenzione ma si ispirava in buona parte alla storia realmente accaduta di una donna violentata da un gangster impotente, che Faulkner aveva udito in un nightclub di New Orleans dalla viva voce della malcapitata. Difficile credere che Faulkner avesse la memoria confusa su due punti così rilevanti. È di gran lunga più verosimile che egli sapesse di mentire e che avesse le sue buone ragioni per farlo. Resta solo da stabilire quali.

Fantasmi in forma di parole.

Gli scrittori indulgono a uno strano vezzo. Non appena sentono il cigolio del cancello della giovinezza che si chiude alle loro spalle, non resistono alla tentazione di parlare di sé come rievocassero un passato lontanissimo. E poco importa che abbiano appena varcato la soglia della maturità: gli scrittori parlano di sé esprimendosi col tono di chi ha quasi cent’anni ed è ormai più di là che di qua. Il perché di un simile atteggiamento ha a che fare con il quesito che ogni narrazione scritta sempre solleva. Chi è il narratore e che rapporti ha con la storia che racconta? Agli occhi della maggioranza dei lettori uno scrittore è destinato a restare un’entità misteriosa, spesso null’altro che un nome stampato sulla copertina di un libro, talvolta accompagnato da una piccola foto nel risvolto. Non una persona in carne e ossa, dunque, ma una sorta di fantasma che si manifesta in forma di parole. Parole che, per quanto parlino di fatti realmente accaduti se non addirittura autobiografici, sempre e solo parole rimangono.

Capita allora che gli scrittori non resistano alla tentazione di mostrarsi anche fuori dei confini della narrazione in senso stretto, ricorrendo a postille, premesse, note a margine, confessioni o introduzioni come quella di Santuario. A ben guardare, infatti, il vero argomento di questo testo introduttivo sul quale la critica si è tanto arrovellata non è la presunta pochezza del romanzo bensì Faulkner stesso. «A quell’epoca avevo la pelle dura» – racconta lo scrittore magnificando tempi andati che di fatto risalivano soltanto a cinque, sei anni prima, tempi in cui egli non pensava di far quattrini coi libri né si preoccupava se un editore gli rifiutava un manoscritto. «C’era un sacco di cose che potevo fare e mi procuravo quei quattro soldi di cui avevo bisogno grazie alla continua gentilezza di mio padre che, se necessario, mi dava di che mangiare nonostante l’affronto ai sui princìpi costituito dall’aver messo al mondo un fannullone. Poi cominciai a rammollirmi». In questo e altri passi dell’introduzione Faulkner dipinge un autoritratto abbastanza somigliante. Tuttavia il tono che usa per raccontare il suo passato recente ricorda il tempo indistinto delle storie inventate. È un tono che ammanta il «vero» Faulkner di un’aura impalpabile, quasi romanzesca. Più di altri scrittori, Faulkner vedeva nei suoi libri la possibilità di sopravvivere alla morte e per questo li amava più della sua stessa vita. Desiderava non lasciare alcun segno se non ciò che dava alle stampe.

«Tutti i miei sforzi sono volti a un’unica aspirazione – scrisse in una lettera – ovvero che la mia vita e la sua storia diventino un tutt’uno e abbiano la stessa frase per necrologio ed epitaffio: scrisse libri e morì».

Alla luce di un simile intendimento le parole usate dallo scrittore per commentare Santuario acquistano un senso diverso da quello che in genere si è preteso di individuare. Non volevano essere né un parziale misconoscimento dell’opera – tanto più che nel finale Faulkner precisa di aver fatto «un discreto lavoro» riscrivendolo – né una presa in giro vera e propria. Quella introduzione era semplicemente la tessera di un grande mosaico nel quale avrebbe dovuto compiersi la definiva trasformazione dell’uomo William Falkner – il nome anagrafico non aveva la «u» – nel personaggio dello scrittore William Faulkner. Il verbo «rammollirsi», per esempio, è un espediente che consente allo scrittore di essere elusivo sul perché, a un tratto, i soldi diventarono un problema.

La verità è che nella vita di Faulkner era riapparso un vecchio amore di quando era ancora studente. La ragazza in questione, un tipetto vivace di nome Estelle Oldham e dalle relazioni piuttosto movimentate, si era però lasciata condurre all’altare un po’ a cuor leggero da un altro uomo. Trascorsa una decina d’anni, nell’aprile 1929, Estelle divorziò e due mesi dopo si sposò con Faulkner.

Uno scandalo foriero di novità.

Con una moglie e due figli, frutto del precedente matrimonio di Estelle, lo scrittore non poteva più limitarsi a sbarcare il lunario pilotando barche al servizio dei contrabbandieri o piccoli aerei privati. Per quanto la cosa non gli garbasse, doveva trovare modi meno romanzeschi per mantenere la famiglia. Il bisogno puro e semplice non basta però a spiegare l’insistenza con cui Faulkner torna sulla questione del denaro. Come molti scrittori di grandi ambizioni letterarie voleva dimostrare a se stesso e al mondo di essere capace di scrivere anche libri che potessero vendere. Spesso gli scrittori come Faulkner pensano che per ottenere un successo commerciale si debba scandalizzare il pubblico. Da qui al «rammollimento» di partorire lo «spaventoso» racconto di Santuario il passo fu breve. Il romanzo fece scandalo regalando a Faulkner una notevole notorietà. Da Santuario venne tratto perfino un film ma, ironia della sorte, la casa editrice andò in bancarotta e lo scrittore non incassò il denaro che gli spettava. Non solo, dovette anche pagare per il privilegio di riscriverlo in quanto l’editore pretese il rimborso della metà dei costi di composizione tipografica della prima versione, secondo Faulkner troppo orribile per essere pubblicata.

Quasi mai gli scherzi del destino sono davvero accidentali. «Per la gente resterò sempre quello della pannocchia» avrebbe commentato in seguito lo scrittore alludendo a uno dei particolari più chiacchierati del romanzo. Il guaio è – se di guaio possiamo parlare – che Faulkner non aveva affatto scritto un romanzo commerciale, bensì un altro libro dalla lingua per nulla immediata e dalla narrazione ellittica. Insomma, un altro libro alla Faulkner dove il male trionfa e la giustizia è soltanto un abbaglio.

L’azione si svolge nel profondo Sud ai tempi del proibizionismo e ruota attorno allo stupro di un’avvenente debuttante, violentata da un gangster che commette anche un paio di omicidi per uno dei quali verrà incolpato un innocente. Questo in superficie. Di fatto, come giustamente notò André Malraux, Santuario è «un romanzo con un’atmosfera da detective-story ma senza detective». Un romanzo, tra l’altro, che racconta una storia impossibile: uno stupro perpetrato da un impotente. Più che violare le leggi umane, il gangster Popeye si ribella a quelle della natura e supplisce alle proprie deficienze sessuali deflorando l’ancora vergine Temple Drake con una protesi di fortuna, la famosa pannocchia.

Il modo in cui viene commesso lo stupro induce a pensare che il vero cardine del romanzo non sia tanto l’atto in sé quanto l’impossibilità di perpetrarlo concretamente. Non per nulla, il crimine sessuale viene sempre evocato ma mai raccontato in termini espliciti, quasi che dall’impotenza del gangster discenda un limite espressivo con cui lo scrittore deve fare i conti. Un limite che egli non può superare ma solo aggirare: l’orrore indicibile non può essere detto se non con protesi letterarie, immagini che alludono a ciò che non si può o non si deve vedere. Popeye viene così costantemente colto nel gesto di accendersi una sigaretta che poi lascia pendere dalle sue labbra come il patetico simulacro di un’erezione. E in più di una circostanza, Faulkner si sofferma sulla bocca aperta di Temple, «una piccola cavità vuota» che rimanda inevitabilmente all’altra cavità che la ragazza ha tra le gambe.

Tutto diventa simbolico in Santuario ma non per volontà dell’autore. «Uno scrittore è troppo preoccupato di creare personaggi in carne e ossa che stiano in piedi per aver tempo di rendersi conto di tutto il simbolismo che può aver messo in ciò che ha scritto» diceva Faulkner. In altre parole, se tutto diventa simbolico è solo per una sorta di predestinazione. Gli stessi personaggi agiscono e subiscono come se la loro coscienza si lasciasse stancamente andare alla deriva. Più che persone, vengono mostrati come corpi. Corpi che fanno cose, corpi che vengono violati, corpi vivi e corpi morti. In più di una circostanza, la loro presenza di spirito pare ridotta a un lumicino, non brilla più del mozzicone di una sigaretta.

La massa gravitazionale attorno cui ruotano queste pallide luci è un vuoto, la bocca di Temple, il cui giovane corpo sembra condannato a ruotare sul proprio asse, ad accartocciarsi in se stesso, a rigirasi nel letto, a piroettare in una sala da ballo. Quando non ruota come una trottola la fanciulla se ne sta «floscia in un angolo».

La critica si è domandata quale sia il simbolo supremo ovvero a cosa alluda il titolo del romanzo. La risposta più facile, visto il nome che porta, è che il santuario sia Temple, nella fattispecie il suo corpo in quanto tempio di una purezza profanata. Ma non è la sola ipotesi. Anche il tribunale, scritto con la T maiuscola, è in fondo un tempio profanato visto che condannerà un innocente e ne consentirà il linciaggio. Ma potrebbe pure essere la fabbrica clandestina di alcol dove Temple viene violentata, oppure il bordello nel quale Popeye conduce la ragazza dopo lo stupro, o l’impettito bigottismo della gente perbene. Perfino l’avvocato Horace Benbow, che cercherà di salvare l’innocente senza successo – altro buon esempio di impotenza – cova desideri incestuosi verso la sorella e la figliastra.

Nonostante le premesse

È più probabile, però, che il santuario sia il vuoto simboleggiato dalla bocca perennemente aperta di Temple, un vuoto che inghiotte tutto, dalla purezza difesa con scarsa convinzione alla sua improbabile e patetica profanazione. Una piccola cavità vuota che ruota su stessa creando un vortice di caos dove, alla resa dei conti, il male trionfa e qualunque tentativo di fare ordine e giustizia, e finanche di raccontare, non è che una misera pannocchia. Anche il cielo – ulteriore ed estremo simbolo di un santuario teoricamente troppo in alto per non essere al riparo dalle brutture di un mondo irrimediabilmente caotico – nelle righe finali del libro viene descritto «prono e vinto nell’abbraccio della stagione della pioggia e della morte». Ma nonostante lo snervante e impietoso pessimismo, malgrado non sia «un gran che, come idea, perché concepito unicamente allo scopo di far soldi», questo romanzo rimane comunque un santuario della letteratura, e Faulkner non è rimasto affatto quello della pannocchia bensì quello della grande, ineguagliabile penna. Anche se, forse, tra le due cose non c’è poi molta differenza.

Tommaso Pincio

fonte: http://www.raccontopostmoderno.com/2011/06/santuario-william-faulkner-tommaso-pincio/#comment-209070


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