Storie rivista internazionale di cultura

INTERVISTE

Edoardo Albinati: “C’è chi si è rovinato sulle bibbie Pennac e Sepúlveda e pure se ne vanta…”

Di famiglia benestante lombarda, e, per parte di madre,
piemontese, Albinati ha frequentato una scuola cattolica
e poi a intermittenza l’università di Roma, negli anni del terrorismo
(laureandosi con Walter Pedullà)”, così scriveva di se stesso Edoardo Albinati
nel divertente “Autodizionario degli scrittori italiani” curato da Felice Piemontese
per Leonardo nel 1989. Scrittore, poeta, insegnante, traduttore,
non è mai sfuggito ai nostri Tempi, facendone la ribalta costante
di uno stile partecipe e distinto. Il Premio Strega 2016 esalta
il suo intenso “La scuola cattolica” ma anche una carriera
fuori dal coro ispirata da un particolare “non” metodo di lettura
che qui ci spiega. L’unica vera regola che segue è
non leggere i libri scritti male…


Qual è il tuo metodo di lettura?
Non ne ho alcuno. I libri li comincio e vado avanti oppure smetto quando ho capito cosa vuole o come fa il loro autore, cioè, mi sono impadronito del suo segreto (il che se accade dopo poche pagine vuol dire che non è un gran segreto). Ci sono autori che basta leggerne una pagina, e il resto lo puoi clonare, altri invece grandi perché inesauribili. Vincendo la mia naturale impazienza, alcuni volumi immensi o particolarmente difficili li ho letti per il piacere sportivo di portare a termine un’impresa, che ne so, il “Leviatano” di Hobbes. Dai venti ai trent’anni mi sono misurato con questi colossi.

edoardo-albinati

Edoardo Albinati: “Fin da bambino ho letto libri perché mi annoiavo, per passare i pomeriggi. Provavo un piacere profondo anche se inestricabilmente legato all’angoscia della solitudine che aveva generato la lettura come diversivo. Da quando ho cominciato a scrivere, leggo ‘anche’ per imparare come si fa. Possibilmente imparare dai più bravi, persino quando sono irraggiungibili” (foto per gentile concessione dell’autore)

Per proseguire la lettura ho comunque bisogno di provare incanto, devozione, di essere sorpreso, al limite sopraffatto dalla mente dell’autore o dalla sua abilità artistica, magari nell’usare mezzi semplicissimi, penso ad esempio a quel mistero di perfezione che è “Lazarillo de Tormes”. Chi sarebbe oggi tra noi capace di scrivere un racconto tanto ‘semplice’? Dunque non credo che si possa avere un metodo perché i libri sono troppo diversi tra loro per governarli con un approccio unico. Infine, perdonatemi per la banalità, ma non riesco a leggere i libri scritti male. Di quelli mi bastano tre o quattro paragrafi. E per male intendo: male. Periodare piatto. O pseudo-vivace. Furbetto. Corrivo. Con trucchetti da quattro soldi. Con finte ideuzze brillanti. Coloriture. Tic stilistici. Frasi a effetto. Non sopporto il finto-parlato, ad esempio. Tra tutti gli stili il parlato è quello che richiederebbe maggiore cura e dedizione, andrebbe lavorato di fino, come oro zecchino. Bisogna essere diavoli stilistici per saper inventare un parlato. E invece lo si appiccica qua e là, a pezzi sintomatici, pensando che siano pezzi di  ‘vita vera’. Ah! Leggere le schifezze mi dà il voltastomaco. Per questo mollo subito. Non vedo perché ci si debba fare del male. È strana la pazienza masochistica di certi lettori: al ristorante, dopo un paio di forchettate, rimanderemmo senz’altro indietro il pesce guasto ottenendo anche le scuse del cuoco, invece leggendo un libro si inghiotte tutto senza protestare. Ci si vergogna di farlo. Ne deriva che leggere, intendendo leggere ‘qualsiasi cosa’, non è affatto un’attività elevata o edificante come si propaganda. “Leggete un libro! Per favore!” ordinano o implorano le autorità culturali: sì, un momento, ma quale libro? Sono convinto che la diffusa lettura di brutti libri sia causa di molti mali ma se non altro, a voler fare gli esteti, di una implacabile degradazione del gusto. Le persone medio-colte oggi infatti hanno un gusto assai più corrotto delle persone ignoranti, le quali, però, quasi non esistono più, voglio dire, persone veramente e onestamente ignoranti. Dove andrebbero a nascondersi, poverette? Su quale cima di montagna sarebbero al sicuro dalla cultura? Non c’è oggi un gusto più qualunquistico, pacchiano, pedestre, arrogante, ingenuo e fasullo di quello del classico borghese di sinistra, che si è rovinato sulle bibbie Pennac e Sepúlveda e pure se ne vanta. È la variante di segno opposto del berlusconismo televisivo, un individuo che si crede diverso, immensamente migliore del suo avversario (solo perché ‘legge libri’, lui! complimenti!), e invece gli è perfettamente speculare.

Di solito dove leggi e perché?
Leggo sdraiato sul letto, col libro aperto e posato per terra, e quando posso nella vasca da bagno, finché l’acqua si gela. Comunque orizzontale. Addormentarmi pochi secondi e poi riscuotermi procura interessanti interferenze e varianti oniriche nella lettura.

Sottolinei?
Sì, tenderei a sottolineare: se non ho una matita sotto mano faccio orecchie alle pagine. Alla fine un libro che mi piace è tutto orecchiuto. Da ragazzo con molta cura ricopiavo i brani segnalati, pari pari. È stata la mia scuola, anche se non saprei dire esattamente scuola di cosa (calligrafia? prosodia? epigonismo?). Ho interi quaderni zeppi di queste ricopiature. Adesso ho meno tempo di soffermarmi sulle pagine orecchiute. Ma restano lì, e se riprendo in mano il libro… dopo anni… le ritrovo, e godo. Sono invece un debole glossatore, o lo sono a distanza di tempo e spazio. Le cose da dire in proposito, i commenti, mi vengono semmai molto dopo. Ho reazioni lente. E la bellezza il più delle volte mi ammutolisce.. 

Non c’è oggi un gusto più qualunquistico, pacchiano, pedestre, arrogante, ingenuo e fasullo di quello del classico borghese di sinistra, che si è rovinato sulle bibbie Pennac e Sepúlveda e pure se ne vanta”

Cosa hai imparato leggendo un libro in particolare? Che so, un aggettivo, una maniera di usare un verbo, un atteggiamento etico o politico…
Sto leggendo in questi giorni il manuale medico Merck, dapprima in prestito (è un volume di tremila pagine e costa centotrentamila lire!), poi ho chiesto che me lo regalassero per il mio compleanno. Bene, mi chiedo come abbia potuto rimanere tanti anni privo della miriade di informazioni utili contenute nel libro. È una miniera, un serbatoio di spunti, chiarificazioni e dettagli. Visto che mi si chiede un possibile ‘atteggiamento etico’ da ricevere attraverso una lettura, ecco, dico che leggendo il manuale ricevo una severa lezione sull’uso appropriato del linguaggio. I sintomi di una paranoia, tanto per fare un esempio, vi sono descritti in modo asciutto ed esauriente. Dizionari in genere ed enciclopedie, se ben fatte, insegnano parecchio in quanto a economia d’espressione. Le voci di dizionario sono uno dei miei generi letterari preferiti. Anche le recensioni (in via teorica) potrebbero essere un’alta scuola.

È ancora possibile leggere all’epoca di Internet? E con Internet, come cambierà la lettura?
Sono connesso a Internet da una settimana esatta. Datemi tempo per capire quanto sarò sconvolto. Forse più interessante della mia sarebbe a questo punto la testimonianza di un quindicenne: quelli come me (l’ho scritto chiaro nel mio ultimo libro), non c’è niente da fare, apparteniamo al Novecento ‘mani e piedi’. E testa. Già però mi sento di poter dire qualcosa sull’e-mail, nella cui rete da una settimana guizzo come un pesce. Be’, mi pare che la scrittura dei messaggi di posta elettronica sia per forza di cose più fluida ed essenziale anche se pericolosamente disossata o destrutturata, come si dice di certe giacche. E proprio come per le giacche l’apparente difetto può risolversi in uno stile nuovo ed elegante. Mi pare cioè che su questa apparente disinvoltura di scambio si possa lavorare per ottenere effetti di scrittura-lettura notevoli, incentrati proprio sulla velocità. Anche se poi i mezzi molto veloci sono interessanti quando rallentano, s’inceppano, quando in loro si creano gorghi e risucchi che fissano la percezione su qualche dettaglio inatteso, una frattura, una battuta a vuoto nel flusso. Il tempo reale della comunicazione via rete non conosce soste: la lettura è, per sua natura, un indugio, un sostare. La comunicazione via rete attinge all’indiscriminato e sembra suggerirlo come fine: la lettura è necessariamente selettiva. Le due serie sembrano a prima vista irriducibili l’una all’altra, eppure credo che in modo furtivo stiano già congiungendosi per creare una forma particolare di percezione del testo (un testo che ‘appare’, che si dà ‘per miracolo’) di forte carica emotiva: una specie, insomma, di mistica del testo, considerato non più in quanto oggetto di pietra o carta da consultare a piacimento, bensì come voce siderale, come visione baluginante.
(Alfonso Pasti)


Edoardo Albinati scrittore, poeta e traduttore, dal 1994 lavora come insegnante presso il penitenziario di Rebibbia. Da questa esperienza è nato “Maggio selvaggio” (Mondadori 1999), cui hanno fatto seguito “19”  (Mondadori 2001), “Sintassi italiana” (Guanda 2001), “Svenimenti” (Einaudi 2004), “Tuttalpiù muoio” (con Filippo Timi, Fandango 2006), “Vita e morte di un ingegnere” (Mondadori 2012) e “La scuola cattolica” (Rizzoli 2016), fra gli altri. Dal suo romanzo “Il polacco lavatore di vetri” (Longanesi 1989) è stato tratto il film “La ballata del lavavetri” di Peter Del Monte.


L’intervista è tratta da Storie 36/1999 – “Leggere protegge dalle intemperie”

fonte: http://www.storie.it/interviste/edoardo-albinati-la-mia-vita-di-lettore/


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