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Combattiva, irriducibile Natalia
I cento anni di una scrittrice corsara

Sandra Petrignani

19 maggio 2016

natalia-ginzburg«Umana e spregiudicata, sensibilissima e dura, animalesca e provocante, ma anche tenuta dentro il corpo da un fascino agli occhi, al volto»: è il penetrante ritratto che il poeta Rocco Scotellaro dà di una Natalia Ginzburg trentenne, di cui si era fugacemente invaghito. Questa donna moderna, che viene a Matera e a Tricarico dal grande Nord colto e impegnato, piena di insicurezze e di arroganza allo stesso tempo, che si dichiara cattolica e comunista, lo sconcerta completamente. Come «le sue gambe accavallate». È un particolare secondario questo delle gambe accavallate, ma che in me risuona fortemente a causa del ricordo della scrittrice-da-giovane che mi hanno dato, in comune, alcuni testimoni: non era bella in modo classico, Natalia Levi, alcuni la definiscono addirittura brutta, ma era sicuramente molto sensuale. E quando si sedeva accavallava le gambe sportive in un modo che non passava inosservato. Una nipote, Lidia Soavi Olivetti (secondogenita del 1929 di Adriano Olivetti e Paola Levi, sorella di Natalia) se la ricorda «ai tempi del fidanzamento con Leone Ginzburg, quindi intorno ai vent’anni, che chiacchierava fitto con mia madre sul divano e teneva sempre le gambe accavallate. Belle gambe. Era sexy. Era carina. Non esplosiva come mia madre, ma molto carina: bella bocca, bellissimi denti, bel sorriso».

Il destino non l’aveva ancora colpita duramente con un pesante carico di tragedia: la fine violenta del marito Leone, torturato e ucciso in carcere dai tedeschi all’inizio del ’44; la nascita – dalle sue seconde nozze, con l’anglista Gabriele Baldini – di due figli gravemente malformati, Susanna, scomparsa nel 2002 e Antonio, morto nel 1960, dopo nemmeno un anno di vita; la morte improvvisa, a soli cinquant’anni, dello stesso Gabriele Baldini dopo un matrimonio ventennale che – malgrado tutto – aveva saputo anche alleggerirle l’esistenza.

Il suo scurissimo sguardo, penetrante e malinconico da sempre, si era trasformato negli anni in quell’implacabile dardo nero, corrucciato e materno, che ti indagava nel profondo per capire di che pasta eri fatto. Lo incontrai, quello sguardo, alla fine degli anni ’80, e la scrittrice che ho conosciuto allora è descritta precisamente da Mario Fortunato nel suo libroQuelli che ami non muoiono (Bompiani): «Sul volto di Natalia Ginzburg erano scritti allo stesso tempo, e direi con lo stesso inchiostro, la fanciullezza e la maturità, un’ingenuità giocosa e semplice con una fiera consapevolezza di sé… Era indifesa e selvatica, forte come pochi».

Ed era una scrittrice modernissima, mentre la sua stimatissima amica Elsa Morante, che tanta critica, compresa la Ginzburg stessa, ritenne la più grande narratrice italiana del ‘900, si muoveva ancora in una tradizione ottocentesca, credeva cioè fino in fondo nel romanzo, anche quando il romanzo era diventato una forma superata e in crisi. Lessico famigliareesce nel 1963, in piena bufera neoavanguardista, e solo lo spirito massimalista e iconoclasta dei tempi ha potuto non accorgersi di quanto quel libro fosse innovativo. Così strano e diverso, sia dal nuovo sia dal vecchio in circolazione, da non poter essere definito che per negazione: Lessico non è un romanzo, non è un saggio, non è un memoir e nemmeno autobiografia, eppure è tutto questo insieme. È un catalogo di parole domestiche che racchiudono una famiglia e un’intera epoca, la resuscitano dopo l’uragano della guerra e della Resistenza che tutto il passato hanno spazzato via, è testimonianza della nascita di una casa editrice che diventerà leggendaria, è ironica disamina di rapporti umani irrecuperabili se non attraverso il gioco di rimbalzi negli occhi e nelle orecchie di una testimone bambina, la piccola Natalia cui nulla sfugge e che sfugge a tutto, perché non vuole parlare di sé, si tira fuori con indovinatissima scelta narrativa che resterà la sua cifra per sempre. Piazzarsi al centro della narrazione riuscendo a scomparire, «dire la verità» (sono queste le parole con cui descrisse per la prima volta, diciassettenne, la propria poetica) nel rispetto di un radicale riserbo. Dire tutto, dire di più, col minimo spreco di mezzi espressivi. Anzi impoverire la lingua fingendo il parlato, sgrammaticando e arrivando, a volte, a un balbettio ripetitivo e infantile (la «lagna di Natalia» ironizzò affettuosamente Cesare Pavese. Presentando Le voci della sera, Italo Calvino ha parlato di una «sproporzione» fra mezzi espressivi e complessità concettuale da cui scaturisce nella Ginzburg la sua particolare tensione poetica.

Molti hanno osservato quanto sia difficile catturare questa scrittrice in un’unica definizione, perché tanti sono i campi che ha saputo esplorare: il racconto, il romanzo-testimonianza, il romanzo epistolare, il romanzo-saggio, il teatro. E, al di là della letteratura, dalla recensione all’arringa, dalla critica televisiva a quella cinematografica, dall’elzeviro al ricordo personale, si è buttata nella mischia, ha preso posizioni spesso scomodissime, ha combattuto difendendo idee stravaganti, in contrasto con i tempi, con le mode, ha affondato cento coltelli nell’idiozia, nella prevedibilità, nell’ideologismo di diversi pensieri dominanti. Scrivendo per i giornali, cosa che la Morante – per citarla di nuovo – considerava abominevole, Natalia Ginzburg ha avuto un ruolo che non esito a definire corsaro, esattamente nel senso degli Scritti corsari di Pier Paolo Pasolini. Quell’autentico senso morale che permeava tutta la sua scrittura lo ha poi messo al servizio della politica, accettando di candidarsi e svolgendo per due legislature un intenso lavoro pubblico.

È proprio questo aspetto combattivo e irriducibile di Natalia Ginzburg che manca completamente nel volume Un’assenza. Racconti, memorie, cronache, a cura di Domenico Scarpa, con cui l’Einaudi celebra il centenario dell’autrice, nata il 14 luglio 1916. Un volume, per altro, molto prezioso (per gli studiosi) che propone, accanto a racconti e altri brani già noti, alcuni inediti giovanili e alcuni interessantissimi pezzi autobiografici sparsi su giornali e riviste, corredato di un apparato di note e appendici accuratissimo. Ma se l’intento del libro era, come scrive il curatore, «rendere visibile il cammino di un autore che si sperimenta e procede nella scrittura breve… ricostruire la storia di una voce che racconta», questa voce resta monca del suo lato forse più vibrante, e proprio quello che meglio potrebbe, oggi, raggiungere l’emotività del pubblico più giovane e che mai prima si è accostato a questa grandissima scrittrice. Mi è capitato, qualche settimana fa, di incontrare i ragazzi di un prestigioso liceo romano per parlargli di Natalia Ginzburg. Di tre classi riunite solo due ragazze avevano letto almeno un suo libro (Lessico, naturalmente). La maggior parte non aveva mai sentito nemmeno il suo nome. Tutti, invece, conoscono (almeno) di nome Pier Paolo Pasolini, Italo Calvino, Alberto Moravia, Elsa Morante. Mi sembra una grande ingiustizia.

fonte: http://www.reset.it/caffe-europa/natalia-ginzburg-cento-anni-dalla-nascita


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